La leggenda di Balikli – prima parte

 

Istambul – A.D. 1860

Mura Costantinopoli

 

Alexios stava seduto con la schiena appoggiata al tronco di un grosso cipresso, cercando di sfruttare al massimo l’ombra che questo offriva nel caldo pomeriggio di luglio. Un rumore quasi assordante di cicale proveniva dal cimitero alle sue spalle, dove gli instancabili insetti spargevano i loro continui richiami tra le tombe. Trovava quella postazione appena fuori la Silivri Kapi, l’antica Porta della Sorgente, terribilmente noiosa. Perfino i radi venditori d’acqua, tabacco o frutta di seconda scelta se ne erano ormai andati, scacciati da una piatta giornata senza clienti più che dalla calura. Si annoiava spesso, il piccolo Alexios, nelle lunghe attese su quel tratto di strada che fiancheggiava le mura di terra dell’antica Costantinopoli. Le sporadiche interruzioni della silenziosa monotonia del luogo erano dovute più al passaggio di cortei funebri che al transito di veri viaggiatori. Solo nei giorni di festa il piccolo ponte a tre archi della porta di Silivri era attraversato da un discreto numero di persone che andavano animando la quiete della campagna oltre le mura della città. Ma non si trattava di visitatori giunti appositamente per conoscere le bellezze della millenaria cinta muraria, bensì semplici abitanti greci che si recavano alla consueta visita domenicale al santuario della Zoodochos Pege, Balikli , come chiamavano i turchi l’antica “Fonte della Vita.” Ad Alexios non importava nulla di loro, come degli schiamazzi, dei cesti carichi di bevande e cibarie, dei luccicanti narghilè che ne avrebbero allietato la permanenza presso il sacro luogo. Lui era lì ad attendere il passaggio dei Franchi. Almeno di quelli interessati alla storia di Istambul tanto da noleggiare un cavallo per vedere i resti delle possente triplice cinta di Teodosio.

 

Il ragazzino sospirò: avrebbe voluto anche lui trovarsi presso il porto, nel Corno d’Oro, magari assieme a suo fratello Ciril. Lì i Franchi approdavano dai loro alloggi di Galata in gran numero. Nonostante si potesse accedere alla città anche attraverso il ponte, molti viaggiatori preferivano avvalersi dei caicchi che solcavano continuamente il braccio di mare, curiosi degli usi del luogo quanto ben disposti verso le numerose guide che si offrivano loro. Ciril sapeva riconoscerli e valutarli con un solo colpo d’occhio. Dall’alto dei suoi dodici anni vissuti per strada era prontamente in grado di capire cosa cercassero, riuscendo a farsi elargire buone mance. Arrivavano colmi di taccuini per appunti, talvolta con tele e colori, per immortalare la bellezza della città, ma Ciril sosteneva che le mance maggiori le otteneva quando indicava loro un buon bordello. Circasse, armene, greche o ebree, ma anche locali nei quali si esibivano fanciulli in danze lascive. Non c’era cosa o necessità di cui il fratello non conoscesse risposta, dai sobborghi malfamati alle lussuose piazze del centro. Alexios, dal canto suo, ci aveva provato un paio di mesi prima – in fondo ora aveva già sette anni compiuti – ma era stato malmenato da un gruppo di ragazzini turchi più grandi i quali gli avevano intimato di non provare più a sottrarre loro clienti. Sarebbe pure affogato se un marinaio greco non lo avesse prontamente ripescato dalle acque del porto dove lo avevano gettato. E così si era dovuto arrendere e fare di queste lunghe attese fuori città, presso le decrepite mura, la sua fonte principale di guadagno.

 

 

Si alzò sgranchendosi le gambe e avanzò fino al centro della strada. Riparandosi con una mano sulla fronte dal forte riverbero solare, ruotò la testa in entrambe le direzioni della via, cercando di individuare possibili cavalieri in avvicinamento. Non vide però anima viva né rivolto a nord, da dove giungevano coloro che iniziavano l’escursione uscendo dal quartiere ebraico di Balat presso il Corno d’Oro, né da sud, che indicava un giro iniziato invece al Castello delle Sette Torri, prospiciente il Marmara. Sbuffò irritato: più del caldo soffocante sarebbe stato sconfortante terminare la giornata senza riuscire a raggranellare qualcosa. Raccolse una pietra al suolo e, dopo una breve rincorsa in direzione delle mura, la scagliò con tutte le forze contro di esse. Il sasso superò l’antico fossato difensivo, volando sopra le coltivazioni dei piccoli orti, e venne intercettato dalla ricca vegetazione che aveva invaso completamente gli spalti tra i resti delle antiche cerchie. Un nugolo gracchiante di uccelli spaventati si levò in aria in un frullare d’ali. Il vecchio bastione semidiroccato lì vicino si ergeva ostinato contro il cielo, avvolto in una coltre di rampicanti. L’intreccio di rocce e viticci era ormai così consolidato da apparire inscindibile tanto che Alexios non avrebbe saputo dire se fosse stata l’antica torre a sorreggere le piante o piuttosto fossero state queste ultime, grazie alle loro radici avviluppate tra le pietre, a mantenere unito ciò che tempo e terremoti cercavano caparbiamente di cancellare. Quello che sapeva con certezza era che nel suo interno, chissà come, aveva attecchito una pianta di fico. Negli anni si era fatta strada tra le crepe e i pavimenti sfondati fino a raggiungere la sommità della struttura. Sopra alla merlatura sbrecciata svettavano ora grossi rami frondosi che, a giudicare dall’andirivieni di diversi uccelli, dovevano essere carichi di preziosi frutti maturi. Senza attendere oltre si diresse verso l’albero, deciso a rimediare un pasto a base di dolci fichi . Salire in cima non sarebbe stato difficile: diverse macerie innalzavano gradatamente il livello del terreno fin sotto le mura e la distanza rimanente che separava dalla cima della torre poteva essere superata agevolmente scalando piante e arbusti, aggrappandosi e issandosi infine sulla vegetazione rampicante. Era sufficiente non essere troppo schizzinosi di dove di infilavano le mani e non lasciarsi distrarre se si intuiva strisciare qualcosa accanto.

 

Non molto tempo dopo il ragazzino se ne stava seduto in cima all’antico bastione a cavalcioni di quanto rimaneva di un merlo, con una generosa dose di fichi in grembo. Lo sguardo spaziava sulle campagne oltre Istambul regalandogli una sensazione di libertà e dominazione senza confini. Non era così però, rifletté mentre addentava un succoso frutto, che dovevano essersi sentiti gli ultimi difensori di quella che era stata Costantinopoli. Lo spazio davanti a loro, gremito di tende e soldati ottomani tanto da non lasciare intravvedere il suolo, doveva essere stato il peggiore degli incubi. Alexios osservò la linea delle mura di terra che scendeva assecondando l’avvallamento del terreno fino al fiume Lycus e da lì risalì con lo sguardo l’arido pianoro dove Mehmet II, giovane e intrepido sultano, aveva disposto il suo quartier generale. Immaginò la grande tenda rosso e oro svettare sulle altre mentre al suo interno partivano ordini per la dislocazione delle truppe e il posizionamento dei cannoni. Già, i cannoni. Nelle sue lezioni serali, seduto accanto al fuoco a consumare il sudato pasto della giornata, Ciril gli prodigava consigli su come affascinare i viaggiatori e convincerli a far loro da guida. I cannoni, diceva, erano il pezzo forte della storia sulla caduta della città. Se si portavano i Franchi in escursione lungo il perimetro delle mura di terra bisognava sempre indicare ogni breccia, fessurazione o crollo che fosse come danno procurato da uno dei possenti cannoni fatti costruire da Mehmet, meglio ancora se si diceva che era stato proprio il grande cannone di Orban. «E i terremoti e l’usura del tempo?» gli aveva chiesto dubbioso una volta Alexios, ma il fratello aveva risposto con una smorfia unita ad un gesto di sufficienza della mano. «La gente vuole sentire buone storie. E chi siamo noi per negargliele? Più loro ne sono soddisfatti e più sono propensi a scucire a noi una mancia.» E così gli aveva raccontato anche dello Yedikule, come era chiamato il Castello delle Sette Torri, e della Porta d’Oro accuratamente murata. Alcuni volevano sapere degli straordinari tesori che si diceva un tempo essere stati custoditi in quel luogo fortificato e dall’aspetto sinistro. Altri invece volevano sapere della storia delle torri nel loro lungo periodo quali prigioni di Stato. Cercavano misteri ed efferatezze, camere di tortura ed eventi sanguinosi. «Si» aveva concluso Ciril masticando energicamente il tozzo di pane con cui aveva raschiato il fondo della sua ciotola e puntandogli con enfasi un dito contro «tutti vanno pazzi per la storia del Pozzo del Sangue e delle teste mozzate.»

 

 

Alexios si volse annoiato in direzione del mare di Marmara, dove si stagliavano solide contro il cielo le sagome delle torri dello Yedikule. Diversi alberi si intravvedevano spuntare oltre la cinta muraria, segno che anche quel luogo ormai non doveva più incutere le paure di un tempo, né averne nemmeno più le funzioni. Improvvisamente nel torrido silenzio estivo, fino a quel momento cullato solo dal ronzio degli insetti e da qualche acuto richiamo di aquile lontane, si insinuarono gli echi di voci umane e lo scalpiccio di zoccoli al trotto provenienti proprio da quella direzione. Alexios tese le orecchie verso i rumori in avvicinamento e aguzzò gli occhi trovando subito conferma a ciò che sperava.

 

Franchi!

 

Impossibile non riconoscerli, con i loro assurdi abiti pesanti e attillati anche sotto il sole più inclemente. Due uomini, certamente appena usciti dalla Belgrat Kapi dove avevano noleggiato i cavalli. Il piccolo greco scattò dalla postazione lasciando scivolare nel vuoto i frutti che non aveva ancora consumato. Non c’era tempo da perdere: presto i cavalli avrebbero oltrepassato il bastione su cui si trovava e lui avrebbe perso forse l’unica occasione di guadagno della giornata. Non poteva permetterselo. Lanciò agli uomini un richiamo dall’alto ma questi non parvero udirlo o prestarvi attenzione. Aggrappandosi alle liane dei rampicanti attorcigliati come funi si calò a piccoli rapidi balzi fino a toccare un pezzo di muratura crollato al suolo. Da questo si precipitò in direzione dell’ormai quasi invisibile cerchia di mura esterne e la superò di slancio, calpestando nella foga anche gli ortaggi seminati nel fossato. Sbracciandosi piombò ansimante nel mezzo della strada proprio nel momento del passaggio dei due cavalieri.

 

«Effendi! Effendi!» gridò all’uomo rubicondo dal grosso ventre, poi il cavallo gli fu addosso.

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Isabel Giustiniani

Author: Isabel Giustiniani

Blogger e narratrice. Appassionata di Storia innamorata di Bisanzio.

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