La tradizione bizantina

“La tradizione bizantina”  apparso in “Quaderni di Avallon”, nr. 4, 1983, pp. 7-14.

“L’ignoranza e la superficiale informazione hanno gettato ombre di sorridente disprezzo sopra l’impero e la civiltà dei Rhomaioi di Costantinopoli: autore primo il vagamente filosofo e vagamente storico Voltaire, il quale, dicendone, infiorò boutades poco motivate; donde è uso chiamare bizantino chi si dia ad accidiose disquisizioni, chi si mostri incapace di virili decisioni, chi infine sia in qualche modo morboso e vecchio. Persino quel che della civiltà bizantina è più evidente, l’arte, subisce accuse di formalismo, di freddezza. Un tale giudizio, così divulgato come falso, non regge alla prova dei fatti e alla luce della storia, per chi si dia la pena di studiarla davvero; ed è profondamente ingiusto verso quell’Impero Romano Orientale, quella seconda Roma sul Bosforo che sopravvisse all’Impero Occidentale ed alla potenza della Roma sul Tevere di novecentosettantasette anni. E quale sopravvivenza! Per questi dieci secoli le armi romane d’Oriente affrontarono e vinsero torme di popoli, Arabi d’Asia e d’Africa, Berberi, Numidi, Garamanti, Persiani di tutte le stirpi dell’Iràn, Caucasici, Russi, Unni, Bulgari, Slavi, Ungari, Serbi, Longobardi, Franchi, Visigoti, Ostrogoti, Veneziani, ed altri innumerevoli, non solo arginando ogni invasione, ma non raramente anche estendendo i confini del dominio dei Basileis e i termini della civiltà dei Rhomaioi. Non ci dilungheremo a narrare le gesta dei Cesari di Bisanzio, se non per ricordare la riconquista di Giustiniano (527-565) dell’ Africa, della Spagna e dell’Italia (che per l’Italia sia stato un bene, chi scrive ne dubita, ma questo è un altro discorso); la difesa della Penisola dai Longobardi dopo il 568, dapprima stentata, poi sempre più decisa fino alla sottomissione dei principati longobardi di Salerno e Benevento sul finire del IX secolo; la difesa di Roma e di Ravenna finché i vescovi romani, estesa la loro autorità sopra la Chiesa, non si rivoltarono contro gli imperatori; la difesa della Sicilia, protrattasi per quasi due secoli in alcuni centri: infine l’Italia meridionale, perso ogni carattere bizantino, si unificò sotto lo scettro degli Altavilla normanni (1070, presa di Bari); e più vaste e gloriose gesta in Oriente: Eraclio (610-641) disfece i Persiani, quindi, assalito dagli Arabi, tuttavia salvò l’Anatolia, la capitale e la Grecia; Leone III Isaurico rafforzò lo Stato all’interno e ai confini; i valorosi Basileis della dinastia macedone contennero gli invasori, finché, alla metà del secolo X, fu riconquistata la Siria, e Basilio II Bulgaroctono distrusse i Bulgari e riconquistò i Balcani; e se bene di lì a poco fosse persa l’Italia come dicemmo, e i Turchi si insediassero minacciosi nel cuore dell’Anatolia, e non meno avidi giungessero Veneziani e Franchi a dar vita all’effimero Impero latino di Costantinopoli (1204-1261), ancora per due secoli resistettero i Romani; e ancora per due secoli ora i soldati imperiali, ora i ferrei aristocratici delle frontiere, ora certi segreti di tecnica che sparvero con l’Impero (il “fuoco greco”, miscela incendiaria), ancora ebbero ragione del nemico potentissimo: e infine Costantinopoli cadde gloriosamente con le armi in mano. Se dunque la forza di uno Stato si misura con la sua durata, il regno di questi disprezzati e malaticci cortigiani, di questi teologi del sesso degli angeli, a sentire certi saccenti, di questi corrotti, visse dieci volte più di quello dei Carolingi dalle origini alla decadenza, cinquanta più di quello dei giacobini da Roberspierre a Waterloo; se si misura con l’ estensione, ai tempi della massima gloria non ebbe confronti nel Mediterraneo. Ma se la grandezza di un Impero deve apparire dall’influenza che esercita sulla più vera civiltà umana, allora deve concludersi come poche culture siano State capaci come quella romana orientale, di incivilire popoli selvaggi, diffondere fedi e dottrine, insegnare l’arte dello Stato, imporre concezioni. Le genti slave, da poco uscite dalla selva, da Bisanzio ricevettero religione, cultura, umanità fino ai più semplici elementi della scrittura e della lingua: essenzialmente bizantina fu la natura della storia russa del Medioevo, finché i granduchi di Mosca non assunsero il nome di Cesare e non vollero che la loro città fosse la Terza Roma. L’influsso bizantino sopra le immense pianure dalle Alpi agli Urali è cosa troppo nota ed evidente perché anche il più incallito illuminista lo misconosca. È piuttosto pregio di queste righe dire qualcosa di un argomento che parrà a qualcuno eretico e magari persino poco patriottico: dell’ influsso determinante del mondo romano orientale sopra le origini dell’ Italia medioevale, che è come dire sulla nascita della Nazione italiana. Già prima che l’editto di Teodosio (395) sanzionasse con la legge una situazione di fatto, l’Oriente ellenistico prevaleva per prosperità, vitalità e popolazione sopra tutto l’Impero ancora unito. La stessa Italia e Roma ricevevano continua immigrazione volontaria o no di intellettuali e mercanti, di schiavi e coloni orientali di lingua greca; il cristianesimo si diffuse esso pure in lingua greca, e comunque notevolissimi sono gli influssi della koinè ellenistica sopra il latino volgare, e tanto più in quel momento delicatissimo in cui questo si evolveva in volgare già italiano .
Quando l’Impero Occidentale viene a morte, già da un secolo esso era ridotto ad una periferia dello Stato, più cara ai ricordi gloriosi che alla realtà contemporanea; quando l’ultimo imperatore d’Occidente, che un fato beffardo volle portasse il nome dell’antichissimo Romolo, si lasciò deporre da un Odoacre, e subito dopo questi fu sconfitto e ucciso da Teodorico (490), ormai l’Italia esaurita da tanti secoli di gloria era divenuta quasi una provincia culturale dell’Oriente, per quanto di lingua latina; ma già sotto i primi successori di Giustiniano la lingua di Cesare era scomparsa dall’uso della corte costantinopolitana; anzi, il greco cominciava ad imporsi persino in Italia, combattendo col latino e col volgare italiano una guerra che a volte sarà sfortunata, altre volte, e segnatamente nella Calabria meridionale e attorno ad Otranto, vide per sei secoli (e un po’ mostra tuttora) il trionfo del greco in terra d’Italia. E mentre i dialetti calabresi e salentini echeggiano di parole e costrutti greci, ancora alcuni tenaci parlano sull’Aspromonte e lungo l’estremo Adriatico la lingua greca. Ma per tutto il resto della Penisola, infinite tracce di questa rinnovata grecità bizantina: dall’appellativo del Papa ai titoli dei duchi e dei dogi (e il doge di Venezia si vantava anche ypatos e protospatharios dell’ Impero), degli arcivescovi metropoliti, dei patriarchi; alle origini e alle costituzioni della stessa repubblica di Venezia, del ducato di Napoli, dei quattro giudicati di Sardegna, dello Stato della Chiesa, erede ancorché ribelle del ducato romano e dell’esarcato ravennate, infine e soprattutto nel regno normanno di Sicilia fino all’usurpazione angioina. Parimenti bizantina è la sopravvivenza del diritto romano, rielaborato in senso cristiano, che nell’alto Medioevo diviene il diritto nazionale dei Latini contrapposto a quello dei Longobardi o dei Franchi; quel diritto che privilegia lo Stato come essenza del popolo e sua veste giuridica ed etica e tuttavia assicura il rispetto dell’individuo senza per questo essere astrattamente contrattualistica. Bizantina è per altro la cultura superstite in Calabria, Sicilia, Puglia, a Roma e nell’Esarcato quanto meno fino al secolo XI e in alcune aree fino al XVI, venendo così a saldarsi con l’Umanesimo. La letteratura bizantina è intrinsecamente oggettiva e solo di rado guarda ai modelli classici, rivolgendosi piuttosto all’agiografia e alla storia (spesso, a dire il vero, alla cronaca), consona alla natura religiosa e politica dell’Impero. Di particolare importanza furono comunque gli studi grammaticali e filologici, che consentirono la sopravvivenza di una parte almeno della grande cultura greca classica. In Italia tuttavia gli esempi più evidenti sono dati dall’architettura, vuoi bizantina pura, vuoi di sintesi fra gli elementi orientali ed apporti italici, com’è nell’arte normanna. Arte più celebrata dalle guide turistiche che apprezzata e studiata, e alla fine considerata ad un di presso minore a causa di quello che nella pubblicistica artistica potremmo chiamare il “mito del quadro”, che comporta ancorché inavvertitamente la sottovalutazione di tutto quello che non è pittura o, ma solo in qualche caso di particolare fama, scultura. Oggettiva come la letteratura, l’arte bizantina ha avuto di mira l’utile e il collettivo, non un epidermico estetismo; non ritrae la mutevole realtà, ma l’eterno ideale. Ed è ancora ottica deformata e polemica artificiosa che si contrapponga un periodo considerato rozzo nella storia de ll’arte italiana, quello di influsso bizantino, ad una presunta rinascita con la rivoluzione grottesca: quasi si trattasse di maggiore o minore abilità tecnica e persino grafica, e non di diverse concezioni della vita e perciò dell’arte. Un mosaico bizantino non è meno artistico di un affresco di Giotto perché in questo si raffigura la vita reale per mezzo della prospettiva, e in quello l’ideale attraverso l’immobilità; una scultura altomedievale di canone tardoimperiale, statica nella sua solennità, non è più primitiva di una quattrocentesca: è solo che la pittura e la scultura dell’Italia centrale, espressione di una società borghese in ascesa, raffigura una realtà mobile e priva di riferimenti, quella bizantina l’ immagine quasi platonica del dover essere, così più nobile dell’essere e più ancora dell’esistente. Un Basileus, signore del mondo, o il Cristo pantocrator, signore dell’universo, non hanno alcun motivo di muoversi, non tendono a nulla perché sono tutto, l’uno sulla terra, l’Altro dovunque. L’ errore dei facili critici di matrice volterriana è di confrontare l’immagine dell’imperatore e quella di un mercante fiorentino e pretendere che l’uno e l’altro si comportino, dunque siano raffigurati, allo stesso modo; o di volere che la religiosità quasi affatto umana e terrena sia per forza modello iussivo di ogni religiosità. Ed anche per questo i tesori dell’arte bizantina in Italia, e in Calabria soprattutto, furono e sono trascurati, o ridotti a curiosità per il forestiero: a petto di una sopravvalutazione quasi sacrale di qualunque cosa sia, purché d’altro stile, graffiata o scalpellata appena in qualunque altra parte d’Italia. Siffatta grandezza bizantina, cui noi abbiamo reso omaggio senza pretendere di spiegarla, ha le sue profonde motivazioni, che non possono cercarsi in cause politiche, sociali, economiche: quanti altri Imperi altrettanto bene organizzati e ben sostenuti da vitalità economica non vissero un anno per ogni dieci che ne visse lo Stato dei Cesari di Costantinopoli! Ma il valore intrinseco dell’Impero Romano d’Oriente deve trovarsi nella sua essenza metapolitica, e, direi, metafisica. Metafisica, e cioè superiore alla natura, pare l’esistenza stessa dell’ Impero: esso non è di un popolo solo né di un popolo dominante; è greco di lingua, non di stirpe. I suoi cittadini, Siriani o Armeni o Albanesi o Calabresi o veri Greci che fossero, erano comunque Rhomaioi, e la loro qualità di cittadini imperiali li sottraeva allo stato della nascita e li ascriveva allo stato della volontà: come altrimenti e più ancora era una seconda nascita ascriversi ad un Ordine monastico o di cavalieri. Fatte le debite riserve, era simile la condizione di chi, dovunque fosse nato, divenisse o prendesse coscienza di essere uno dei Romani. È per questo, e non per una pretesa elefantiasi burocratica e statalistica, che la struttura prima dell’Impero fu l’esercito fatto di uomini di tutte le stirpi del mondo, dai Costantinopolitani di pura stirpe ellenica ai Russi Vareghi, ai Longobardi, agli Iranici, e tuttavia null’altro che imperiale e romano: poiché i soldati del Basileus, fuori dalla loro rigenerata condizione di soldati, non conoscevano vita o patria. Era del resto pressante necessità un simile esercito, e quindi anche la spesa occorrente per mantenerlo, e quindi anche l’esasperato fiscalismo che rese a volte odioso il governo ai sudditi; ma fu sempre opera imperiale che ogni energia, anche quel denaro così ottenuto, servisse all’opera eroica della difesa e dell’espansione, non solo territoriale, ma civile e morale, dell’Impero. Forza dello Stato era certamente anche la sua burocrazia, asfissiante alle volte o eccessiva, ma sempre fedele e in qualche modo efficiente, e, compartita per li rami, capace di coinvolgere nelle sorti dell’Impero tutti i ceti e di elevare, al pari dell’esercito, i più meritevoli. Eppure un forte esercito ed un’intelligente burocrazia non sono peculiarità bizantine: o se no il dominio di Napoleone vivrebbe ancora e per mille secoli! Ma a queste forze presiedeva un valore superiore, che non chiameremmo neppure di fede, se fede è credere e perciò credersi distinto dalla cosa creduta, ma evidenza. Presiedeva alla vita dell’Impero una certezza riflessa dell’unità profondissima del contingente e dell’eterno, il contingente essendo solo un’epifania dell’eterno: il Basileus è rappresentante del re celeste Dio, lo stesso Impero terrestre immagine del Regno dei Cieli. Questa è la natura vera di quello che con intellettualistica sufficienza si chiama il “cesaropapismobizantino”, come fosse solo il controllo dello Stato sulla Chiesa, una specie di anglicanesimo. È al contrario che, nell’imitazione del Regno dei Cieli che è somma unità, non può distinguersi una Chiesa nello Stato o un esercito nello Stato e neppure un popolo nello Stato, ma tutto è intrinsecamente Uno, se bene ‘diversamente per diversi uffici’. Così rettamente inteso dunque, l’ imperatore è l’Impero in ogni sua parte, anche nella Chiesa, e non si concepisce alcuna guelfa autonomia del clero, e meno che mai una contrapposizione. Ciò spiega eventi e fenomeni così duri a comprendersi per certa mentalità occidentale (occidentale, anche nella penna di certa parte nazionale, significa senza che se ne accorgano illuminista e borghese, spesso solo piccolo borghese!): l’iconoclasmo di Leone III Isaurico, che combattendo il culto paganeggiante delle immagini sacre colpiva il potere economico più ancora morale dei monasteri e dei grandi santuari sulle folle; le Chiese autocefale nazionali degli Ortodossi; la condizione del basso clero, che, a parte la funzione strettamente sacerdotale, vive la vita dei ceti umili restando a volte in stato di servitù della gleba e prendendo moglie; e, per reazione, la nascita della Chiesa romana proprio attraverso la lotta contro il Basileus orientale e poi contro quegli Ottoni che alla tradizione greca si volevano congiungere. L’imperatore è lo Stato, senza dover essere tiranno: è piuttosto simile ad un comandante supremo dell’esercito, e tale resta la sua prima funzione; il patriarca e i vescovi sono anche suoi ufficiali e suoi ministri: poiché uno è il fine. È notevole il carattere neoplatonico di questo cristianesimo bizantino, laddove l’interpretazione occidentale appare razionalisticamente aristotelica: platonica e piuttosto plotiniana e procliana è la mirabile intuizione dell’unità del Tutto attraverso la differenziazione organica, è il concetto di finalità metafisica del Tutto, e nello stesso tempo (ma questo è molto più neoplatonico che platonico) della sacralità virtuale della stessa materia e del sensibile. In una simile concezione, ecco perdere di senso ogni autonomia. Se si individua una tale natura platonica della teologia-filosofia bizantina (ah, mille volte più grande del “sesso degli angeli”!), si ha ragione anche degli aspetti strutturali e sociali dell’ Impero, nell’ambito del quale aveva posto il tekhnites, contadino artigiano mercante o potremmo dire paradossalmente quel tekhnites del rito che è il papas, prete secolare sposato; che era difeso dai phylakes, i formidabili stratiote macedoni e anatolici; che era santificato dalla contemplazione degli aletheis philosophoi, gli eroici solitari (monakhòi) che si ritiravano nei deserti a combattere la monomakhia contro le miserie del quotidiano, in colloquio col solo Dio, volendo raggiungere l’isykhia, la perfetta pace; uomini di santità feroce, ai quali sembrava cosa indegna persino il koino-bios, il convento dalla vita in comune con altri mortali. Uomini fortissimi, per altro assai colti, e tanto da disprezzare la loro cultura e da non voler gloriuzze fugaci; e tuttavia non privi di gusto letterario ed artistico anche profano, in quanto il bello è Kalòn, il Bello-Bene. Resta da deprecare, di fronte a tanta grandezza, la lunga incomprensione che separò e separa i Latini dell’Occidente e i Greci, e non solo per colpa di Voltaire, ma anche per via delle innumerevoli scomuniche reciproche che si scambiavano il Pontefice Romano e il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli prima e più ancora dopo lo scisma del 1054, e per l’odio teologale che inferociva l’un contro il glabro prete latino e il papas barbuto greco.”

autore: ULDERICO NISTICO’

immagine tratta da : http://www.costumes.org/

Nicola

Author: Nicola

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