Prima parte: Sicilia orientale

Per decenni gli studiosi di storia bizantina della Sicilia hanno dibattuto sulla ininterrotta continuità dell’uso della lingua greca nell’isola a partire dall’epoca classica fino alla riconquista giustinianea. Essi hanno finito per schierarsi su due fronti opposti: da un lato quelli che affermano che i quattro secoli di dominazione romana abbiano completamente latinizzato la Sicilia e che, in seguito, vari fattori abbiano contribuito alla sua grecizzazione sotto l’Impero bizantino. Dall’altra coloro che, al contrario, ritengono che la popolazione, almeno nell’area orientale, sia rimasta greca senza soluzione di continuità dall’VIII secolo a. C. fino allo sbarco di Belisario.

La corrispondenza in latino di papa Gregorio Magno con laici ed ecclesiastici siciliani è la fonte principale su cui si basa la tesi che all’epoca di questo pontefice, la Sicilia fosse completamente latinizzata, anche se poi diventa difficile spiegare come sia possibile sia potuta passare, da una totale latinizzazione alla fine del VI secolo a un altrettanto totale grecizzazione entro il secolo VII. Sappiamo che il progresso del greco doveva creare una certa inquietudine negli ambienti romani: papa Gregorio, sebbene fosse stato a Costantinopoli come apocrisiario per sei anni, dal 579 al 585, insisteva con ostentazione in varie occasioni sul non conoscere il greco. Inoltre i grandi latifondisti siciliani, suoi amici e corrispondenti, erano aristocratici romani, quindi, è normale che scrivessero in lingua latina. È altresì da notare che Gregorio si rivolgeva in latino a tutti i suoi contatti, anche all’imperatore Maurizio, all’imperatrice Costantina, ai patriarchi di Alessandria, Antiochia e Costantinopoli, ai vescovi della Grecia e a molti personaggi altolocati della corte costantinopolitana. Questo proverebbe che o tutti i destinatari delle sue lettere erano di lingua latina, oppure, più verosimilmente, Gregorio si rifiutava di scrivere in greco. Sebbene, infatti, gli imperatori del V e del VI secolo appartenessero a una nazionalità più latina che greca, il latino a Costantinopoli stava perdendo sempre più terreno: già sotto Giustiniano I, che considerava il latino sua lingua madre, il greco diventò l’idioma prevalente nell’amministrazione imperiale e l’imperatore Maurizio, che era di origine tracia, fu considerato da Paolo Diacono il primo imperatore greco.

Secondo la fazione che sostiene la completa latinizzazione della Sicilia prima dello sbarco bizantino, sarebbe stato l’arrivo di molti emigranti provenienti dalla Penisola Balcanica, sconvolta dall’invasione avara alla fine del VI secolo e successivamente di monaci delle regioni orientali dell’Impero, che sfuggivano alle persecuzioni monotelite e iconoclastiche, che avrebbero contribuito a introdurre in Sicilia, non solo la loro lingua, ma anche la liturgia e la disciplina monastica bizantina. Inoltre, i Siriani, i Palestinesi e gli Egiziani che, durante la prima metà del VII secolo, abbandonavano le loro terre, invase prima dai Persiani, poi dagli Arabi, stabilitisi numerosi nelle città della costa orientale dell’Isola, avrebbero imposto alla popolazione locale lingua, usi e costumi greci. Infine, la presenza dell’imperatore Costante II e della sua corte a Siracusa per cinque anni avrebbe dato un definitivo impulso alla grecizzazione dell’isola. Effettivamente l’elemento siriano è sempre stato piuttosto forte in Sicilia, ma la maggior parte di questi immigrati parlava appunto il siriano, una lingua di ceppo semitico e non il greco. Oltre tutto c’erano colonie notevoli di Siriani anche in alcune città del Settentrione, a Ravenna e, in particolar modo, a Roma, dove la presenza orientale era importante nel clero: infatti, tra il 642 e il 752 ci furono sei papi siriani, uno palestinese e tre greci. Ma Roma, Ravenna e le altre città della Penisola non sono mai state minimamente grecizzate né rispetto al culto né per quanto riguarda la lingua. C’è da aggiungere che gli orientali, come d’altronde gli emigranti di qualsiasi altra epoca, si adattavano alla lingua e alla cultura del luogo in cui si stabilivano. Bisogna inoltre notare che i profughi per questioni religiose preferivano recarsi direttamente a Roma, dove potevano agire presso il papato in favore delle proprie opinioni religiose, quindi la Sicilia rappresentava solo una tappa nel loro lungo viaggio. L’amministrazione bizantina, oltre tutto, non impose mai il greco a una provincia prevalentemente di lingua latina. Né Ravenna, sede dell’esarca d’Italia dal VI all’VIII secolo, né Bari, capitale dell’Italia bizantina per duecento anni, sono mai state grecizzate.

È, invece, molto interessante la lettera inviata da papa Gregorio a Giovanni, vescovo di Siracusa, nel 598, dalla quale apprendiamo che in questa città si parlava e forse si celebrava anche la messa in ambedue le lingue e che il pontefice, pur difendendo il latino sul piano politico, su quello privato non si preoccupava se si parlasse o pregasse in greco. Il Cristianesimo fu introdotto in Sicilia non da Roma, ma direttamente dall’Oriente. Gli intensi rapporti commerciali fra i porti siciliani, specialmente Siracusa e quelli orientali e la presenza di forti nuclei di ebrei e di una rilevante massa di popolazione di lingua greca, sono elementi che facilitarono la cristianizzazione dell’Isola. Di certo nella zona orientale della Sicilia sorsero le prime comunità cristiane, delle quali la più antica sembra sia stata Siracusa, le cui catacombe, seconde per estensione solo a quelle di Roma, risalgono almeno alla metà del III secolo. Anche Catania e Taormina erano sedi di comunità cristiane nell’epoca pre-costantiniana.

Infine le iscrizioni sepolcrali paleocristiane della Sicilia orientale rappresentano un’importante prova della grecità della popolazione di quest’area in età pre-bizantina. Delle numerosissime epigrafi, venute alla luce nelle catacombe di Siracusa, il 90% è in greco, mentre solo il 10% è in latino. E le proporzioni sono simili a Catania, Lipari e nelle catacombe di Priolo, Palazzolo Acreide e altre località. Ed è interessante che buona parte degli epitaffi funerari in greco sono dedicati a personaggi di estrazione sociale modestissima, il che dimostrerebbe che erano proprio il popolo, fin dai ceti più bassi, e il basso clero a utilizzare questa; le iscrizioni dedicate agli imperatori furono incise in latino, mentre in latino e in greco vennero scritte quelle in onore dei governatori. Del latino si servirono generalmente le colonie, soprattutto quelle dell’area occidentale, come Lilibeo, e le città con minore tradizione epigrafica. La presenza, specie nelle città più importanti, di abitanti che parlavano sia greco sia latino dovette comunque determinare una situazione linguistica molto fluida, con un continuo processo di scambio fra i due gruppi: vi dovettero essere anche casi di bilinguismo, come testimoniato per esempio da un’epigrafe messinese del II secolo d. C.

È perciò un fatto, direi quasi, naturale che la lingua, la cultura, la liturgia e la spiritualità bizantina attecchissero tanto rapidamente e tenacemente in Sicilia, data l’esistenza di un così profondo substrato greco. Come sosteneva Irigoin già nel 1965, la continuità ellenica e i contributi bizantini si fusero in modo quasi inestricabile. Infatti, dopo due secoli di dominio arabo, i Normanni trovarono che la popolazione cristiana era greca e non c’è nessuna indicazione a favore dell’ipotesi che in qualche posto dell’Isola si fossero imbattuti in abitanti di lingua latina.

AUTRICE: SUSANNA VALPREDA MICELLI

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Di Nicola

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