La leggenda di Balikli – seconda parte

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Don Fernando Gimenez era irritato. La visita allo Yedikule si era rivelata una vera delusione: gli sparuti soldati di guardia, che si atteggiavano con gli stranieri quasi custodissero ancora chissà quali tesori, avevano preteso una sostanziosa mancia da lui e dal suo amico Carlos Lima per lasciarli entrare. All’interno però lo spettacolo di degrado che si era presentato aveva fatto chiaramente intuire loro che la nomea era ormai tutto ciò che rimaneva al luogo. Non erano rimasti molto in quel lugubre recinto invaso dalla vegetazione e disseminato di vecchie costruzioni visibilmente abbandonate: topi, scorpioni e camminamenti instabili li avevano dissuasi dai loro intenti esplorativi molto più delle oscure leggende che gravavano attorno alle corrose pareti.

Stava ancora parlando di questo, rivolto al suo amico, quando un bambino strepitante si parò innanzi alla sua cavalcatura nel chiaro intento di arrestarne la marcia. Don Fernando, pur appesantito dall’età e dalle libagioni in cui amava indulgere, conservava nel fisico la memoria dell’abile cavaliere che era stato in gioventù. Con un deciso strattone alle redini fece impennare il cavallo, cercando di deviare la sua direzione. Dal canto suo il piccolo dimostrò una notevole agilità appallottolandosi e sgusciando fuori dalla portata delle zampe dell’animale quasi fosse stato una serpe, per poi riattaccare subito a parlare concitato non appena rialzatosi in piedi.

«Per tutti i diavoli, ragazzino, hai deciso di farti ammazzare?» sbraitò l’uomo riprendendo il controllo dell’agitato animale. Poi, rivolto al suo amico, proseguì «Carlos, che sta dicendo questo marmocchio: non riesco a capire un accidenti di quello che va cianciando!» Il compare, dall’aspetto segaligno, in quel viaggio in Oriente aveva messo alla prova i suoi studi classici e cercò per l’ennesima volta di impiegare i rudimenti di lingua greca appresi anni addietro. Dopo alcuni difficoltosi scambi di battute riportò all’amico l’offerta del bambino di far loro conoscere un luogo miracoloso e la sua prodigiosa storia.

«Digli che ne ho abbastanza di miracoli per oggi» tagliò corto il nobile spagnolo «e che desidero solo proseguire in questa visita alle mura. E non ho bisogno di nessuno per guardare questi quattro sassi!»

Alla traduzione di Carlos però vide che il ragazzino non si dava per vinto, ma accresceva le sue perorazioni, indicando con una mano un punto oltre i cipressi e il cimitero.

«Dice che il luogo dove vuole portarci si trova poco più avanti, seguendo la strada che esce dalla Selivri Kapi. C’è un monastero chiamato Balikli nella cui fonte sacra nuotano dei pesci unici al mondo. I monaci conoscono la loro storia, nata nella notte della caduta di Costantinopoli. Che dici, ci andiamo? A me incuriosisce.» Don Fernando non era per nulla propenso, ma vista la curiosità dell’amico e l’espressione del bambino che continuava ad annuire indicando oltre gli alberi e a ripetere “Costantino Dragazes, si? Basileus, si?”, decise che forse la cosa avrebbe meritato una piccola deviazione.

«Sarà un’altra sciocchezza» borbottò con diffidenza « ma visto che siamo qui vicino andiamo pure a vedere, perché no.»

Sarebbe ripartito subito se il sorriso del bambino e la sua eloquente mano tesa con il palmo rivolto verso l’alto non avessero indicato che la transazione di informazioni necessitava ancora dell’atto conclusivo. Con un sospiro e una levata di occhi al cielo Don Fernando infilò due dita in un taschino del panciotto e ne estrasse una piccola moneta che fece volare nella pronta presa del bambino. Questi la guardò soddisfatto e poi riprese a parlare, senza lasciare la briglia del cavallo dello straniero.

«Che c’è ancora?» proruppe esasperato in direzione di Carlos. L’amico stava sorridendo mentre ascoltava la preghiera del ragazzino, poi spiegò: «Chiede di venire con noi. Dice che i monaci della chiesa non lo pagheranno se non vedono che è stato lui a portarci fin lì.»

La faccia già rubiconda del nobile divenne paonazza nello scoppio in fragorosa risata. «Piccolo bastardello. Farti pagare due volte per lo stesso servizio!» Il sorriso aperto del ragazzino esprimeva piena soddisfazione nel vedere quella reazione. «Potresti dare del filo da torcere anche ai tuoi cenciosi simili al porto di Barcellona. E va bene, mi piaci. Carlos, fallo salire da te: io qui non ho molto posto.» Così dicendo si diede una benevola pacca sul ventre e diede di speroni per proseguire.

Arrivarono al monastero in breve tempo percorrendo sotto il sole una strada fiancheggiata da tombe e nella quale si intravvedevano pietre consunte di un lastricato dall’aria antica quanto la città stessa. Si fermarono nel cortile davanti al santuario, dove li accolse una piccola tettoia in legno all’ombra della quale un monaco munito di mestolo faceva da guardia a un grosso otre. Prima ancora di decidere il da farsi, Carlos si vide scivolare giù dalla cavalcatura il piccolo greco. Lo seguì con lo sguardo mentre si dirigeva di corsa verso una vecchia porta incastonata lungo le mura del monastero.

«Acqua della Fonte Benedetta, balsamo per lo spirito e rimedio per i mali della carne. Effendis vogliono approfittare per dissetarsi con essa?» L’invito del monaco che sollevava il mestolo dopo averlo affondato nell’otre fece voltare la testa ai due viandanti. Non ottenendo risposta l’uomo proseguì indicando dei piccoli vasi di terracotta ai suoi piedi «Se Effendis preferiscono portare via l’acqua miracolosa per servirsene più tardi possono acquistare uno di questi vasi…»

Le parole e il sorriso sdentato rimasero in sospeso, ma non appena Don Fernando ebbe la traduzione da Carlos fece un cenno di diniego con la mano, borbottando qualcosa sull’assenza di dubbio che avrebbe trovato qualcosa in vendita.

Dalla piccola porta del convento uscì in quel momento un vecchio monaco avvolto in una tonaca scura e lisa. Dietro di lui il ragazzino che li aveva accompagnati fece un piccolo inchino per poi dileguarsi in direzione della strada di ritorno.

Carlos e Don Fernando scesero da cavallo e, dopo aver assicurato gli animali all’ombra di uno striminzito alberello, si approssimarono al vecchio dalla lunga barba bianca. Questi li condusse silenziosamente attraverso il cortile fino alla chiesa del santuario e li introdusse in una ampia sala colonnata. Don Fernando stava ammirando gli squisiti lampadari e le immagini che ornavano il luogo quando la voce del suo amico gli tradusse la necessità di fare un’offerta al monastero per le candele benedette che il vecchio monaco stava offrendo loro. Queste, oltre alla benevolenza della Vergine protettrice della Fonte, avrebbero fornito loro la luce necessaria per scendere a visitare la sorgente sotterranea. Don Fernando sospirò rassegnato mentre con una mano prendeva la candela e con l’altra frugava nella tasca alla ricerca di due monete da consegnare al sant’uomo.

«Mi avevano detto che visitando i resti dell’antica Bisanzio sarei rimasto a bocca aperta» commentò mentre lasciava cadere nella mano del monaco l’obolo «ma non immaginavo che la mia borsa lo sarebbe stata ancora di più.»

Agiasma BaloukliScesero dei gradini stretti e umidi fino a passare sotto una volta oscura. Tutto il calore della giornata estiva non riusciva a contrastare le zaffate di frescura che lo zampillìo della fonte diffondeva intorno a sé e un piccolo brivido percorse le schiene dei due viaggiatori. Trovarono un’ampia vasca sulla cui balaustra stava appoggiata una coppa per attingere l’acqua sottostante e il prete greco li invitò a servirsene. Fu Carlos a immergere l’oggetto nell’acqua gelida e a offrirla poi a Don Fernando il quale, cortesemente, rifiutò e preferì saggiare la temperatura della vasca immergendovi fugacemente una mano per poi asciugarsela sulle brache con gesti nervosi. Il vecchio monaco accostò la sua candela alla superficie dell’acqua e invitò i due uomini a osservare i pesci che li vi nuotavano. Disse che erano pesci molto speciali e unici al mondo. Don Fernando aguzzò la vista e accostò altrettanto la fiammella della sua candela finché, sotto la tremolante luce, riuscì a scorgere dei piccoli pesci rossi che apparivano più bruni su un lato e più chiari nell’altro. Carlos proseguiva a tradurre i borbottii del vecchio spiegando come i pesci avessero quell’aspetto dal giorno della presa di Costantinopoli. Durante l’ultimo assalto delle truppe di Mehmet II, Costantino XI stava a desinare presso questa fonte con un monaco il quale era intento a friggere dei pesci. Quando un altro monaco irruppe gridando che i Turchi avevano preso la città l’ultimo Costantino esclamò che gli era più facile credere che i pesci che erano nella padella innanzi a lui saltassero fuori dall’olio bollente e riprendessero a nuotare. Il prete sostenne che così accadde e da allora i pesci della fonte conservano nel colore di un lato la memoria di quel giro di padella.

«Dunque l’ultimo imperatore se ne sarebbe stato qui tranquillamente a mangiare fuori le mura mentre i suoi nemici travolgevano le ultime difese della città…» Don Fernando si sfregava la barba perplesso, un sopracciglio eloquentemente alzato. Il prete, avvedendosi della sua espressione, si affrettò ad aggiungere altre spiegazioni. «In effetti» aggiunse Carlos continuando a tradurre «non sono certi che il monaco stesse cenando in compagnia dell’imperatore quando accadde il fatto e che le parole non siano invece state pronunciate da lui stesso, ma non mettono in dubbio il prodigio dei pesci della padella.» Come a voler rimarcare la veridicità delle sue affermazioni il vecchio prete tornò ad indicare la vasca e ad avvicinarvi la candela biascicando quello che pareva un rinnovato invito a guardare. «Ci manca solo affermi pure che i pesci sono gli stessi» bofonchiò Don Fernando piuttosto restio a credere a quella sorta di miracolo scismatico.

Tornarono alla luce del sole e con essa li investì il soffocante calore del pomeriggio estivo. Salutarono e ringraziarono il monaco per le benedizioni che aveva elargito loro e ripresero le cavalcature. Il vecchio rimase ad osservarli con aria annoiata fin quando scomparvero lungo la strada, Franchi diretti alla scoperta di qualche altra leggenda.

 

Isabel Giustiniani

Author: Isabel Giustiniani

Blogger e narratrice. Appassionata di Storia innamorata di Bisanzio.

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