La battaglia del Monte Levunio

La battaglia del Monte Levunio 

Una volta di più, un’orda di barbari invasori calava dalle steppe oltre il Danubio. Si trattava dei Peceneghi, un popolo nomade che sin dal X secolo compiva incursioni dei Balcani, e che poteva contare come rinforzi numerosi eretici Bogomili.
Nel 1087 attraversarono la frontiera imperiale, giungendo a minacciare la stessa Costantinopoli nel 1090. Per affrontarli l’Imperatore Alessio I ricorse all’antica astuzia diplomatica di mettere le tribù barbare le une contro le altre, chiamando come alleati i bellicosi Cumani.
La battaglia decisiva ebbe luogo al Monte Levunio, presso la foce del fiume Maritsa, il 28 Aprile 1091. Per raccontarla ho scelto le intense ed epiche pagine del romanzo “La Lancia di Ferro”, di Stephen Lawhead.

Quando l’imperatore e il suo seguito raggiunsero la cima dell’altura,chiamata Levunio, la luce del sole al tramonto li colpì in pieno viso, facendo loro pensare allo splendore della vittoria. Intorno al sole un fiammeggiante incendio rosso e oro mandava un bagliore inferiore solo a quello del disco stesso. Gli uomini, temporaneamente accecati, si ripararono gli occhi con la mano, fino a che si abituarono alla luce e poterono far correre lo sguardo lungo l’oscura valle sottostante. La precarietà della loro condizione divenne evidente a poco a poco, mano a mano che scorgevano l’enorme chiazza scura in movimento che si allargava ondeggiando da nord a sud, da un promontorio all’altro, espandendosi a perdita d’occhio come una nera fiumana le cui acque ricoprivano lentamente l’intera valle di Maritsa con i loro flutti sordidi e schiumanti. Alessio rimase sgomento e silenzioso vedendo l’esercito nemico che si era raccolto nella valle: erano peceneghi e bogomili in un numero incalcolabile, tribù su tribù, intere popolazioni di barbari accorse per distruggere l’impero. E costoro non erano i nemici più strenui, quelli che reclamavano a gran voce il sangue bizantino, ma solo gli ultimi arrivati di una lunga, lunghissima teoria di orde barbariche che cercavano di arricchirsi e accrescere il proprio potere saccheggiando la leggendaria ricchezza dell’impero. Alessio, con la luce del sole morente negli occhi, contemplò lo spaventoso scenario ai suoi piedi, tornando con la mente a tutte le occasioni nelle quali aveva posato lo sguardo su un esercito nemico prima della battaglia. Negli anni l’impero aveva affrontato gli slavi, i goti, gli unni, i bulgari, i magiari, i gepidi, gli uzzi e gli avari, tutti scesi ululando dalle steppe battute dal vento del Nord; e a sud gli arabi, astuti e implacabili: prima i saraceni, poi i selgiuchidi, una razza guerriera forte e indomita, che veniva dagli aridi deserti orientali. “Signore del cielo” pensò “sono così numerosi! Dove finiscono le loro schiere?” Poi, sforzandosi di nascondere lo sgomento, esclamò: “Tanto più numeroso il nemico, tanto maggiore la vittoria. “Sia lode a Dio!”. E dopo un momento, si rivolse al cugino Dalasseno, drungarios della flotta imperiale. “Quanti cumani hanno promesso di combattere per noi?”. “Trentamila, basileus” rispose Dalasseno. “Sono accampati proprio laggiù” e indicò un gruppo di alture scoscese, sopra le quali si stava addensando una cappa di fumo. “Il mio signore desidera recarsi da loro?” Alessio scosse lentamente la testa. “No.” Raddrizzò le spalle e la schiena: “Abbiamo veduto barbari a sufficienza. Non esercitano su di noi alcun fascino. Preferiremmo parlare ai nostri soldati. E’ ora di attizzare la fiamma del coraggio, così che arda viva nello scontro”. Diede uno strattone alle redini e scese al galoppo dalla collina. Ritornato all’accampamento bizantino, ordinò a Niceta, comandante degli excubitores, di chiamare a raccolta le legioni e i reparti scelti. Mentre le truppe si radunavano, l’imperatore restò in attesa nella sua tenda, inginocchiato accanto al trono, con le mani giunte in preghiera. Quando ne uscì, il sole era tramontato e due stelle brillavano in un cielo dello stesso colore dell’ametista incastonata nell’elsa della sua spada. Per permettergli di arringare l’esercito, accanto alla tenda era stata eretta una tribuna sopraelevata, illuminata da torce accese a ogni angolo dopo il sopraggiungere della notte. Preceduto da un excubitor che portava il vessillo, l’antico labaro delle legioni romane, Alessio salì gli scalini e raggiunse la sommità della piattaforma per guardare sotto di sé l’armata di Bisanzio: forze assai ridotte rispetto al passato, ma ancora consistenti. Le ultime delle antiche e gloriose legioni erano ordinate in ranghi di fronte a lui, e i diversi reggimenti erano riconoscibili dal colore dei mantelli e delle tuniche: il rosso della Tracia, il cobalto di Opsikion, il verde della Bitinia, l’oro della Frigia, il nero di Hetairi. Ogni centuria era lì, con le lance levate e rilucenti nella penombra serotina. Erano cinquantamila, tutto ciò che restava dei migliori soldati che il mondo avesse mai veduto: il cuore di Alessio si riempì di orgoglio. “Domani combatteremo per la gloria di Dio e la salvezza dell’impero” esordì. “Combatteremo domani, ma stanotte, miei valorosi compagni, stanotte, madre di tutte le notti, ci raccoglieremo in preghiera”. Percorreva avanti e indietro l’estremità della piattaforma, con l’armatura d’oro che tremava come acqua alla fiamma delle torce. Quante volte si era rivolto alle truppe in quella medesima maniera, si chiese. Quante altre volte avrebbe dovuto esortare i suoi uomini a offrire la propria vita all’impero? Quando sarebbe finita? Santo Iddio, doveva pur esserci una fine. “Pregheremo, amici miei, per la vittoria sul nemico. Pregheremo per ottenere forza, coraggio e fermezza. Pregheremo perché la protezione del Signore sia sopra di noi e perché Egli ci rechi il Suo conforto nell’infuriare della battaglia.”. Ciò detto Alessio Comneno, l’Unto del signore, Pari dei Santi Apostoli, cadde in ginocchio, e cinquantamila dei migliori guerrieri che il mondo avesse mai veduto si inginocchiarono all’unisono con lui. Con le braccia levate al cielo, l’imperatore lanciò la sua fervida supplica verso il trono celeste. Fece risuonare la sua voce nel silenzio del crepuscolo con l’appassionata veemenza di un comandante consapevole dello spaventoso svantaggio numerico delle sue truppe, che sa di dover fare affidamento solo sul suo coraggio per spostare a suo favore l’ago della bilancia. Quando ebbe finito, la notte era calata sull’accampamento. Alessio aprì gli occhi e rimase stupefatto. Gli apparve una miracolosa visione: pareva che le stelle fossero cadute sulla terra, e che la pianura che gli stava di fronte risplendesse della gloria del paradiso. Ogni soldato aveva un lumicino di cera conficcato sulla punta della lancia; cinquantamila stelle terrestri il cui tremolante luccichio illuminava l’accampamento di un chiarore soprannaturale. Lo scintillio delle fiammelle sostenne Alessio per tutta quella lunga notte insonne e lo accompagnava ancora mentre cavalcava alla testa delle sue truppe, prima dell’alba. La cavalleria imperiale attraversò la valle di Maritsa qualche miglio a monte dell’accampamento nemico, si schierò per il combattimento e attese che spuntasse il giorno. Attaccò da est, con la luce del sole nascente alle spalle. Ai barbari confusi dal sonno parve che un esercito celeste piombasse su di loro scaturendo dal sole stesso. Alessio, sferrando un colpo rapido e preciso al ventre della bestia, condusse la cavalleria contro il centro dell’orda di peceneghi e bogomili; poi, velocemente, si ritrasse, prima ancora che i corni di battaglia potessero dare l’allarme. Dopo averli provocati, si ritirò oltre la portata delle loro fionde e dei loro giavellotti e attese che muovessero al contrattacco. Gli invasori, furibondi e assetati di vendetta, si disposero in linea per la battaglia e diedero inizio ad una faticosa avanzata. I bizantini si trovarono a fronteggiare un’enorme massa compatta e brulicante di barbari ululanti più simile a un’immensa marea umana che si riversava a ondate sul terreno che a un esercito schierato. Udirono il rombo cupo e sordo dei tamburi, che sembrava uno sbatacchiare d’ossa; l’urlo stridente degli enormi e ricurvi corvi da battaglia che ottenebrava i sensi; le grida minacciose dei guerrieri, che muovevano rapidamente contro di loro con andatura sempre più veloce. L’esibizione, l’arma più valida e sperimentata dei barbari, mirava a terrorizzare chiunque avessero di fronte; grazie ad essa avevano conquistato popoli e devastato tutto ciò su cui posavano lo sguardo. Ma i soldati bizantini non li affrontavano per la prima volta e il frastuono e la vista di quella turba urlante che si ammassava per l’attacco non li impauriva, né li confondeva; i loro cuori non erano prostrati dal terrore, né i loro sensi annichiliti dal panico. Gli Immortali- così erano chiamate le truppe scelte dell’Imperatore – osservavano la scena stringendo appena gli occhi, aumentando la pressione delle mani su lance e redini, tenendo a bada i cavalli con parole pacate e sussurrate e restarono fermi, in attesa. Con al fianco i due alfieri, uno che brandiva lo stendardo del Sacro Romano Impero d’Oriente, l’altro il vessillo dorato, Alessio fece correre lo sguardo sui suoi ufficiali, gli strateghi, che coordinavano i lunghi ranghi dei soldati, stando al centro di ciascuna ala. Si soffermò sul primo, un veterano delle guerre contro i Peceneghi, di nome Taticio, il cui ardimento e la cui astuzia spesso avevano salvato vite umane e deciso le sorti delle battaglie. L’imperatore fece un segno al suo generale, che ordinò a gran voce “Al passo!”. Le trombe lanciarono un unico, acuto squillo, e le truppe avanzarono come un sol uomo. Lo schieramento imperiale – composto da due divisioni formate da dieci reggimenti disposti su cinque file, con cento cavalieri alla testa – avanzò in ordine serrato. I cavalieri procedevano spalla contro spalla e fianco contro fianco: le loro lunghe lance tenevano a distanza i nemici e impedivano loro di usare le scuri e le mazze ferrate. Lanciata sul campo di battaglia, una carica della cavalleria non conosceva ostacoli. Al segnale di Taticio, le trombe squillarono e i cavalieri aumentarono l’andatura. L’orda barbara lanciò un grido e mosse loro incontro. Dopo cinquanta passi, le trombe suonarono di nuovo e i soldati raddoppiarono la velocità. I cavalli, addestrati al combattimento, tendevano le briglie, eccitati per lo scontro imminente; ma i cavalieri li trattenevano, in attesa del segnale di attacco. I barbari avanzavano rapidi e il frastuono delle loro grida, dei tamburi e dei corni faceva tremare la terra e l’aria, inghiottendo il tuono degli zoccoli impetuosi che divoravano il terreno. A un cenno dello stratega, le trombe squillarono ancora una volta: diecimila lance si sollevarono. I due eserciti stavano per scontrarsi e, mentre la distanza tra loro si riduceva sempre di più, le trombe diedero l’ultimo segnale: gli uomini a cavallo spronarono i destrieri e li lanciarono al galoppo. Per lo spazio di un respiro, tutto si confuse in un caos ribollente, mentre i due eserciti si abbattevano l’uno sull’altro. Il cozzare delle armi risuonò come un’esplosione e giunse fino alle colline circostanti. Diecimila barbari caddero; molti finirono calpestati dagli zoccoli ferrati della cavalleria imperiale che fecero loro schizzare i cervelli fuori dai crani; i restanti trovarono la morte sulla punta di una lancia bizantina. L’attacco portò l’imperatore e la sua guardia fin nel cuore dell’orda barbarica. Quei selvaggi guerrieri, scorgendo l’oro e la porpora degli stendardi smaglianti, si accalcarono uno sull’altro urlando per la bramosia di abbattere l’Unto del Signore. Ma Alessio, consapevole dell’enorme rischio di venire circondato, aveva istruito Taticio a dare il segnale della ritirata non appena fosse stata compiuta la carica. Come convenuto, quando, sopra le urla dei barbari, udirono gli squilli di tromba, i bizantini si disimpegnarono agilmente, battendo in ritirata sui corpi dei morti e degli agonizzanti. I barbari, vedendo indietreggiare il nemico, continuarono a spingersi avanti, correndo e gridando, totalmente accecati dalla brama di sangue. Ma il loro inseguimento li fece cadere preda di un’altra tremenda carica della cavalleria, che era stata tatticamente predisposta dall’imperatore. Dopo aver fermato la ritirata, infatti, egli aveva ordinato ai suoi uomini di far voltare i cavalli e di serrare le fila; poi, alla testa di cinquemila cavalieri, aveva scagliato la sua divisione al centro dell’orda barbarica che si avvicinava. I nemici, resi più accorti dall’esperienza precedente, cercarono di evitare di essere colpiti dalle lance e dagli zoccoli e rallentarono l’andatura, diradando i ranghi in modo da lasciare un varco ai destrieri e da atterrare i cavalieri che li avrebbero sfiorati. Ai bizantini, però, tale tattica era ben nota e non si lasciarono prendere in trappola tanto ingenuamente. La retroguardia copriva le spalle all’avanguardia, così che i barbari non solo non riuscirono a circondare il nemico, ma rischiarono di venire falciati mentre tentavano l’accerchiamento. La carica perdeva vigore; le truppe imperiali scelsero di ritirarsi proprio nel momento in cui la loro spinta propulsiva si era esaurita. Indietreggiarono, lasciando il campo di battaglia coperto dai cadaveri di peceneghi e bogomili. Senza arrestarsi per rinserrare i ranghi e muovere un nuovo attacco, ripiegarono sulle colline. I barbari, allora, credendo di aver sconfitto il nemico, strinsero le fila. I tamburi rullarono, i corni echeggiarono e l’orda barbarica cominciò ad avanzare lentamente, dopo che due cariche devastanti le avevano insegnato a temere l’astuzia dei bizantini. Niceta, che era rimasto fermo in attesa in cima alla collina, raggiunse l’imperatore e commentò: “I cumani stanno diventando impazienti, basileus, minacciano che, se non sarà loro permesso di combattere prima di mezzogiorno, abbandoneranno il campo di battaglia”. “Mezzogiorno è ancora lontano”rispose Alessio. “La loro pazienza sarà presto premiata. Guarda laggiù!”Indicò le forze nemiche che si avvicinavano, non più in un’unica massa disordinata e acefala, ma divise in tre corpi distinti, ciascuno agli ordini di un comandante. “Riferisci dunque ai nostri impazienti alleati di tenersi che presto consegneremo il nemico nelle loro mani. Avvertili di tenersi pronti.” Niceta si congedò e, spronando il cavallo, ritornò al galoppo al suo posto di osservazione mentre l’imperatore riprendeva il comando delle truppe per sferrare l’attacco successivo. Consapevole di essere sul punto di dare inizio alla fase più delicata della battaglia, Alessio mormorò una breve preghiera e si fece il segno della croce. Poi, scendendo dalla collina con a fianco i due alfieri, fece un segno a Taticio che, voltatosi, gridò l’ordine: “Cavalleria, al passo!”. Tra gli squilli di tromba, le fila di cavalieri in arme si fecero avanti. Gli invasori risposero accrescendo la distanza fra le loro divisioni. Alessio non ignorava che, se avessero offerto loro una mezza possibilità, i barbari avrebbero cercato di accerchiarlo e, se vi fossero riusciti, le sorti della battaglia si sarebbero volte pericolosamente a loro vantaggio. Osservò il nemico: le due divisioni esterne si allontanavano dai fianchi di quella centrale e, dietro, il resto dei barbari andava a coprire le posizioni vacanti dei tre corpi in avanzata. “Stanno imparando” pensò. I tanti anni di guerra contro l’impero avevano insegnato loro i rudimenti dell’arte militare. Ogni scontro era più difficile da vincere, e richiedeva un più alto tributo di vite umane, rispetto al precedente: ragione in più per fare in modo che la battaglia avesse fine in quel luogo e in quel momento. Alzò la mano e fece segno al suo stratega. Dopo un istante si levò lo squillo acuto e penetrante delle trombe e le truppe imperiali cominciarono ad avanzare. Come c’era da aspettarsi, nel momento in cui l’armata di Bisanzio partì all’attacco le due ali nemiche si allargarono per colpirla ai fianchi. Contemporaneamente, il grosso dell’esercito si spinse rapido in avanti per accerchiare e distruggere gli Immortali. Allo stesso modo dell’attacco precedente, anche questo fu frenato dalla muraglia compatta di scudi e corpi che ne assorbì l’impatto. Allora i cavalieri abbandonarono le lance e misero mano alle spade per disperdere a colpi di fendente l’assembramento nemico. Guardando su entrambi i lati, Alessio si avvide che le divisioni nemiche si stavano richiudendo sulla cavalleria, e quindi ordinò a Taticio di far suonare la ritirata. Poi si chinò sulle redini, le tirò con forza, fece voltare il cavallo e guidò i suoi uomini al galoppo su per la collina. I barbari, sorpresi dalla facilità della vittoria, si lanciarono all’inseguimento, per approfittare dell’inaspettato vantaggio. Le tre divisioni di testa, seguite da un’enorme valanga umana – composte da un quadrilatero di ventimila unità in larghezza e ventimila in lunghezza – si gettarono correndo lungo i fianchi della collina, decise a non lasciare ai bizantini il tempo di riorganizzarsi per un nuovo attacco. Con un boato che fece tremare la terra, i barbari si lanciarono al massacro dei nemici, divorando il terreno e facendo risplendere le armi sotto il sole. La cavalleria imperiale, non potendo riordinare i ranghi per tornare alla carica, non ebbe altra scelta che quella di ripiegare ancora più in alto, mentre le trombe continuavano a suonare la ritirata. Rapida, la cavalleria abbandonò il campo, e per un attimo non fu che una cresta scura sulla cima, poi scomparve sull’altro versante. I barbari, con urla di trionfo, si gettarono all’inseguimento come una muta famelica di cani. Dalla cima della collina videro gli Immortali che galoppavano giù per il pendio in direzione del fiume e, credendo che li avrebbero raggiunti mentre tentavano il guado, li inseguirono ebbri di trionfo. Scesero a capofitto, riversandosi nella vallata per raggiungere il fiume. Quando però il primo dei barbari arrivò al guado, all’improvviso sbucarono diecimila soldati bizantini: nascosta fra i giunchi della riva, la fanteria imperiale si levò con un grido. Nello stesso istante gli Immortali girarono i cavalli e ritornarono di gran carriera sui loro passi, gettando nel panico le forze nemiche. Tentando disperatamente di riguadagnare la collina per non ritrovarsi in trappola, i barbari se la diedero a gambe per la strada da cui erano venuti. Allora sulla cima di un’altura alle loro spalle apparvero i mercenari cumani: trentamila uomini, l’intera popolazione di un paese barbaro che nutriva un odio atavico per i vicini peceneghi e bogomili. La trappola era scattata, ed ebbe inizio il massacro. Alessio, ormai fiducioso nel successo, si ritirò dallo scontro. Riunì le proprie guardie vareghe e incaricò Dalasseno di informarlo non appena la vittoria fosse stata completa, poi si diresse senza indugio alla sua tenda.

(Da LA LANCIA DI FERRO, DI STEPHEN R. LAWHEAD, traduzione Anna Maria Cossiga e Gabri Passalacqua)

Conseguenze storiche

Il trionfo pressoché totale di Alessio, oltre ad accrescere enormemente il suo prestigio personale, permette  la chiusura del fronte europeo. Ha così termine la fase di lotta per l’esistenza dell’Impero ed ha inizio una politica aggressiva contro il Turco in Asia Minore.

a cura di: ALESSIO CITTADINI

Nicola

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