Digenis Akritas, epopea dell’eroe bizantino

Digenis Akritas, epopea dell’eroe bizantino

La storia millenaria dell’Impero Romano d’Oriente è da qualche anno finalmente sdoganata dai soliti cliché di stampo illuministico-positivistico che l’avevano relegata a storia di second’ordine.

Bisanzio, ovvero Nuova Roma-Costantinopoli, fu un faro di cultura, politica e religione nell’intero arco del periodo che ancora oggi chiamiamo medioevo. Nel primo spazio temporale, tra la caduta di Roma e l’anno mille, l’Impero d’Oriente fu la vera fiaccola di civiltà e prosecutore materiale dell’antica caput mundi.

Una società colta, come la definiva il Kazhdan, ricca di un humus sociale figlio di antiche e diverse comunità, ora però unite sotto un unico scettro. Questo mélange di diversità portò Sir Robert Byron a definire l’Impero dei Romani d’Oriente come una “tripla fusione” composta da un corpo romano, da una mente greca, e da un’anima orientale.

In questa società, per certi versi ecclettica, per altri terribilmente conservatrice, non erano rari gli amori dissoluti. Nelle varie opere giunte fino ai giorni nostri, ve n’è una assai interessante che stuzzica l’immaginazione e ricolma uno spazio creduto sperduto sotto la rigida dottrina cristiana. Tal opera è il Digenis Akritas.

Questo poema, per altro anonimo, è tra i più importati di tutta l’epopea bizantina. Gli ultimi studi lo riconducono al X secolo, un periodo di grandi cambiamenti nell’Impero dei Romei. La dinastia Macedone, che governava Costantinopoli da quasi un secolo, aveva infatti dato vita ad una grande fase espansiva a danni dell’Impero degli Arabi Abbasidi. Una sorta di guerra perenne dove un’ampia fascia di territorio, confinante tra le due grandi realtà geopolitiche della zona, era in balia di bande combattenti.

In questi luoghi, tra un monte romeo e una valle araba, ecco che sboccia la leggenda del grande Digenis, anch’egli figlio di queste terre essendo, come dice il suo nome, figlio di due etnie. L’eroe non assomiglia ai suoi alter-ego latini, come Orlando o Cid. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Costantinopoli e continua la sua vita seguendo un individualismo senza limiti. Digenis non segue alcuna forma di onore formale, bensì vive di emozioni forti e segue solamente il suo fiuto e il suo codice etico. Più che un eroe è un antieroe, difende principalmente se stesso e la sua amata consorte.

Eppure le sue grandi doti guerresche e le sue gesta inconsulte non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’Akrita, ossia colui che combatte nel confine dell’Impero, ma Digenis non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida affermando che sarebbe in grado di batterlo senza alcuna difficoltà. D’altronde l’antieroe è un figlio del confine, non ha legami di giuramento e non è un servitore dell’impero.

Digenis è un personaggio solitario, non ha compagni con i quali poter dividere le proprie avventure, preferisce la singolar tenzone alle grandi battaglie. E’ di certo cristiano, ma non segue pedissequamente i dettami della legge divina, anzi i suoi comportamenti, sebbene mitigati alcune volte dal terrore della punizione divina, sono al di fuori di ogni regola. Non è un cavaliere che difende la fede dai nemici musulmani, pur preservando forte la sua indole cristiana non combatte i suoi nemici in quanto miscredenti, ma li distrugge solo per un suo particolare vanto e per aumentare ulteriormente la sua aura di invincibilità.

D’altronde il confine non è terra per nobili ed eroi. E’ un luogo di scontro continuo e assiduo fatto di ratti, di punizioni, di scontri e battaglie senza mai una fine. Non esiste, infatti, uno scontro finale che porti poi alla pace tra i contendenti e questo genera nell’antieroe una continua ricerca della preservazione del proprio essere e del suo strettissimo cerchio famigliare. Come dice perfettamente Maltese, il codice di Digenis è costituito da: “onore, per l’uomo, è rapire e sposare la donna amata, difendere la propria donna dagli aggressori esterni, razziare e possedere le donne altrui”.

Il poema nasce proprio da un ratto compiuto dal padre dell’eroe, Musur, che approfittando dell’assenza del genitore e dei fratelli, rapisce una fanciulla figlia di un generale romeo stanziato sul confine. L’emiro arabo, però, si innamora perdutamente della donna romea e decide di convertirsi al cristianesimo, assieme a tutto il suo gruppo, e di tornare nelle terre imperiali. Può così sposarsi e generare prole, l’anno successivo nasce Digenis.

Digenis segue le orme paterne ma non si innamora di alcuna donna mussulmana, bensì di una splendida donna cristiana, tenuta però segregata e ben protetta in casa dal gelosissimo padre. L’innamorato sfodera così tutto il suo charme da grande amatore. Inizia a corteggiare la fanciulla cantando sotto la sua finestra accompagnandosi con una cetra, lei si mostra dalla finestra e si innamora perdutamente dell’eroe. Così, Digenis, la convince a scappare e la rapisce in una notte stellata. Appena il padre si accorge che sua figlia è sparita, assieme ai suoi figli maschi, rincorre i due fuggitivi e li raggiunge. Digenis non mostra paura ed impavido li affronta e li vince sconfiggendoli tutti. Al padre non resta che riconoscere l’amore della figlia e le intenzioni dell’eroe.

Il romanzo però non termina qui, anzi, si infittisce di interessantissimi aneddoti e la narrazione diventa sempre più avvicinante. Ora che l’eroe ha ottenuto la sua bella la deve difendere dalle mille avversità e da diversi pericoli. D’altronde il confine non è luogo di pace e di tranquilla, anzi è località irta di ostacoli e bramosa di vite umane. Digenis dimostra tutto il suo valore vincendo subito un drago che per l’occasione si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’acrita vince uccidendolo con un colpo di clava, ma la vita di frontiera non permette sogni tranquilli. I due, mentre cantano il loro amore, vengono sorpresi da un gruppo di predoni. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta.

La donna, in questo ambiente, è il centro di tutto il nucleo narrativo. Il possesso, il ratto, la difesa di essa è il fulcro dell’onorabilità dell’eroe o del guerriero. Digenis però non si limita solo a questo. Anzi, non contento della sua vita famigliare tradisce l’amata per ben due volte. La prima esperienza si concreta poco dopo il matrimonio, con una donna araba appena vista vicino ad una fonte in pieno deserto. La donna è così bella che Digenis crede di cadere in un tranello del demonio e si fa il segno della croce. Una volta vinte le sue paure si avvicina ed inizia ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto. Lei è così triste per problemi di cuore, si è innamorata di un soldato romeo che dopo tre giorni di passione l’ha abbandonata in mezzo al deserto senza lasciarle nulla per vivere. Mentre la ragazza racconta le sue vicende, ecco che giunge un gruppo di predoni arabi con l’intento di uccidere entrambi. A quel punto Digenis, rimasto in incognito, sfodera tutta la sua baldanza guerriera e sconfigge velocemente i nemici. L’eroe è così costretto a rivelarsi e promette alla donna di portarla dal suo amante e di costringerlo poi a sposarla. Ma il richiamo fisico è troppo forte, durante il tragitto, Digenis, pur respinto a forza dalla dama, la violenta. Una volta ricondotta la donna dal suo amante romeo e dopo averlo costretto a sposarla torna verso casa con il cuore ricolmo di sensi di colpa, mostrando ancora una volta la sua psicologia ambivalente. Da un lato costringe il suo rivale in amore ad accettare il matrimonio affermando così il suo codice etico cristiano, da un altro dimostra la sua codardia nel non rilevare all’uomo la violenza perpetrata a danni della sua futura moglie.

Eppure anche quest’azione non placa la sua voglia di primeggiare. L’animo del nostro eroe non è mai, infatti, domo, tutt’altro esso è un vortice di passioni inconsulte che sfociano sempre in combattimenti fisici. Quando, nel suo quotidiano controllo delle frontiere, trova un gruppo di predoni, si scaglia con tutta la sua forza contro di loro e li stermina velocemente. Mentre sta finendo gli ultimi avversari vede apparire il loro capo: l’amazzone Maximò che lo sfida a duello. Lo scontro è alla pari, nessuno dei due duellanti pare vincere, fino a quando Digenis riesce a ferire la mano dell’avversaria facendole perdere la spada. A quel punto Maximò supplica il nostro eroe di non ucciderla offrendosi, ancora vergine, all’acrita. Digenis rifiuta in prima battuta, affermando di avere già una bella moglie a casa che lo attende, ma la vista dell’amazzone, coperta solamente di un vestito simile ad una ragnatela, lo fa avvampare  e l’unione fisica si concretizza ancora una volta. Intanto la moglie, insospettita dal ritardo, chiede a Digenis i motivi di tale fatto ma lui dimostra una grande abilità oratoria e riesce a convincerla usando parole dolci. Poi però il senso della vergogna diventa irresistibile, l’eroe torna sul luogo del misfatto e uccide l’amazzone.

In conclusione, si può affermare che il Digenis è un campione anarchico che vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. La sua fiamma ardente è votata alla battaglia, materia in cui eccelle, anzi ne è il campione, ma senza la sua controparte fisica, ossia l’amore biblico verso le donne che in precedenza aveva difeso e quindi conquistato, il suo temperamento non avrebbe pace. Non avendo capi non ha neppure un codice morale né un codice etico, il suo comportamento è legato al luogo in cui risiede, una sorta di limbo dove tutto può accadere senza avere grosse conseguenze.  Essendo lui stesso emblema di quella terra ne respira e ne vive le contraddizioni più vere e sincere. L’arcaico tipo di guerriero della frontiera si fonde così, come dice giustamente Maltese, nella più recente epica cristiana mantenendo però le contraddizioni di questi due mondi completamente diversi.

autore: NICOLA BERGAMO

Digenis Akritas, Poema anonimo bizantino, traduzione a cura di P. Odorico, prefazione di E. V. Maltese, Giunti Firenze 1995.

Nicola

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