Eudocia, Augusta, Imperatrice, Poetessa

Pertanto come segnale di una vittoria che era stata raggiunta attraverso il favore divino dai Romani, molti, che erano illustri per la loro eloquenza, composero panegirici in onore dell’imperatore, e li recitarono in pubblico. Pure la stessa imperatrice scrisse un poema in versi eroici: ella infatti aveva un ottimo gusto letterario; essendo la figlia di Leonzio, sofista d’Atene, era stata istruita in ogni tipo di conoscenza da parte di suo padre; il vescovo Attico l’aveva battezzata poco tempo prima del suo matrimonio con l’imperatore, e le aveva quindi dato il nome cristiano di Eudocia, mentre quello pagano era Atenaide”.

(Socrate di Costantinopoli, Storia Ecclesiastica, VII, 21, 8).

Vita

Origini e primi anni sul trono

La futura imperatrice Eudocia nacque ad Atene intorno al 400 d.C. da una famiglia di ambiente pagano. Il padre, Leonzio (retore allora famoso in città), le impose il nome di Atenaide; sempre dal colto padre la bambina ricevette un’accurata educazione letteraria, studiando i testi classici e divenendo in breve tempo ella stessa dottissima.

Rimasta orfana, Atenaide ebbe problemi con l’eredità che le era contesa dai suoi fratelli (Valerio e Gessio); per dirimere la questione, la ragazza si recò a Costantinopoli da suo zio Asclepiodoto. In quei giorni, ma qui la storia diventa leggenda, l’imperatore Teodosio II aveva deciso di prender moglie, chiese pertanto a sua sorella Pulcheria di trovargli una sposa, unica richiesta che fosse bellissima. La principessa Pulcheria organizzò un vero e proprio concorso di bellezza (il secondo del genere dopo quello organizzato per procurare la moglie a suo padre Arcadio), furono convocate tutte le più belle fanciulle dell’Impero, ma nessuna soddisfece i requisiti richiesti. Proprio durante questi eventi, Eudocia giunse a Palazzo per discutere del suo caso; la sua bellezza, eleganza, castità ed eloquenza la fecero notare da Pulcheria e da Paolino, il magister officiorum, che decisero che la ragazza sarebbe stata un’ottima moglie per l’imperatore. Prima di convolare a nozze, la fanciulla fu istruita nella fede cristiana dal vescovo di Bisanzio, Attico, che la battezzò con il nome di Elia Licinia Eudocia (i due nomi dell’imperatrice, quello pagano e quello cristiano, sono altamente simbolici. Se Atenaide si ricollega ad Atena, dea protettrice di Atene, il nome Eudocia si richiama ad un passo del Salmo 50 (51), 20: “Signore rallegra Sion con la tua buona volontà [in greco Eudokìa]”). Così, il 7 Giugno del 421, la bellissima Eudocia sposò l’imperatore Teodosio II.

Le nozze sembravano le migliori possibili, i due sposi avevano molto in comune, ad iniziare dagli interessi culturali. Sotto la tutela di sua sorella Pulcheria Augusta, che reggeva il trono dal 414, e che aveva un’ampia cultura (parlando inoltre sia greco sia latino), l’imperatore crebbe in un clima molto religioso (Pulcheria si era votata alla castità, spingendo anche le altre due sorelle allo stesso passo) ma imbevuto di cultura: divenne esperto di greco, latino, astronomia, matematica, scienze naturali ed altro; disegnava e dipingeva, giungendo anche a miniare i manoscritti in suo possesso. Il sovrano era dotto ed altrettanto devoto (digiunava due volte a settimana e discuteva con i teologi), purtroppo aveva un carattere debole e per questo fu sempre succube dei suoi potenti ministri e della stessa sorella.

Nel 422 si concluse la guerra tra l’Impero ed i Persiani, nell’euforia generale, Eudocia compose un poema epico che commemorava la vittoria militare del marito e si fece notare per la sua bravura. Sempre in quell’anno la coppia imperiale ebbe la prima figlia, Licinia Eudossia; il 2 Gennaio del 423 l’imperatrice ricevette il titolo di Augusta.

Nello stesso anno giunse a Bisanzio Galla Placidia, zia di suo marito e sorella dell’imperatore d’Occidente Onorio. Il sovrano s’era spento a Ravenna, subito dopo un usurpatore, Giovanni, aveva occupato il trono costringendo Galla, ed i figli Onoria e Valentiniano a fuggire ad Oriente. Alla corte di Bisanzio non sembrò vero d’estendere la propria influenza anche sull’Occidente, quindi Teodosio fece fidanzare la sua figlioletta con Valentiniano, di cinque anni, e s’impegnò a ricollocare il nipote sul trono. Dopo aver respinto gli emissari di Giovanni, un corpo di spedizione, guidato da Ardaburio e dal figlio Aspar, salpò per l’Occidente, occupò l’odierna Spalato ed alla fine riuscì ad entrare a Ravenna. Giovanni fu catturato e trasferito ad Aquileia dove Galla Placidia, tornata dall’Oriente, lo fece uccidere (Maggio o Giugno 425). Conclusa la guerra, Valentiniano III divenne imperatore a Roma per mano del magister officiorum d’Oriente, in rappresentanza di Teodosio che era malato.

Questi anni videro una grande attività edilizia nella Capitale, spesso promossa da Pulcheria. Ad Eudocia, invece, si deve la prima fondazione della basilica di San Polieucto, restaurata ed abbellita nel secolo seguente dalla sua discendente Anicia Giuliana; nel 425, per suo impulso, Teodosio II rifondò l’Università di Costantinopoli (creata da Costantino I, era stata trasferita in Campidoglio da Costanzo II, mentre Giuliano l’Apostata l’aveva fornita di una grande biblioteca, nel corso degli anni però l’istituzione aveva perso d’importanza); furono aperte dieci cattedre di grammatica latina e dieci di greca, oltre a cinque corsi di retorica greca, tre di latina, due di diritto ed una di filosofia.

Anche Atene usufruì della generosità della sovrana, presso l’agorà ateniese fu eretto un importante edificio, probabilmente la residenza dei dignitari imperiali, nei suoi pressi fu eretta anche una chiesa e fu innalzata una statua ad Eudocia con un’epigrafe di dedica a nome del marito.

Negli anni seguenti l’imperatrice diede incarichi di prestigio ai suoi familiari, suo zio Asclepiodoto divenne prefetto del Pretorio d’Oriente e poi console, suo fratello Valerio fu, tra le altre cose, console e magister officiorum, mentre l’altro fratello, Gessio divenne prefetto dell’Illirico, mentre la sovrana strinse rapporti d’amicizia con Ciro di Panopoli, anch’egli poeta ed uomo di lettere.

Crisi religiose e pellegrinaggio

Parallelamente a questi eventi, si assistette ad un progressivo degradamento dei rapporti tra Eudocia e suo marito. La sovrana aveva assunto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti di Pulcheria, che dominava incontrastata a corte dal 414. Momento culminante fu il 428; in quell’anno Teodosio promulgò il suo famoso codice in collaborazione con Valentiniano III, poi s’aprì un grave problema religioso.

Il patriarca di Bisanzio, Nestorio, negava alla Vergine il titolo di “Madre di Dio”, riconoscendole solo quello di “Madre di Cristo”; si veniva così a dare un maggior risalto alla parte umana di Cristo rispetto a quella divina. Contro Nestorio insorse il patriarca di Alessandria, Cirillo, che s’appellò al sovrano. Teodosio, in accordo con la moglie, avrebbe appoggiato Nestorio, ma Pulcheria si disse concorde con Cirillo, si giunse così allo scontro tra le due donne, scontro di potere ammantato di disputa religiosa. Per porre fine al caos, l’imperatore convocò un Concilio ad Efeso; nel 431 il Concilio diede ragione a Cirillo condannando Nestorio. In quelli stessi anni, una nuova eresia nacque sotto la guida di Eutiche, archimandrita di Bisanzio. Questa nuova corrente era l’opposto di quella di Nestorio e riconosceva in Cristo una sola natura, quella divina. Nuovamente le due donne del Palazzo si schierarono su fronti contrari, Pulcheria difendeva l’ortodossia duofisita, Eudocia si schierò con le idee di Eutiche che diedero vita al monofisismo.

Nel contempo la sovrana diede alla luce altri due figli Flaccilla (nel 431) ed Arcadio, che però morì in tenera età.

Il 28 Ottobre 437 si ebbe un momento di gloria per la sovrana, sua figlia Eudossia sposava finalmente il suo fidanzato, l’imperatore d’Occidente Valentiniano III, giunto per l’occasione a Costantinopoli. Concluse le nozze l’imperatrice, per sciogliere un voto, decise di compiere un pellegrinaggio in Terrasanta, sulle orme di S. Elena; accompagnata dalla devota Melania, Eudocia giunse nel 438 ad Antiochia dove fu ricevuta in Senato. I rappresentanti cittadini le rivolsero un caloroso benvenuto a cui ella rispose con un elegante discorso di cui parleremo dopo; la sovrana s’innamorò perdutamente della città, fece ampliare le mura di cinta e restaurare le terme di Valente, la cittadinanza, grata, le eresse una statua davanti al museo. Poi la sovrana si recò a Gerusalemme, qui trovò varie reliquie (i resti del protomartire Stefano e le catene con cui San Pietro era stato imprigionato in città); nel 439, carica di tali santi simboli, Eudocia tornò a Bisanzio deponendole nell’oratorio di San Lorenzo (metà delle catene furono poi donate a sua figlia Eudossia che le pose in San Pietro in Vincoli a Roma); sempre nel 439 la sovrana riuscì a dare la prefettura al suo amico Ciro di Panopoli, sembrava che la sovrana fosse tornata nelle grazie del marito. Ma la cosa durò poco. Il 441 vide la presa del potere da parte di un oscuro figuro, l’eunuco Crisafio, questi voleva ottenere il controllo completo sul debole imperatore e per far ciò s’impegnò ad allontanare la moglie e la sorella di Teodosio. Pulcheria uscì improvvisamente di scena ritirandosi a vita privata (Crisafio spinse l’imperatore a congedare la sorella), quindi l’imperatrice fu accusata di adulterio con Paolino, il magister officiorum; una storia molto romanzata ci riferisce tutto.

Scandalo a Palazzo e l’esilio

Un giorno Paolino avvisò l’imperatore di non potersi recare in chiesa perché malato. Durante la strada Teodosio ricevette in omaggio una bellissima mela di Frigia e ne fece dono alla moglie. Eudocia, sapendo che l’amico Paolino era malato, gli inviò la mela. Paolino decise di inviare il frutto a Teodosio. L’imperatore rimase stupito nel vedere la mela che egli aveva donato alla moglie essergli offerta da Paolino e convocò la consorte. Quando egli le chiese dove fosse la mela, Eudocia disse d’averla mangiata, il sovrano le mostrò il frutto e così credette alle voci sull’adulterio della moglie. Paolino cadde in disgrazia ed andò in esilio a Cesarea di Cappadocia dove fu ucciso per ordine del sovrano poco tempo dopo, Ciro di Panopoli perse il suo incarico. A questo punto Eudocia chiese il permesso di partire per Gerusalemme; intorno al 442 la sovrana giunse nella Città Santa. Si vede chiaramente la poca affidabilità del racconto, la stessa mela, proveniente dalla Frigia, dove si collocano gli eventi della guerra di Troia, e la bellezza della sovrana a cui la mela è regalata, dimostrano che il racconto “attualizza” il mito di Paride, Elena e della mela della discordia (al richiamo mitico, inoltre, si affianca il ricordo della mela del peccato mangiata da Eva. Si potrebbe intravedere, a questo punto, una contrapposizione tra l’imperatrice, novella Eva, e Pulcheria, perpetuamente vergine, come la Madonna); in verità non sappiamo quali gravi motivi costrinsero all’esilio l’imperatrice e condannarono a morte Paolino (forse erano davvero amanti), ma si può pensare che i contrasti tra i cortigiani di Eudocia e Pulcheria (e la lotta per decidere chi dovesse controllare il debole imperatore) siano alla base di quanto accaduto.

Nel 444, due intimi della sovrana, il prete Severo ed il diacono Giovanni, furono uccisi per ordine di Teodosio dal comes domesticorum Saturnino; secondo il comes Marcellino (Chronica, ad a. 444), Eudocia si vendicò uccidendo con le sue mani Saturnino (ma è più probabile che fu eliminato da sicari inviati dalla sovrana). Teodosio per punizione le ridusse gli appannaggi e la corte ma le lasciò il titolo di Augusta. Eudocia trascorse i suoi ultimi anni in Palestina dedicandosi all’evergetismo. Pulcheria aveva abbellito la capitale, Eudocia pensò a Gerusalemme: furono restaurate le mura cittadine, insieme a molti altri edifici che furono completati o decorati. Furono costruiti un palazzo episcopale ed un ospizio presso il Santo Sepolcro, costruì o fece ricostruire la chiesa di S. Giovanni Battista, di S. Sofia al Pretorio, di S. Pietro al Palazzo di Caifa, la chiesa di Siloe e quella all’uscita del canale di Ezechia. Nei dintorni di Gerusalemme fondò un monastero presso il santuario di S. Stefano protomartire (edificio ricostruito da lei ex novo nel 455), un ospizio per anziani presso la chiesa di S. Giorgio martire, la torre fortificata di Muntar, la chiesa e la piscina di S. Pietro a 20 stadi dalla laura di S. Eutimio, l’ospizio di S. Stefano presso la spiaggia di Jamnia, il monastero di Romano presso Kefar Turban ed il monastero di S. Stefano presso Gerico.

Nel 449 un Secondo Concilio di Efeso aveva riconosciuto valida la tesi di Eutiche (questi era il maestro spirituale dell’eunuco Crisafio che allora controllava Teodosio II) ma non era stato accolto dalla Chiesa d’Occidente; il 28 Luglio del 450 Teodosio II morì, sul trono salì sua sorella Pulcheria, ritornata dal ritiro, che per l’occasione sposò il generale Marciano (sebbene la sovrana rimanesse legata al suo voto di castità). Sotto gli auspici dei nuovi sovrani, ferventi ortodossi, si riunì, nel 451, un nuovo Concilio a Calcedonia che riconobbe eretico il monofisismo annullando il II Concilio di Efeso, Eutiche fu inviato in esilio in Siria, mentre Crisafio fu giustiziato. Nel Luglio del 453 anche Pulcheria Augusta morì; suo marito la seguì il 26 Gennaio 457 mentre il trono passava al tribuno Leone I.

Eudocia assistette a tutti questi eventi dal suo ritiro in Terrasanta, scrivendo, molto probabilmente, la maggior parte delle sue opere; dopo aver difeso il monofisismo, la sovrana tornò all’ortodossia per le preghiere del fratello Valerio, della figlia Eudossia e di papa Leone I Magno. Si prodigò allora per placare i monaci ribelli di Palestina contro il loro vescovo e per far tornare gli eretici monofisiti nel seno della Chiesa.

Elia Licinia Eudocia si spense il 20 Ottobre 460 d.C. e fu sepolta nella basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, chiesa che ella aveva abbellito; per testamento lasciò i suoi beni alle sue fondazioni religiose affinché potessero provvedere al proprio mantenimento ed alle attività religiose. La città la ricordò come la “Seconda Elena”, mentre la Chiesa ortodossa la venera come santa il 13 Agosto di ogni anno.

La produzione letteraria

L’imperatrice scrisse molto. Fu la prima sovrana dell’Impero a dedicarsi in modo così intensivo alla letteratura; donna di grande cultura, ebbe, come detto, un ruolo importante nella vita di corte, spingendo il marito a rifondare l’Università di Costantinopoli nel 425 e divenendo ella stessa prolifica scrittrice. Per quanto ne sappiamo compose solo opere in versi e furono solo esametri; si riallacciò così alla grande tradizione epica greca che aveva avuto in Omero il suo capostipite. Proprio Omero divenne il modello e la fonte della poetica di Eudocia.

Le opere perdute

La più antica opera sembra il poema celebrativo per la vittoria di suo marito Teodosio II sui Persiani, composto nel 422. Del testo si sa molto poco, in pratica quanto riferisce lo storico Socrate.

Al viaggio della sovrana verso Gerusalemme del 438-439 risale un altro testo, l’elogio della città di Antiochia che aveva accolto l’imperatrice in modo magnifico; dell’opera rimane solo un verso, ispirato ad Omero [1], e citato da Evagrio di Epifania [2]. Lo storico ricorda che il verso (“Io mi vanto d’essere della vostra razza e del vostro sangue”), concludeva il discorso e faceva cenno alle colonie fondate dai Greci nel mondo ed al legame che quindi univa l’ateniese Eudocia agli abitanti della greca Antiochia (seppure sia solo questo il significato. Notoriamente Antiochia era luogo di grande cultura, i Seleucidi vi avevano fondato una biblioteca che doveva gareggiare con quella più famosa di Alessandria; non stupirebbe quindi se la frase pronunciata dalla sovrana volesse indicare il legale culturale che univa lei, Ateniese, con gli abitanti della dotta Antiochia). Il fatto che il discorso si concludesse con un verso di reminiscenza omerica, cosa che non sorprende data la predilezione di Eudocia per il grande poeta cieco, oltre al resto della produzione letteraria della dotta sovrana, fa supporre che tutto l’elogio fosse in versi (sebbene altri studiosi pensino che fosse in prosa).

Probabilmente al periodo del secondo ed ultimo soggiorno a Gerusalemme risalgono le altre opere, sia quelle perdute che quelle pervenute. Alla prima categoria appartengono le due metafrasi citate dal patriarca Fozio che dà un giudizio entusiasta nel modo di comporre della sovrana. Il patriarca ricorda infatti due opere, la Metafrasi dell’Ottateuco in otto libri e la Metafrasi del profeta Zaccaria e del profeta Daniele. Queste opere, forse composte ad uso scolastico, ricreano in versi i primi otto libri della Bibbia (da Genesi al libro di Ruth) ed i libri dei profeti Daniele e Zaccaria [3].

Di queste opere, per noi perdute, diede, come già detto, un giudizio entusiasta il patriarca Fozio che ancora le leggeva nel IX secolo: “L’opera, per quanto consentito dal metro eroico, è chiara come nessun’altra e mostra una profonda padronanza delle regole della tecnica compositiva; l’autrice ne trascura una sola, ma questo si traduce in un merito grandissimo per chi voglia parafrasare con la massima fedeltà un testo: non si sforza infatti, usando la libertà concessa ai poeti, di blandire le orecchie dei giovani alterando la verità dei racconti fantastici, né svia con digressioni l’ascoltatore dal tema principale, ma traspone in versi la prosa dell’Antico Testamento in modo così calzante che chi ha familiarità con la Metafrasi non ha alcun bisogno di confrontare il modello. Eudocia, infatti, riproduce i concetti conservandone sempre la pienezza, senza dilatazioni o riduzioni, e, fin dove è possibile, mantiene la più stretta aderenza, anche lessicale al modello” [4].

Subito dopo Fozio ricorda che, ad inizio del libro, si trovava la seguente intestazione (che era poi ripetuta anche nei libri di Giosuè e dei Giudici):

Questo libro sulla giustizia divina, povera copia di un altro, portò a compimento Eudocia imperatrice, figlia di Leonzio, di illustre famiglia”.

Le opere pervenute

Oltre ad una breve iscrizione in esametri (16 versi) scoperta di recente e dedicata alle terme di Gadara di Palestina ed un’iscrizione in trimetri giambici trovata in Paflagonia alla fine del XIX secolo (in cui si ringrazia S. Stefano per la miracolosa guarigione da una brutta slogatura ad un piede), che però non è certo sia produzione della sovrana, (l’ultimo rigo reca delle parole abbreviate che sono state sciolte in: “L’imperatrice Eudocia offre il 15 Targhelione” [5] nel qual caso sarebbe l’unico testo non in esametri opera della sovrana), il nome di Eudocia è legato ai Centoni omerici ed alla Storia di San Cipriano.

I Centoni omerici

Il centone è un’opera poetica creata da un autore che usa esclusivamente versi composti da altri poeti; la quasi totalità dei centoni, sia latini sia greci, è stata prodotta durante l’età imperiale usando versi di Virgilio, in latino, ed Omero, in greco (sebbene si trovino esempi anche con testi di Ovidio ed Euripide). Con l’avvento del Cristianesimo il centone, che aveva prima tema pagano, fu piegato a narrare eventi legati alla nuova fede. Mentre il centone latino vide una pluralità di autori ed occasioni, il centone greco è legato quasi esclusivamente (tranne poche eccezioni) all’attività poetica di Eudocia.

Il cronista Giovanni Tzetze (Chiliadi, X, 306) sostiene che tutti i centoni omerici di carattere cristiano siano opera di Eudocia. Questo è in effetti inesatto, uno dei codici che contiene i centoni ci informa che i testi erano opera del vescovo Patricio, del filosofo Ottimo (V/VI secolo), di Eudocia Augusta e del vescovo Cosma di Gerusalemme (VIII secolo). L’Antologia Palatina [6] riporta un epigramma di ventotto versi (posto in testa al libro dei centoni) in cui un poeta parla dei centoni cristiani del prete Patricio dandone un sommario riassunto (una testimonianza posposta allo stesso epigramma afferma che il compositore del testo è lo stesso Patricio, che riceve il titolo di vescovo, sebbene alcuni attribuiscano la paternità dell’epigramma ad un certo Eufemio e pensino che Patricio si limitò a porre il componimento in testa alla silloge centonaria). Si riconosce in Patricio un vescovo dello stesso nome ricordato da Giovanni Zonara come compositore di centoni omerici, altri vi vedono il padre del filosofo Proclo e lo datato a cavallo tra IV e V secolo. Chiunque sia questo Patricio è certo che scrisse poco prima di Eudocia dal momento che la sovrana ne rimaneggiò i centoni e ne aggiunse altri di sua produzione. Attualmente si conservano sotto il nome di Eudocia 50 componimenti. Come detto, l’imperatrice non è l’unica autrice dal momento che altri (tra i quali Ottimo e Cosma), hanno rimaneggiato i testi. Ogni centone ha il proprio titolo e riferisce un evento dei Vangeli, i vari manoscritti che conservano l’opera presentano però un problema; molti centoni sono stati uniti o divisi, spesso arbitrariamente, da una copia all’altra, questo ha portato ad avere redazioni diverse per lunghezza e numero di centoni a seconda del manoscritto seguito (a causa di questo in alcune edizioni si trovano 95 centoni, in altre 60, in altre ancora 41).

Secondo studi recenti, nei centoni di Eudocia si possono riscontrare fino a cinque redazioni diverse, due lunghe e tre brevi. La prima lunga, databile intorno alla metà del V secolo, ed attribuita ad Eudocia, consta di circa 2350 esametri, alcuni di dubbia autenticità, ed è frutto della rielaborazione dei centoni del vescovo Patricio. Anche la seconda redazione, composta di circa 2000 versi, dovrebbe essere frutto dell’attività dell’imperatrice. Le tre redazioni più brevi, invece, sono probabilmente opera di un grammatikos che avrebbe allestito l’edizione per i propri studenti accorciando l’opera di Eudocia.

In tali centoni, senza alcun legame fra di loro, che non sia quello della successione cronologica, vengono svolti, con versi ed emistichi tolti dall’Iliade e dall’Odissea, i principali episodi del Nuovo Testamento (dalla missione di Cristo fra gli uomini, argomento del I centone, all’assunzione della Vergine, argomento dell’ultimo)” [7].

Il nucleo fondamentale consiste nel racconto dei miracoli compiuti da Gesù fra gli uomini; inoltre particolarmente memorabili sono i delicatissimi versi di forma omerica, ma di sensibilità tutta bizantina, dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla Vergine o i versi finali che, escatologicamente, proiettano il lettore in una dimensione apocalittica di ricompensa futura per i giusti e di punizione eterna per i malvagi” [8].

Sebbene i testi non siano esenti da mende metricoprosodiche e sintattiche, “ciò che più sorprende è la notevole capacità che Eudocia mostra nel sapere adattare i versi omerici a situazioni, ad episodi, a scene, a personaggi non-omerici, ed in generale non-pagani; avviene così che la lingua omerica, tanto ricca di formule fisse e d’epiteti esornativi, dia veste e tono epico al contenuto cristiano, ricevendone a sua volta un soffio di poesia evangelica” [9].

Non c’è accordo sullo scopo e sulla data di composizione di questi componimenti, la maggioranza degli studiosi li vuole scritti durante l’esilio, ma alcuni hanno supposto che i centoni furono composti da Eudocia per ammaestrare le figlie, se così fosse si dovrebbero datate al periodo bizantino della sovrana e non all’esilio in Terrasanta.

La Storia di San Cipriano

La seconda opera di Eudocia pervenuta è la vita del martire Cipriano di Antiochia scritta in esametri in tre libri. Cipriano era un illustre e potente mago che, con l’appoggio di Satana, compiva miracoli. Giunto ad Antiochia gli fu richiesto di piegare la vergine Giusta ai turpi voleri di un suo spasimante. Il mago, nonostante l’aiuto del diavolo, fu vinto dalla fede della ragazza, rinnegò il male e si convertì divenendo vescovo di Antiochia. Durante la persecuzione di Diocleziano, sia Cipriano sia Giusta (da Cipriano ribattezzata Giustina) subirono il martirio.

Alla vita di Cipriano s’ispirarono anonimi scrittori che composero tre opere sul santo, narrando la sua lotta contro Giusta e la sua conversione (nella Conversio Cypriani), la sua vita da peccatore (Confessio Cypriani) ed il suo martirio (nella Passio Cypriani et Iustinae). Queste opere furono scritte nel IV sec., Eudocia le usò come base per la sua versione in versi.

La Vita di Eudocia ricalca perfettamente la tripartizione dei testi in prosa; il I libro narra la lotta di Cipriano per domare la vergine Giusta e giunge fino alla sua nomina a vescovo di Antiochia, il II si presenta come il racconto che Cipriano fa della sua vita di peccatore, il III descrive il suo martirio. Il poema non ci è giunto completo, anzi fino al XVIII secolo dell’opera, nota attraverso il riassunto composto da Fozio, non si preservava alcun passo. Nel 1760 fu scoperta un’ampia parte del testo (i versi 100 – 421 del I libro ed i versi 1 – 479 del secondo), nel 1982 fu scoperta la prima parte dell’opera (versi 1 – 99 del I libro). Il resto (fine del II libro e tutto il III) è andato perduto. Il sunto che ne dà il patriarca Fozio ci permette di conoscere per somme linee lo svolgimento della sezione perduta.

Ci si è molto domandati perché Eudocia si dedicò alla stesura di un poema su un oscuro martire antiochieno (tanto oscuro che già nel 379 Gregorio di Nazanzio, componendo un’omelia su Cipriano, fonde gli eventi che riguardano il martire di Antiochia con quelli del più famoso vescovo di Cartagine). Molti hanno visto questa scelta come un omaggio ad Antiochia che tanto calorosamente aveva accolto la sovrana (lo dimostrerebbe il sentito saluto alla città che l’imperatrice le rivolte nei versi 11-14 del I libro della Vita).

Lo stile

Eudocia è un’abile poetessa, sia i centoni, nonostante i loro limiti, sia la Storia di San Cipriano, dimostrano la sua bravura nel comporre versi. Sia che si debbano riunire versi omerici, sia che Omero risulti essere solo l’ispiratore, l’imperatrice dimostra ampia e profonda conoscenza dei poemi omerici che costantemente cita ed usa come modelli.

Tuttavia Omero non è modello unico ed esclusivo: una parafrasi omerizzante come la Storia di Cipriano non è vincolata alle rigide leggi compositive che caratterizzano i centoni. Perciò Eudocia non è costretta a limitare il suo vocabolario al serbatoio, pur amplissimo, dei poemi omerici: essa può attingere, ed infatti attinge, a tutta la grande tradizione della poesia epica, da Esiodo al Tardoantico, passando attraverso la lezione dei maestri ellenistici, Callimaco ed Apollonio Rodio su tutti. In sintesi, la poesia eudociana è strutturalmente omerica per lingua, lessico e metro, ma Omero è filtrato attraverso la sensibilità alessandrina ed il carattere erudito dell’epos tardoantico” [10].

Un esempio su tutti; l’aggettivo antitheos è usato da Omero per indicare l’eroe epico “uguale al dio” (Aiace nell’Iliade, X, 112, Odisseo nell’Odissea, IV, 741, etc.). Eudocia abilmente gioca con il significato apportando un ribaltamento semantico: visto che “anti” significa sia “uguale, pari a” ma anche “contro”, la sovrana intende antitheos non più “uguale al dio” ma “contrario a Dio” e quindi chiama antitheos prima il padre di Giusta che le vuole far adorare gli dei (I, 54) e poi lo stesso Diavolo che è l’antidio per antonomasia (I 189 e 278).

Ma Omero non è solo. La presenza di termini ignoti ad Omero ed Esiodo, ma presenti nella poesia lirica, nella tragedia e nella commedia, dimostrano una chiara impronta poetica non-epica. Si presentano anche vocaboli ricorrenti in testi della prosa classica e post-classica, nonché tipici della prosa biblica e cristiana. Libera dalle catene impostele dal genere centonario, Eudocia fa sfoggio della sua enorme cultura, sia pagana (sicuro retaggio delle lezioni impartitele da suo padre), sia cristiana, che, sebbene più recente (rispetto alla parte pagana appresa da bambina), la sovrana dimostra di padroneggiare molto bene. Tanto bene da essere in grado di creare neologismi semantici, come quello già citato; spiccano soprattutto i frequenti unicismi che possiamo attribuire alla creatività linguistica di Eudocia stessa (si contano almeno 47 hapax legomena nel poemetto).

La lexis eudociana si caratterizza come un tesoro multicolore, una lingua caleidoscopica, le cui infinite possibilità combinatorie costituiscono senz’altro una delle principali attrattive del poemetto. Eudocia governa con maestria il suo raffinato lusus, armonizza ingegnosamente stili e registri linguistici diversi, risemantizza sapientemente in chiave cristiana il composito lessico che riusa, creando quale prodotto finale un inedito pastiche, complesso e fascinoso al tempo stesso” [11].

Confrontando le tre opere in prosa, modello del poema, si vede subito come Eudocia abbia abbellito con eleganti ornamenti stilistici le asciutte descrizioni delle sue fonti, l’aggettivazione lussureggiante è un elemento caratteristico del modo di comporre della sovrana in linea con il gusto dell’epoca e del suo massimo rappresentante, Nonno di Panopoli.

In linea generale, dobbiamo pensare che Eudocia, in alcuni luoghi del poemetto, abbia ritenuto essenziale integrare il dettato del modello con precisazioni e particolari per lei importanti nell’economia del contesto: è il caso dei versi in lode di Antiochia, che suonano come un sentito atto di omaggio nei confronti di una città che Eudocia aveva singolarmente cara” [12].

Come abbiamo già visto, Eudocia gioca con la lingua. Dio è “anax (signore), ma lo è anche il Diavolo (I, 101, 225, etc.); quest’ultimo è “pheristos” (sommo, I, 130), ma lo è anche Dio (I, 185 e 275). Entrambi si manifestano a Giusta con gli stessi sintomi, fuoco e febbre ed identica è la reazione della ragazza, “lessicalmente descritta come un eros fisico, una passione carnale, sublimata tuttavia immediatamente nell’amore spirituale di Cristo” [13].

Alcuni hanno visto in questa continua ambivalenza, delle tracce di gnosticismo e neoplatonismo (che non sorprenderebbero vista la sua educazione pagana in una città, Atene, sede della scuola neoplatonica, e il suo continuo avvicinarsi alle eresie della sua età), che possono provare quanto sia complessa e multiforme la chiave di lettura del poemetto.

Fortuna

L’attività poetica di Eudocia non godette di molta fortuna, le Metafrasi furono celebrate dal patriarca Fozio ma sono andate perdute, come perduto è il poema sui Persiani. I centoni sono stati quasi dimenticati dagli studiosi moderni, mentre la Storia di San Cipriano è pervenuta mutila ed in un solo manoscritto. Impellizzeri dedica alla sovrana poche righe: “Si ha notizia di un poema Persica composto da Atenaide-Eudocia, la moglie dell’imperatore Teodosio II, per celebrare le vittorie del consorte sui Persiani” [14].

Oltre alla profonda sapienza che pervade la Storia di Cipriano, i centoni dovrebbero rivestire un profondo interesse per gli studiosi; con i loro versi omerici rappresentano una tradizione diversa dei poemi di Omero, permettono di dimostrare l’enorme fortuna che Iliade ed Odissea avevano ancora nel V secolo e consentono di scoprire varianti dei versi assenti nella tradizione manoscritta dei poemi omerici. Sarebbe utile studiare approfonditamente queste opere per capire che edizione dei poemi di Omero leggessero al palazzo imperiale di Bisanzio nel V secolo e quanto questa differisse dalla versione che ci è stata tramandata dai manoscritti, che risalgono al massimo al IX secolo. Questo aprirebbe non solo una finestra sulla poesia centonaria di Eudocia ma anche sull’Iliade e l’Odissea nel Tardo antico, fornendo al contempo un utile strumento di studio ai filologi interessati ad Omero.

Purtroppo questo lavoro non è stato ancora compiuto. Nessuno studioso, nel pubblicare la propria edizione critica dei poemi omerici, ha utilizzato l’opera di Eudocia come fonte.

Solo di recente si è riacceso l’interesse verso i centoni dell’imperatrice: in questi anni d’inizio secolo si sta provvedendo alla pubblicazione delle varie redazioni dei centoni della sovrana [15], dando così il giusto risalto ad una pagina molto oscura della letteratura di V secolo, alla sua dotta autrice ed ai suoi legami con Omero.

autore: ANTONINO MARLETTA

Note

[1]Omero, Iliade, VI, 211; XX, 241.

[2] Evagrio di Epifania, Storia Ecclesiastica, I, 20.

[3] Fozio, Biblioteca, cod. 183, 184.

[4] Idem, pag. 314-315.

[5] C. G. Manmana, Il potere ed i suoi inganni. Nuovi modelli di comportamento nella Tarda Antichità, pag. 247.

[6] Antologia Palatina, I, 119.

[7] Osidio Geta, Medea, a cura di G. Salanitro, pag 30.

[8] G. Salanitro, La ricezione di Omero e Virgilio nel tardoantico, pag. 2.

[9] Osidio Geta, op. cit., pag. 31.

[10] Eudocia Augusta, Storia di San Cipriano, a cura di C. Bevegni, pag. 34-35.

[11] Eadem, pag. 40-41.

[12] Eadem, pag. 44-45.

[13] Eadem, pag. 46.

[14] S. Impellizzeri, Letteratura bizantina, pag. 159.

[15] Si veda il lavoro di R. Schembra sui centoni omerici.

Bibliografia

C. ANGELIDI, Pulcheria, la castità al potere, Milano 1996.

C. CAPIZZI, Giuliana, la committente, Milano 1996.

C. DIEHL, Figure bizantine, ed it. Torino 2007.

EUDOCIA AUGUSTA, Storia di San Cipriano, a cura di C. Bevegni, Milano 2006.

EVAGRIO DI EPIFANIA, Storia Ecclesiastica, a cura di

FOZIO, Biblioteca, a cura di N. Wilson, Milano 1992.

M. GRANT, Gli imperatori romani, storia e segreti, ed it. Roma 1984.

S. IMPELLIZZERI, La letteratura bizantina da Costantino a Fozio, Milano 1993.

C. G. MANMANA, Il potere ed i suoi inganni. Nuovi modelli di comportamento nella Tarda Antichità, Roma 2014.

OSIDIO GETA, Medea, a cura di G. Salanitro, Roma 1981.

G. SALANITRO, La ricezione di Omero e Virgilio nel tardoantico, appunti di lezione, Catania 2007.

R. SCHEMBRA, La prima redazione dei centoni omerici, traduzione e commento, Alessandria 2006.

R. SCHEMBRA, La seconda redazione dei centoni omerici, Alessandria 2007.

SOCRATE SCOLASTICO, Storia Ecclesiastica, in Ph. Schaff & H. Wace, Nicene and Post-Nicene Fathers of the Christian Church, volume II, Socrates & Sozomenus Ecclesiastical Histories, New York 1886.

Nicola

Author: Nicola

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