Costantinopoli si avvicina alla caduta

Costantinopoli si avvicina alla caduta

La grande festività della Chiesa Ortodossa è la Pasqua […] ma c’era poca gioia nel cuore del popolo di Costantinopoli la domenica di Pasqua del 1453, che cadeva il 1° aprile.[…] Fu solo il lunedì 2 aprile, che venne avvistato il primo distaccamento nemico; una piccola compagnia di difensori fece una sortita contro di loro uccidendone alcuni e ferendone altri, ma all’avvicinarsi di un numero più grande di truppe turche la compagnia si ritirò entro le mura, e l’imperatore ordinò di distruggere i ponti sui fossati e di chiusere le porte della città. Quello stesso giorno, inoltre, dette disposizioni di gettare all’entrata del porto del Corno d’Oro una barriera consistente in una catena fissata, ad una estremità, alla Torre di Eugenio, sotto l’Acropoli, e all’altra, a una torre sulle mura di Pera verso il mare, e sostenuta da galleggianti di legno […] Il giovedì, 5 aprile, tutto l’esercito turco arrivò alle mura,comandato dallo stesso sultano che, per il momento, si accampò a circa un miglio e mezzo di distanza.Il giorno successivo, le truppe si avvicinarono ulteriormente alle loro posizioni definitive […] Il 5 aprile, i difensori si disposero nelle posizioni loro assegnate dall’imperatore; Costantino stesso, con le sue migliori truppe greche, prese posto al Mesoteichion, dove le mura attraversavano la valle del Lycus, con Giustiniani sulla destra alla Porta Charisii e al Myriandrion; ma quando fu evidente che il sultano stava concentrando il suo attacco sul Mesoteichion, Giustiniani e i suoi genovesi si unirono a lui e il Myriandrion fu rilevato dai fratelli Bocchiardo e dai loro uomini. Il bailo veneziano, Minotto, e gli uomini al suo comando si acquartierarono nel Palazzo Imperiale alle Blacherne per occuparsi della sua difesa e il loro primo compito fu di ripulire e riempire il fossato.

Un loro anziano compatriota, Teodoro Caristo, sorvegliava il settore di mura fra la Porta Caligaria e le mura teodosiane; i fratelli Langasco con l’arcivescovo Leonardo presero posizione dietro il fossato che si gettava nel Corno d’Oro; alla sinistra dell’imperatore stava Cattaneo con le sue truppe genovesi e, vicino a lui, a guardia della Porta Pegana, Teofilo Paleologo, parente dell’imperatore, con truppe greche. Al veneziano Filippo Contarini era affidato il settore dalla Porta Pegana fino alla Porta Aurea, che era difesa da un genovese di nome Manuele. Alla sua sinistra, vicino al mare, c’era Demetrio Cantacuzeno.

Ancora più sguarnite erano le mura verso il mare. A Jacopo Contarini era stato affidato lo Studion; accanto a lui, lungo un settore che difficilmente sarebbe stato attaccato, le mura erano sorvegliate da monaci greci che,si presume, dovevano fare buona guardia e chiamare le riserve in caso di emergenza, e vicino ad essi, nei pressi del porto di Eleutherius, c’erano il principe Orchan e i suoi turchi. All’estremità orientale della costa del mar di Marinara, sotto l’Ippodromo e il vecchio Palazzo Sacro, si trovavano i catalani al comando di Pere Julià, mentre il cardinale Isidoro era appostato con duecento uomini sulla Punta dell’Acropoli. Le coste del Corno d’Oro erano sorvegliate da marinai veneziani e genovesi al comando di Gabriele Trevisano, mentre il suo compatriota, Alvise Diedo, era stato nominato comandante delle navi nel porto. Nella città vennero tenuti due distaccamenti di riserve, uno al comando del Megadux, Luca Notaras, dislocato nel quartiere di Petra subito dietro le mura verso l’entroterra con alcuni cannoni mobili, e l’altro, al comando di Niceforo Paleologo, vicino alla chiesa dei Santi Apostoli, sul crinale centrale. Furono staccate dalla flotta dieci navi per preparare lo sbarramento: cinque erano genovesi, tre cretesi, una di Ancona e una greca, e il loro comando fu affidato a un genovese, probabilmente il Soligo, che aveva sistemato lo sbarramento. Era indispensabile avere in questa posizione un uomo che fosse in buoni rapporti con i genovesi di Pera, dato che un’estremità della catena era fissata alle loro mura. In generale, sembra che l’imperatore abbia cercato di mescolare le truppe greche, veneziane, genovesi, in modo che si rendessero conto della loro interdipendenza e abbandonassero le beghe nazionaliste.
La difesa era adeguatamente dotata di giavellotti, frecce, qualche colubrina e mangani per lanciare pietre; c’erano anche parecchi cannoni nella città, che però si rivelarono poco utili per la scarsità di salnitro ed anche perché quando sparavano dalle mura e dalle torri, cosa necessaria perché i proiettili raggiungessero le linee nemiche, lo spostamento d’aria danneggiava le fortificazioni. Sembra che i singoli soldati fossero provvisti di armature, molto meglio della maggior parte delle truppe turche.

Il mattino del 6 aprile i soldati erano ai loro posti, e le guarnigioni sulle mura osservavano l’esercito turco che prendeva posizione. Il sultano aveva già distaccato sulla costa settentrionale del Como d’Oro un’ampia parte del suo esercito al comando di Saghanos Pascià, che si sparse sulle colline fino al Bosforo, isolando in tal modo Pera e controllando ogni movimento dei genovesi di quella città. Venne costruita una strada sul terreno acquitrinoso all’estremità del Corno, perché Saghanos potesse comunicare rapidamente con il grosso dell’esercito. Di fronte alle mura di Costantinopoli, dal Como d’Oro alla Porta Charisii, erano accampate le truppe europee regolari dell’esercito al comando di Qaragia Pascià, che aveva a sua disposizione molti cannoni pesanti da usarsi contro le mura semplici delle Blacherne, e specialmente contro quell’angolo vulnerabile dove esse si univano a quelle teodosiane. Dai declivi meridionali della valle del Lycus fino al Mar di Marmara, c’erano le truppe regolari dell’Anatolia al comando di Ishaq Pascià, assistito, dato che il sultano non si fidava completamente di lui, da Mahmud Pascià, un rinnegato per metà greco e per metà slavo, discendente dalla vecchia famiglia imperiale degli Angeli, e che era diventato l’amico più intimo e il consigliere del sultano. Il sultano in persona assunse il comando del settore nella valle del Lycus, di faccia al Mesoteichion, e piantò la sua tenda rossa e oro a circa cinquecento metri dalle mura; di fronte a lui c’erano i suoi giannizzeri e altri reggimenti scelti, insieme ai suoi migliori cannoni, compreso il grande capolavoro di Urban. I basci-bazuk erano accampati appena dietro le linee principali in diversi gruppi, pronti ad accorrere dove ce ne fosse bisogno, e in faccia alle loro posizioni, per tutta la lunghezza delle mura, i turchi scavarono una trincea rinforzata da un bastione di terra, sulla cui sommità eressero una bassa palizzata di legno, interrotta a brevi intervalli da posterle.
La flotta, al comando di Balta-oghlu, aveva l’ordine di controllare che dal mare nessun rifornimento potesse arrivare alla città e la costa del Mar di Marinara veniva perlustrata in continuazione perché nessuna imbarcazione potesse avvicinarsi a quei porticcioli; ma il compito principale di Balta-oghlu era di aprirsi un varco attraverso lo sbarramento che proteggeva il Como d’Oro. Egli pose il suo quartier generale nel Bosforo, al largo del molo detto Due Colonne, dove ora si erge il Palazzo di Dolma Baghce, e qui, dieci giorni dopo l’inizio dell’assedio, venne raggiunto da molte grandi navi provenienti dai porti dell’Anatolia settentrionale, tutte armate di cannoni pesanti. Non appena l’imperatore vide che le truppe turche si erano riunite davanti alle mura, propose a Trevisano di far sfilare, per tutta la lunghezza delle mura, i suoi marinai nei loro costumi caratteristici, in modo che il sultano constatasse che fra i suoi nemici c’erano anche veneziani, i quali acconsentirono di buon grado. Da parte sua, il sultano, conformemente alla legge islamica, mandò con la protezione della bandiera bianca un ultimo messaggio alla città, in cui diceva che, come stabiliva la legge, avrebbe
risparmiato i cittadini senza toccare né le loro famiglie né i loro beni, se gli si fossero arresi spontaneamente; in caso contrario non avrebbe avuto alcuna clemenza. Ma i cittadini si fidavano poco delle promesse, e poi non avrebbero mai abbandonato il loro imperatore. Non appena terminata questa formalità, messi i cannoni in posizione, i turchi aprirono le ostilità con un pesante bombardamento delle mura. Al tramonto di quel primo giorno, 6 aprile, un tratto delle mura vicino alla Porta Charisii era stato seriamente danneggiato, e un persistente cannoneggiamento nel giorno successivo lo fece crollare […]

autrice: CHIARA POLIANI

Da RUNCIMAN S.La caduta di Costantinopoli, Torino, Piemme Editore, 2001, pp.116 – 132″

Nicola

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