Il Mandylion di Edessa

Il Mandylion e’ un’immagine-reliquia viaggiatrice per eccellenza, inviato da Cristo in persona, che era a Gerusalemme, al Re Abgar di Edessa, prototipo del monarca convertito al Cristianesimo. Nell’anno 944 la sacra reliquia fu trasferita a Costantinopoli, dove divento’ il palladio della città’ imperiale. Da li’ partirà’ più’ di quattro secoli dopo il Sacro Volto che ancora oggi si conserva a Genova.

(Ringrazio le seguenti fonti : www.sidone.org ; www.marianotomatis.it; www.museionline.it ; )

Il brano che segue presenta la leggenda dell’icona di Edessa, riportata da Evagrio (VII sec.) nella Storia Ecclesiastica (Patrologia Greca 86,2,2748). Già nella metà del IV secolo Niceforo Calistas raccontava che la prima icona di Cristo fu inviata dallo stesso Gesù al re Abgar Ukkama, principe di Osroeme.
Nel 1978 lo studioso francese Ian Wilson pubblica “Le Suarie de Turin”: egli ipotizza che il mandylion altro non sia che la Sindone. Indipendentemente dalla dimostrabilità della sua tesi, riteniamo che il Volto dell’uomo della Sindone evochi nella fede l’icona del Volto di Cristo che il pellegrino contempla.
(Da Daniel Rousseau, L’ICONA, SPLENDORE DEL TUO VOLTO, Paoline, Cinisello Balsamo, 1990. Pag.211-216)

Il re di Edessa Abgar V Ukkama, principe dell’Osroene, era lebbroso. Egli mandò il suo archivista Hannan a cercare Gesù perché lo guarisse. Poiché Gesù non poteva venire, Hannan cercò di fare il suo ritratto ma non fu possibile “a causa della gloria indicibile del suo volto che cambiava nella grazia”.  Allora Cristo prese lui stesso un panno che applicò sul volto e i suoi tratti si fissarono sul panno, mandyllon, fazzoletto. Alla vista del VOLTO fissato sul mandyllon il re guarì e si convertì.
Quando il figlio di Agbar tornò al paganesimo il vescovo di Edessa fece murare il “Santo Volto”.
La reliquia del Sangue di Cristo non poté essere esposta a lungo ad Edessa: nel 212 Caracalla occupò la città costituendo una base militare romana che prese il nome di Colonia Edessenorum. A causa delle persecuzioni romane, la comunità cristiana edessena dovette sprofondare nella clandestinità. Secondo alcuni documenti un vescovo nascose il telo acheiropoietos in una nicchia nell’alto delle mura della Birtha, la cittadella di Edessa, che fu poi accuratamente murata. Furono certamente pochi i testimoni di questo occultamento, e nel corso dei secoli si sarebbe perduta la memoria del luogo ove era stato nascosto il “lino non dipinto da mano umana”.
Quando, un secolo dopo, Costantino legittimò il Cristianesimo in tutto l’impero, il vescovo edesseno Qona fece costruire una chiesa nei pressi della sacra sorgente del Cellirhoe. Nonostante fosse ignoto il luogo ove il Telo Acheiropoietos era stato riposto, la notizia della presenza ad Edessa del lenzuolo sindonico si era ormai diffusa in tutto l’Oriente. Il fatto è avallato dal ritrovamento di antichi testi in lingua georgiana scritti da un monaco e storico di nome Niaforis. Datati intorno al 325, riportano una antica tradizione della Chiesa nascente, secondo cui il Telo Sindonico sarebbe stato raccolto dall’apostolo Pietro e successivamente nascosto in un luogo ignoto.

Il mandylion fu ritrovato soltanto nel VI secolo; una delle ipotesi è che il rinvenimento sia avvenuto in occasione dell’inondazione del Daisan, il corso d’acqua che attraversa Edessa. La notizia è riportata da un cronista dell’epoca, Procopio di Cesarea, che fa risalire lo straripamento al 525. Forse durante i restauri della chiesa di Santa Sofia, messi in atto da Giustiniano, l’immagine venne rinvenuta nella nicchia in cui era custodita.
Una seconda versione, forse più leggendaria, è legata all’assedio di Edessa da parte dei persiani. Nello stesso periodo, infatti, Cosroe I Anushirwan “il Grande” dilatò i confini meridionali del suo impero fino allo Yemen, e in seguito si diresse ad ovest, contro l’Impero Romano. Quando, nel 544, giunse sotto le mura di Edessa, il vescovo della città fu avvertito in sogno della presenza all’interno delle mura di una cavità, all’interno della quale gli assediati trovarono la reliquia.
L’esercito di Cosroe tolse l’assedio, probabilmente in seguito ad un incendio scoppiato nell’accampamento persiano, ma gli edesseni attribuirono all’immagine presente sul telo il potere di aver contribuito a respingere gli assalitori. Si tratta di una virtù attribuita anche al Graal: nel già citato brano del Joseph d’Arimathie di Robert de Boron, Gesù dice a Giuseppe d’Arimatea:

“”Quanti vedranno il tuo veissel […] non saranno defraudati e vinti in battaglia.””
Robert de Boron, Joseph d’Arimathie, fine XII secolo.

L’assedio persiano ci è stato tramandato dal Prefetto Imperiale di Antiochia, Evagrio Scolastico, nato in Siria verso il 530. Nei suoi scritti si riferisce al mandylion con le parole Theoteuktos Eikon, immagine fatta da Dio. L’avvenimento è riportato anche da un Inno celebrativo scritto in siriaco proprio in quei giorni da un anonimo poeta religioso.
Quando nel 545 Giustiniano firmò una tregua con i Persiani, in Edessa furono completati i lavori di costruzione di una grande chiesa, l’Haghia Sophia (“Divina Sapienza”). Il mandylion, che riportava la immagine acheiropoieta, fu portato al re che fece fissare l’immagine sopra una tavola ornata d’oro. Nelle riproduzioni l’icona è rappresentata come un rettangolo molto largo, al centro del quale compare il volto di Cristo in un cerchio spostato verso l’alto. Intorno ad esso si trova una griglia, una specie di graticcio a losanghe, ognuna con un fiore al centro. Il motivo a traliccio era stato al tempo degli Abgar la decorazione dei paramenti reali. Sui lati destro e sinistro si scorgono le frange di un tessuto. E’ lecito supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l’impronta del cadavere nudo e insanguinato, facendo castamente emergere soltanto il Volto.
Nella Vindicta Salvatoris si legge la descrizione del modo in cui il romano Velosiano avrebbe custodito il volto di Gesù impresso su un tessuto, che ricorda molto la forma del mandylion:
“Lo prese, lo avvolse in un panno dorato, lo collocò in uno scrigno e lo sigillò col proprio anello.”

Vindicta Salvatoris 24

In uno dei primi racconti in prosa sul Graal, il Diu Krône, scritto intorno al 1220 dall’austriaco Heinrich von dem Türlin di Känten, fu descritta una dama che avanzava, in una stanza del castello del Graal, con in mano un panno di seta ricamato sul quale era posato un graticcio. Assistendo alla scena Galvano pensò che si trattasse di una sacra reliquia custodita in un reliquiario. Si tratta della stessa reazione che avrebbe avuto un qualsiasi testimone che avesse visto la Sindone ripiegata sotto la sua grata: il Diu Krône descriveva la visione del mandylion da parte di un pellegrino giunto ad Edessa? In uno dei prossimi capitoli verrà discussa la possibilità che il Santo Graal fosse in realtà il “Santo Graticcio” all’interno del quale era custodito il sangue di Gesù impresso sulla Sindone.
La dama che reca il panno coperto dal graticcio richiama immediatamente la prima damigella del Graal che comparve nella storia della letteratura: quella che sfilò davanti a Perceval, recando nelle mani un calice splendente.
“Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e aveva tra le mani un graal.”
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188
Le Conte du Graal fu lasciato incompiuto. Quattro autori si avvicendarono per realizzare altrettante Continuazioni della storia. Nella prima di esse si dice che il Graal era stato “fabbricato” sul monte Calvario da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo, che aveva “modellato” una testa rassomigliante a quella del Signore. Secondo la narrazione, però, Gesù stesso ci aveva messo la mano, poiché quel ritratto “non era fatto da mano umana”. Questa caratteristica della testa poteva essere espressa in greco dal già citato termine acheiropoiétos, associato solitamente alla sacra reliquia conservata a Edessa raffigurante il volto di Cristo.
Può stupire la presenza in un testo graaliano di un riferimento così esplicito al volto di Edessa: è spiegabile, però, se si ipotizza che gli autori dei romanzi sul Graal si affidarono per descrivere tale misteriosa reliquia alle “voci” che circolavano in Occidente sull’esistenza di un Oggetto che conteneva il sangue di Gesù, ritenuto erroneamente un calice.
Ci sono altri elementi che sostengono l’ipotesi secondo cui, ripiegato dietro il volto, ci fosse l’immagine dell’intero corpo di Gesù. A metà del X secolo un medico di nome Smera trovò un antico testo siriaco, risalente al VI-VII secolo, che descriveva le vicende del Telo Acheiropoiétos. Egli lo tradusse in latino. Il testo raccontava che sul “linteum” presentato ad Abgar non soltanto la “faciei figuram sed totius corporis figuram cernere poteris”: non solo il Viso ma tutta la figura del corpo era visibile. Il Telo era rimasto incorrotto nonostante la sua antichità e il lungo periodo durante il quale era stato nascosto. Veniva conservato in un reliquiario adornato da una cornice, e non poteva essere visto dalle folle se non in occasioni particolari e a Pasqua, consuetudine, questa, che si sarebbe mantenuta fino ai giorni nostri.
La lettura dell’immagine non era affatto semplice: essa appariva evanescente, ed alcuni testi descrivevano esplicitamente una piaga che si vedeva nel costato. Ne Il più antico testo latino su Abgar del X sec., identificato dal nome Codex Parisiensis B.B. Lat. 6041, viene citata la lettera di Gesù ad Abgar. In essa non si descrive più soltanto un volto, ma un l’immagine di un intero corpo:
“Si vero corporaliter faciem meam cernere desideras, heu tibi dirigo linteum, in quo non solum faciei mee figuram, sed tocius corporis mei cernere poteris statum divinitus transformatum”
Il più antico testo latino su Abgar del X sec.
Il re avrebbe potuto contemplare sul lenzuolo “non soltanto l’aspetto del mio volto, ma la statura di tutto il mio corpo impresso per intervento divino”. Gesù spiega anche il modo in cui l’immagine si sarebbe impressa: Egli
“supra quoddam linteum ad instar nivis candidatum toto se corpore stravit, in quo, quod est dictu et auditu mirabile, ita divinitus transformata est illus dominice faciei figura gloriosa et tocius corporis nobilissimus status, ut qui corpolariter in carne dominum venientem minime viderunt, satis eis ad videndum suficiat transfiguratio facta in linteo”
Il più antico testo latino su Abgar del X sec.
Gesù “si adagia in tutta la sua lunghezza su un telo bianco come la neve e, meraviglia a dirsi e capirsi, per azione di Dio i tratti gloriosi del volto del Signore e la nobilissima statura di tutto il suo corpo vi si impressero”[ 58 ].
Al mandylion fu destinata una cappella nella chiesa dell’Haghia Sophia, a destra dell’abside. Si trattava di una collocazione molto simile a quella che Guarino Guarini avrebbe pensato molti secoli dopo per il Duomo di Torino.
Le “ostensioni” poterono svolgersi fino a metà del VII secolo, quando gli Arabi ridussero in condizioni di vassallaggio la città di Edessa. Il culto era praticabile soltanto se depurato da cerimonie esterne: cessarono, dunque, le processioni, i rintocchi di campana, scomparvero le croci sulle cupole e soprattutto le esposizioni di immagini, considerate blasfeme.
Quando nel 678 scoppiò un terremoto che danneggiò la Chiesa dell’Haghia Sophia, il califfo Mouawiwya andò contro le usanze islamiche facendola restaurare. Qualcuno ha intravisto, dietro questo gesto, il misterioso prestigio che l’Oggetto custoditovi manteneva anche di fronte agli Infedeli.
Sotto il dominio arabo, la visibilità e il culto del mandylion divennero molto prudenti, e con ogni probabilità si perse la “memoria visiva” delle reali fattezze e dimensioni della Sindone ripiegata nel reliquiario.
Tra il VI e il VII sec. il mandylion acquistò una notorietà universale. Testimoniano questa celebrità numerosi testi che lo citano, primo tra tutti una relazione del II Concilio di Nicea del 787. Si era in pieno periodo iconoclasta, e il culto delle immagini era da alcuni ritenuto blasfemo. L’immagine di Edessa fu citata da coloro che difesero la legittimità delle immagini religiose quale antica tradizione cristiana. Furono sottolineate in particolare il valore e la pietà ininterrotta destata dal mandylion edesseno. Questo fatto ci fa ritenere che l’immagine presentasse caratteristiche tali da permetterle di superare tutti gli altri supposti ritratti di Cristo nella venerazione dell’Oriente. Tale notorietà dovette raggiungere anche la città che a quel tempo custodiva la più ricca collezione di reliquie del mondo: Costantinopoli. L’imperatore Costantino, dopo le vittorie di Giovanni Kurkuas in Oriente, nella primavera del 943 aveva acquistato il Santo volto al prezzo di 200 prigionieri saraceni e 12.000 denari d’argento. Il 16 agosto 944 celebrò la festa della traslazione del Santo Volto a Costantinopoli. Oggi è festa del Volto Santo.
La reliquia arrivo’ a Genova nel tardo Trecento come dono dell’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo al capitano genovese Leonardo Montaldo, che, divenuto Doge, alla sua morte lo lascio’ al monastero di San Bartolomeo, per assumere nel corso del Quattrocento il ruolo di ‘protettore sacro’ della città’ ligu
re

a cura di: ALESSIO CITTADINI

Nicola

Author: Nicola

Share This Post On

Submit a Comment