I mosaici di Ravenna

“Quando già da molti e molti secoli una lenta ma inesorabile emersione aveva mutato in relitto di terraferma un’Urbe romagnola anfibia e lagunare, le nonne ravegnane propiziavano ancora il sonno dei nipotini raccontando di un’allegra cavalcata imperiale per pinete e campi e colline, capeggiata da una Galla Placidia che somigliava più a una regina delle fate che a una sovrana d’Occidente. Lasciando tracce imperiture di tanto passaggio nella toponomastica. Eccola soffocare dal caldo, balzare da cavallo e bagnarsi nel Ronco, e decretare che quel luogo di rinfresco si chiamasse Bagnola; eccola entrare in un villaggio accolta dalla popolazione festante con una rozza ciotola di bionda albana, alzando la quale esclama-Converrebbe berti in oro-, e Bertinoro fu; eccola galoppare, forse un po’ ebbra, lungo un torrentello, gridando –Beviamo, beviamo-, e Bevano si chiama ancora il corso d’acqua; eccola stramazzare da cavallo a gambe all’aria per una svolta troppo brusca, e battezzare Gambellara. E non solo nomi, ma chiese e cappelle spargeva per ogni dove l’Augusta, pia signora di Ravenna la Santa, città dei Dodici Vescovi indicati dalla mano di Dio, eletti per discesa diretta dello Spirito Santo. Opposto e complementare, nelle fabulazioni che mascheravano la storia si annidava in Ravenna anche un maligno, Teodorico il goto, tetro re cui i vaticinanti àuguri avevano presagito morte per folgore, al che fattosi costruire un mausoleo tutto pietra vi si ritirava per passaggio sotterraneo appena il cielo accennava ad oscurarsi. Ma a nulla valse la precauzione, ché il decreto superno si doveva compiere, e nell’infuriare di un terribile temporale un fulmine mai visto schiantò il gran masso del tetto e incenerì il reprobo.”

Questa è Ravenna e questo il suo territorio, dove il mondo agreste, terra di passaggio di Etruschi, Greci e Celti, si fonde con la porpora imperiale e l’oro dei mosaici.

Una città che, trascorsi i lenti secoli del declino e del crepuscolo, mostra ancora agli occhi del visitatore le testimonianze e i segni di quell’imperium e di quella santa civiltà ordinatrice del mondo, che fu Roma.

Proprio Ravenna fu spettatrice degli eventi cruciali che si verificarono tra il V e VI secolo dove, già premiata per la sua posizione marittima (Ravenna si componeva nell’Antichità e nell’Alto Medioevo di canali e isolotti, a stretto contatto con l’Adriatico e collegata al fiume Po, quasi una proto-Venezia) come sede della flotta imperiale per il Mediterraneo orientale presso il porto di Classe (dal latino “Classis”, “flotta navale”), assunse il privilegio di divenire capitale dell’Impero romano d’Occidente e poi dei regni barbarici di Odoacre, il quale proprio a Ravenna depose Romolo Augustolo nel fatidico 476 d.C., e di Teodorico.

Con la riconquista di Giustiniano sarà ancora Ravenna la sede prestigiosa dell’autorità imperiale restaurata, l’Esarcato d’Italia, assumendo il compito di fungere da tramite fra Costantinopoli e Roma, fra il temporale e lo spirituale, e di essere il faro per l’Occidente di quella romanitas che sbiadiva e si mescolava, attraverso l’arte monumentale e religiosa.

Attraverso alterne fortune la città romagnola, romagnola poiché la terra di Romagna era ed è la terra di Romània abitata dai Romani dell’Esarcato Ravennate circondato dai Longobardi, resse le sorti della Penisola fino all’VIII secolo quando cadde definitivamente nel 751 nelle mani di Astolfo re longobardo e i Papi di Roma dovettero rifondare su nuove basi gli equilibri politici e tutelare il proprio potere spirituale.

Nel IV secolo d.C. Ravenna, con i suoi canali fluviali, come la Fossa Augusta, e il suo tessuto urbano poggiante su palificazioni, si pensi alla Domus dei Tappeti di Pietra nei suoi strati più inferiori, descritte fra gli altri da Vitruvio, appariva come una fra le tante città marittime dell’Impero, come la greca Bisanzio sul Bosforo.

Come Bisanzio, tutto ad un tratto essa si trovò al centro della vita politica. Le regioni occidentali erano in fermento e percorse dai Visigoti di Alarico, in cerca di sistemazione come federati, e l’imperatore Onorio decise di abbandonare Milano e di rifugiarsi proprio a Ravenna, difesa dalle sue paludi e comunicante via mare con la Pars Orientalis.

La città, sull’esempio di Costantinopoli, venne allora modellata e adornata secondo i canoni del potere imperiale: si eressero il complesso palaziale per l’Augustus e la Zecca, venne posto il miliarum, colonna che marcava le distanze tra la nuova capitale e i confini del suo impero.

Famiglie senatorie, funzionari, militari, tecnici e affaristi presero residenza e il porto di Classe da mera sede militare sviluppò un sobborgo commerciale e produttivo, meta dei traffici con l’Oriente ellenico.

Di enorme prestigio si accrebbe la sede vescovile ravennate che si impreziosì di nuovi edifici come il Battistero Neoniano.

Il trasferimento della corte coincise anche con il trasferimento del potere, con i suoi fasti e i suoi intrighi: qui venne condannato a morte Stilicone, il barbaro romanizzato nonché il miglior generale che a quei tempi serviva l’Impero; visse Galla Placidia, in un intreccio fra il mondo germanico e l’unum imperium basato su due corti simmetriche, di cui è celebre il mausoleo che porta il suo nome, avente tutte le pareti decorate a mosaico; trovò la morte Flavio Ezio, il vincitore di Attila ai Campi Catalaunici, per mano di Valentiniano III.

“Il linguaggio artistico ravennate di metà V secolo passa da Classe, dalle navi che fanno vela verso Bisanzio; ignora i carri che, per giungere a Roma, debbono solcare passi appenninici infestati da briganti”.

Ancora oggi, il turista che si avventura per i vicoli e le strade della Ravenna moderna può imbattersi in edifici e decorazioni che rimandano a coevi echi greco-orientali e potrebbe stupirsi e figurarsi di essere a Tessalonica invece che in Italia, emblema di un grandioso legame storico e umano tra queste terre che si tende ad omettere e trascurare.

Giunse l’anno 476 e l’Impero romano d’Occidente “cadde senza rumore”.

Odoacre, deponendo Romolo Augustolo e inviando all’imperatore d’Oriente Zenone le insegne imperiali, propose e presentò un mondo nuovo, formatosi con lo stanziamento di nuovi regni barbarici, e con un unico imperatore romano a Costantinopoli.

Il generale sciro venne nominato patricius ma ambiva al titolo di rex Italiae e come tale si comportò.

Zenone tuttavia iniziò a trovare scomodo Odoacre e decise di muovergli contro Teodorico re degli Ostrogoti, con forse la speranza di annientare entrambi.

Teodorico conquistò l’Italia e nel 493 entrò a Ravenna dove uccise a tradimento Odoacre. Gli venne riconosciuto dall’imperatore Anastasio il titolo di rex e governò per trentatré anni un regno concepito come membra di un corpo avente gli organi vitali nella Seconda Roma sul Bosforo.

Il re voleva combinare gli elementi della civilitas romana, la legge e l’ordine, con la forza guerresca germanica e concesse terre dove insediare il suo popolo, come lo ricordano vari toponimi fra cui Godo (RA) e Goito (MN).

L’elemento gotico penetrò anche nella lingua e termini come “astio”, “bega”, “grinta” e “scherano” indicano ora un preciso schema comportamentale.

Collaborarono con Teodorico illustri figure dell’aristocrazia romana tra cui Anicio Manlio Severino Boezio e Flavio Magno Aurelio Cassiodoro.

Sono di quest’epoca la basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il Battistero degli Ariani.

Dopo il 520 d.C. lo scenario mutò e si intorbidirono i rapporti con Costantinopoli, a seguito di un irrigidimento dell’imperium verso le eresie, colpendo quindi gli Ostrogoti che erano di fede ariana.

La reazione di Teodorico fu rigida, anche verso i mormorii e presunti complotti, specie in seno all’aristocrazia romana che rimaneva fedele all’imperatore: Boezio venne imprigionato e poi decapitato, medesima sorte toccò a Simmaco, accusato di tradimento, e lo stesso Papa Giovanni I morì in carcere.

La stessa dinastia regnante entrò nel caos e alla morte del grande re Ostrogoto (526), sepolto nel suo celebre Mausoleo composto da due piani forse ad imitazione della tomba di Romolo sulla via Appia e da una copertura titanica che evocava i tumuli di pietra utilizzati per le tombe dei capi germanici, seguirono quelle del nipote Atalarico e della figlia Amalasunta, regina che voleva porsi come mediatrice tra le due fazioni e che invece fu vittima di una congiura operata dalla nobiltà gota più intransigente.

L’uccisione di Amalasunta fornì il pretesto a Giustiniano per la guerra: il regnum gotico non era più in seno all’imperium ma mutato in tirannide e la Seconda Roma veniva a reclamare le terre che erano state della Prima.

Il conflitto che ne seguì fu devastante per l’Italia, ridotta, secondo la testimonianza di Procopio di Cesarea, ad una “desolazione degna della Scizia”: morte, fame, crisi demografica, mentre le elites urbane che erano convissute prima con Odoacre e poi con gli Ostrogoti furono spazzate via o sradicate a Costantinopoli.

Questa sorte non toccò tuttavia a Ravenna, la quale in età giustinianea arrivò al proprio culmine: aumentarono i traffici con l’Oriente e iniziò un’intensa attività edilizia e artistica volta sia a correggere gli elementi gotico-ariani sia a marcare chiaramente la restauratio imperii.

Giustiniano nell’amministrazione dell’Impero scelse di coinvolgere i vescovi, volendo unire le sinergie dell’imperium e del sacerdotium, che una sua Novella del Corpus iuris civilis definisce “i due massimi doni di Dio agli uomini”, e affidò Ravenna al vescovo Massimiano.

Sarà Massimiano a consacrare le basiliche di San Vitale, dove vi sono i celebri mosaici di Giustiniano e di Teodora, e di Sant’Apollinare in Classe, che oggi appare come un’isola di magnificenza dominante sulle basse e rade case e sull’aperta campagna.

San Vitale ispirerà inoltre la Cappella Palatina di Aquisgrana, in cerca di una legittimazione imperiale.

Con la morte di Giustiniano nel 565 tramontò anche il suo sogno di riportare l’Impero Romano ai suoi antichi confini e tre anni dopo l’invasione longobarda dell’Italia rappresenterà un nuovo punto di svolta e di non ritorno.

Guerre simultanee e nuove emergenze quali le invasioni slave e avare nei Balcani e quelle persiane e poi arabe in Oriente, distolsero le attenzioni degli imperatori e la provincia Italia divenne sempre più marginalizzata.

I Longobardi, rispetto ai loro predecessori, non oltrepassarono le Alpi nel segno di legittimazioni giuridiche o formali ma in base alla forza delle loro armi e alla giustizia tribale della faida, non cercavano la convivenza con le popolazioni italiche né l’assimilazione con la cultura classica.

Ravenna resisterà per altri due secoli quale centro e guida dei territori rimasti in mano ai Romani, retta, a partire dal regno dell’imperatore Maurizio (582-602), dalla figura dell’Esarca, che riuniva in sé sia il potere civile che quello militare, di nomina imperiale. Scopo degli Esarchi non era l’irrealistica cacciata degli invasori ma di difendere i territori rimasti, soprattutto il corridoio di Perugia, Todi e Amelia che metteva in comunicazione Ravenna con Roma e il Papa e che spezzava la continuità territoriale dei domini longobardi.

Una difesa sia contro i barbari esterni sia contro tutti i tentativi di insurrezioni e di usurpazione dovuti alla latitanza e debolezza del potere centrale.

Ravenna sarà espugnata nel 751 d.C. e ciò segnò definitivamente la sua eclissi, nonostante la scacciata dei Longobardi ad opera di Pipino re dei Franchi e la sua restituzione non più a Costantinopoli ma al Papa: l’interramento dei canali e del porto di Classe e le spoliazioni di colonne, ornamenti e mosaici portati nella terra dei Franchi chiuderanno il sipario per quella città che fu al centro degli eventi più cruciali della nostra storia.

autore: JACOPO ROSSI

Fonte:

Paolo Cesaretti, Gianni Guadalupi, Ravenna. Gli splendori di un impero, FMR, 2005.

Nicola

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