Cristiani e Musulmani nella Calabria bizantina

Incontro e scontro di culture nel centro del Mediterraneo

Questo articolo ha lo scopo di presentare uno dei maggiori problemi del Medioevo: l’incontro/scontro tra Musulmani e Cristiani. In particolare, l’incontro tra i Musulmani che riuscirono a conquistare la Sicilia e i Cristiani del Mezzogiorno d’Italia, in particolare della Calabria, cioè i Bizantini. Come sappiamo, per più di mezzo millennio – dalla prima metà del VI alla seconda metà dell’XI secolo – le regioni dell’Italia Meridionale, compresa la Calabria, furono soggette all’autorità di Bisanzio. Le regioni del Mezzogiorno rappresentavano l’autorità dell’Imperatore d’Oriente nel centro del Mediterraneo fino al momento in cui i Longobardi occuparono la maggior parte della Campania, parte della Puglia e il nord della Calabria, mentre i Musulmani occuparono la Sicilia. Proprio questi Musulmani provenienti dall’Ifriqiya (attuale Tunisia) saranno fondamentali nel cambiare l’assetto istituzionale del Mezzogiorno. Posta come base delle operazioni la Sicilia Occidentale, essi fecero incursioni nel Mezzogiorno peninsulare anno dopo anno, creando varie difficoltà alle popolazioni locali, soprattutto delle città costiere, costrette ad abbandonare le città per rifugiarsi in montagna. Le prime bande saracene che approdarono nell’Italia Meridionale arrivarono attirate dal duca Andrea di Napoli (834-840) per affrontare il principe longobardo di Benevento, Sicardo (832-839). Egli fu, infatti, il primo esponente della cristianità a trattare con gli islamici di Palermo. Essi approfittando delle guerre civili longobarde e della poca resistenza dei Bizantini riuscirono a conquistare Bari, Brindisi e Taranto in Puglia e Santa Severina, Amantea e Tropea in Calabria. Nel 902 l’emiro Ibrahim II riuscì a conquistare anche la Sicilia Orientale con la caduta di Taormina e passò a razziare l’intera Calabria seminando il terrore sia tra i Greci che tra i Latini. L’eco della sua spedizione arrivò fino a Napoli e poi a Roma. Il suo intento, infatti, era di muovere contro i centri della cristianità: salendo dalla Calabria, avrebbe preso Napoli e Roma, e, infine, il grande desiderio era arrivare a Costantinopoli. Per quanto velleitario e avventato fosse il sogno di arrivare a Costantinopoli, l’obiettivo di arrivare a Roma era realistico, essendo stata già raggiunta da altri suoi corregionali ed essendo possibile una sua congiunzione con i vari gruppi di Saraceni ancora presenti nel Mezzogiorno. Tuttavia, il suo sogno si infranse sotto le mura di Cosenza poiché nel 902 morì di dissenteria. La morte di Ibrahim II aveva liberato dal pericolo dell’annessione islamica l’intera Italia. La morte avvenne per cause naturali, ma all’epoca fu visto come un vero e proprio miracolo dei cristiani del Mezzogiorno. Per i Calabro-greci si era trattato d’un miracolo dovuto alle preghiere di un carismatico taumaturgo e asceta ortodosso di quel tempo, Sant’Elia il Giovane o da Enna. In ogni caso la morte dell’emiro, quali che ne fossero le cause, aveva davvero scongiurato l’annessione dell’intera penisola alla Sicilia e all’Africa evitando a quelle regioni di cadere nell’ecumene islamica. Si era perciò trattato di un evento ben più importante della sconfitta araba di Poitiers del 732, tanto enfatizzata dall’epica filo-carolingia e dalla tradizione storiografica dell’Occidente europeo e cristiano. La Calabria fu teatro di un’altra sanguinosa battaglia tra Musulmani e Cristiani: la battaglia che secondo la tradizione storiografica fu combattuta a Capo Colonna, tra l’imperatore tedesco Ottone II e l’emiro della dinastia kalbita, Abu’l-Qasim nel 982. L’assenza di diplomi e la carenza di fonti rendono incerto gli eventi e il luogo della battaglia. Secondo lo studioso Dirk Alvermann, la battaglia fu combattuta non a Capo Colonna, nei pressi di Crotone, ma davanti l’antica statio di Columnia Regia, vicino Reggio Calabria. L’emiro siculo fece una grossa incursione nel Mezzogiorno attirando le attenzioni di Ottone II, che preparò una vera e propria “crociata”. La battaglia fu un disastro per entrambi gli avversari: i Saraceni, avendo perduto il loro capo, furono costretti a ritornare in Sicilia; mentre per i germani l’esito della battaglia fu più doloroso poiché la notizia di questa disfatta dell’esercito quasi annientato e della fuga dell’imperatore arrivò in tutte le zone dell’impero. Dopo la restaurazione del Sacro Romano Impero fu questa la più grave ed umiliante disfatta subita dalle truppe imperiali. Gli unici vincitori furono i Bizantini, spettatori inattivi della guerra, che trassero profitto dalla ritirata degli uni e degli altri. Furono abili a saper aspettare, o forse costretti ad aspettare per mancanza di truppe.

Nel determinare i rapporti tra la popolazione locale e i Saraceni sarà utile prendere l’avvio dall’esame delle testimonianze della diretta convivenza in queste regioni e, dunque sarà molto importante visionare le fonti agiografiche, cioè le biografie dei monaci greco-bizantini vissuti nel Mezzogiorno, soprattutto in Calabria. Nelle agiografie sono sempre presenti tracce di verità specie sulle abitudini e sul modo di pensare e di comportarsi della gente, costituendo, in assenza di documenti, una fonte storica fondamentale. Importanti in questo senso sono le vite di San Nilo da Rossano, di Sant’Elia il giovane, di San Giovanni Terista. Si evince dalle agiografie che nei periodi di pace che si alternavano tra una guerra e l’altra, nel Mezzogiorno, ma soprattutto in Calabria, si attivava quel processo di scambi e rapporti tra le tante etnie presenti: Arabi, Greci, Latini, Ebrei, Armeni ecc. Si può sostenere che diversi gruppi di Arabi convivevano nell’Italia Meridionale con le varie etnie, soprattutto nei centri di precedente dominazione come Taranto, Bari, Santa Severina e Amantea. Una siffatta consistenza della presenza araba può spiegare una produzione culturale che restava finora senza committente né clientela, poiché si conoscevano gli Arabi dell’Italia Meridionale in epoca bizantina solo attraverso l’immagine terribile di predatori tramandataci dalle vite dei santi e dagli annali. La presenza dei Saraceni era vista dai santi come una calamità. Bisogna analizzare innanzitutto la presenza dell’“Altro”, cioè i Saraceni che erano visti come “demoni” o “vipere” dai santi. L’opera di riferimento in questo senso resta il bios di san Nilo da Rossano per la circostanziata attenzione all’effettiva realtà storica da parte del suo autore. Nel bios niliano viene ricordata l’opera di devastazione delle campagne della Calabria bizantina da parte degli invasori arabo-siculi: devastazioni che non risparmiava romitori e monasteri. Questi guerrieri musulmani, che periodicamente invadevano il paese e gettavano il terrore tra la popolazione cristiana, non erano tutti fanatici avidi di distruzione e incapaci di dar tregua ai propri avversari. Parecchi dei loro capi trattarono i cristiani in cui s’imbatterono con una benevolenza e una dolcezza che vennero riconosciute anche dagli scrittori ecclesiastici più prevenuti. Nella vita di San Nilo si riscontra anche un metropolita bizantino di nome Blattone, la cui sorella si sposò con l’emiro di Africa. Questo Blattone riuscì a ricondurre dall’Africa diversi prigionieri cristiani, anche se Nilo lo esortò di stare lontano dai musulmani. Un altro episodio ben noto della vita di Nilo è quello dei tre suoi confratelli che furono fatti prigionieri dagli invasori arabi e tradotti in Sicilia. San Nilo riuscì a raggiungere una somma molto alta per pagare il riscatto agli Arabi. Tuttavia, l’emiro siculo probabilmente Aboul-Kasim, restituì il denaro e indirizzò al monaco e asceta dei doni e una lettera, con il quale invitava Nilo a continuare la sua vita monastica in Sicilia sotto la protezione degli Arabi; Nilo però rifiutò questa allettante proposta. Questo privilegio rende noto che l’emiro arabo siculo era avvezzo ad avvalersi di cristiani devoti e praticanti nei ranghi della sua amministrazione pubblica, infatti il notaio dell’emiro era un piissimo cristiano. Il biografo niliano apriva così uno squarcio sulla realtà della Sicilia islamica allora sotto il regime Kalbita. Questa dominazione sembrava sovrapporsi al più autentico retaggio bizantino ancora vitale e alla luce di altre ben più robuste fonti relative all’epoca, si può quasi parlare di Sicilia bizantina sotto dominazione islamica. Altra personalità interessante da descrivere, sempre a contatto con i musulmani, è san Giovanni Therista che fondò il monastero di Bivongi, non lontano da Stilo, in provincia di Reggio Calabria. Quel poco che del santo sappiamo ci fa in lui vedere il figlio di una coppia la cui vita familiare fu sconvolta dalla devastazione araba di Cursano. «Morto il padre, egli seguì la madre nella prigionia e nella nuova famiglia da lei costituita in seguito a un successivo matrimonio con un signore musulmano di Sicilia. Il giovane, giunto che fu nell’età di poter disporre di sé stesso rientrò in Calabria, nella terra avita, e si dedicò alla vita monastica secondo la tradizione bizantina, segnalandosi per il suo impegno di lavoratore stagionale nelle messi come mietitore, donde per l’appunto il suo epiteto di Terista o Teristi». Egli era un santo di frontiera, campione di una santità vissuta nel solco della religiosità e della spiritualità ortodosse, preferite alle soluzioni esistenziali offerte dall’ambiente arabosiculo. L’agiografo ha coperto un particolare troppo rude per i suoi lettori, monaci e devoti del santo, e per i posteri, e cioè che il santo fosse progenie di un notabile musulmano. Se così fosse san Giovanni Terista sarebbe non solo un santo di frontiera ma anche una persona con una duplice origine, cristiana e islamica. Ciò che si può notare dalle fonti sulla presenza araba in Sicilia e nell’Italia Meridionale è che essa non fu soltanto conflittuale, infatti, gli Arabi non erano talmente rigidi da non lasciare spazio agli incontri, alle intese, al più o meno capzioso gioco diplomatico, alle esigenze dei traffici commerciali. Ci sono molti ritrovamenti archeologici nella zona tra Tropea e Reggio che dimostrano che la Calabria era inserita all’interno di un comune sistema di circolazione delle manifatture islamiche. E anche se in Sicilia e in Calabria gli scontri fra le due parti in causa furono spesso improntati alla più spietata aggressività, nel più ampio settore dei rapporti tra Cristiani e Musulmani, molto spesso si ebbero proposte di incontri, tentativi – alcuni coronati dal successo – di trascendere sul piano diplomatico il fattore militare locale, di lasciare insomma alle milizie il compito degli attacchi, degli assedi di città e presidi e agli esponenti politici quello di avviare intese. Al di là delle continue guerre, bisogna tener conto che Musulmani e Cristiani ebbero anche dei buoni rapporti, soprattutto a livello commerciale e di scambio culturale. I rapporti commerciali sono stati sempre del resto anche strumenti di pace e forme mediatrici e distensive di contatti fra avversari. E, a guardar bene, le vicende, e non solo di quegli anni, evidenziano, di fatto, una continua complementarità fra islam e mondo cristiano. Questi cristiani non erano altro che i Calabro-greci, abitanti di una provincia al centro del Mediterraneo, dell’impero romano d’Oriente.

autore: Francesco Liperoti

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