Insegne e abiti bizantini dei Dogi di Venezia (IX-XII secolo)

Quando lo spatharios Arsafio, di ritorno in patria dalla sua prima missione diplomatica in terra franca, fece tappa nelle lagune dei Venetici per dare una nuova sistemazione politica al ducato, era chiaro che stava eseguendo ordini precisi provenienti dallo stesso imperatore Niceforo I. La violenta crisi franco-bizantina, che aveva coinvolto direttamente il ducato venetico fino a qualche mese prima, era infatti passata e Costantinopoli poteva tornare ad esercitare pienamente il suo controllo su quella lontana provincia1; i vecchi duchi Obelerio e Beato, ormai compromessi con la fazione favorevole ai Franchi, furono esiliati e al loro posto venne insediato un nuovo duca, Agnello Particiaco, fedele all’autorità imperiale. Era la primavera dell’811 e mentre le navi bizantine sparivano all’orizzonte ben pochi, nelle lagune, avrebbero potuto immaginare che una flotta da guerra di Bisanzio non si sarebbe mai più spinta così a nord.

La situazione in cui venne a trovarsi il ducato venetico all’inizio del IX secolo era dunque del tutto particolare: se da un lato il regno dei Franchi aveva rinunciato a qualsiasi tentativo di espansione in quell’area, dall’altro Costantinopoli, pur mantenendo un’autorità formale, non aveva più la forza di intervenire in modo attivo: queste furono le necessarie premesse perché avvenisse quel lento e graduale processo di indipendenza del ducato, che lo avrebbe portato, nei secoli successivi, a sviluppare una propria politica autonomia.

Sarebbe tuttavia sbagliato ritenere che il raggiungimento di questa indipendenza fosse avvenuto in modo del tutto autonomo; nonostante la lontananza, Costantinopoli esercitò per lungo tempo una fortissima influenza sugli aspetti più vari della cultura e della società veneziana. Dalle formule dei documenti cancellereschi all’architettura religiosa, dall’uso di titoli aulici imperiali agli aspetti istituzionali, passando per le unioni matrimoniali, tutti questi aspetti furono mutuati dalla tradizione bizantina e sopravvissero a lungo nelle lagune, tanto da dare vita ad un fenomeno del tutto particolare noto come bizantinismo veneziano2.

Nonostante alcune di queste consuetudini fossero già ben radicate all’interno del ducato, basti pensare all’istituzione della coreggenza, avvenuta per la prima volta con Maurizio Galbaio (764-787), o alla concessione di titoli aulici da parte imperiale, per cui è necessario risalire addirittura al duca Orso (726-737)3, è con la dinastia dei Particiaci che il rapporto con Costantinopoli si consolidò e le caratteristiche del bizantinismo veneziano emersero in modo evidente. Non è un caso, infatti, che proprio dal IX secolo i duchi veneziani iniziarono ad inviare con regolarità i propri parenti nella capitale orientale perché assumessero titoli della corte imperiale, mentre a Rialto, divenuta nuova sede del ducato all’indomani della crisi franco-bizantina, giungevano maestranze orientali per la costruzione di importanti chiese cittadine. Bisanzio continuò a rappresentare un punto di riferimento per la classe dirigente veneziana ben oltre l’estinzione della dinastia dei Particiaci e nonostante i repentini, e spesso violenti, avvicendamenti delle varie famiglie al potere. Presto al ducato furono assegnati incarichi militari sempre più importanti per conto dell’impero, che per questo ricompensava i vari duchi con titoli aulici di maggior prestigio e addirittura con la mano di dame della corte imperiale4.

Questi rapporti di alleanza e collaborazione raggiunsero il loro culmine verso la metà del XII secolo, tuttavia, proprio da quel momento, la crescente debolezza imperiale spinse i dogi veneziani ad intraprendere azioni sempre più aggressive e ostili, mentre vari aspetti della tradizione bizantina, alcuni dei quali erano già stati rigettati in precedenza5, furono del tutto abbandonati. Come è noto, il punto di svolta fu rappresentato dalla Quarta crociata, che portò le armi occidentali, ma anche veneziane, alla conquista della capitale orientale.

Con il 1204 e il conseguente capovolgimento dei rapporti di forza, dunque, l’influenza di Bisanzio sulle lagune iniziò a venir meno, portando alla conclusione il secolare fenomeno del bizantinismo veneziano; anche se la classe dirigente veneziana non perse mai di vista il grande modello consegnatole dall’impero, specialmente nei campi della propaganda e della mistificazione6, con il XIII secolo il processo di indipendenza e autonomia giunse alla sua piena maturazione. Questa lenta ma progressiva trasformazione di elementi tipici della tradizione bizantina a forme del tutto autonome è evidente se si analizzano due aspetti tipici del bizantinismo veneziano: la trasformazione degli abiti dei dogi e l’evoluzione dei loro “regalia insigna”, vale a dire le insegne del potere che venivano trasmesse al momento dell’elezione.

Al tempo dell’imperatore Anastasio e del re dei Longobardi Liutprando, tutti i Venetici, riuniti assieme al patriarca e ai vescovi, di comune accordo deliberarono che da allora in poi sarebbe stato più conveniente star sottomessi ad un unico duca anziché ai tribuni, e, dopo aver esaminato a lungo chi dovessero innalzare a tale dignità, alla fine scelsero un uomo molto esperto e illustre, di nome Paolicio”7. Questo noto passo di Giovanni Diacono, che narra l’elezione del primo duca veneziano, rappresenta una delle pochissime descrizioni di nomine di dogi; la critica moderna ha tuttavia posto seri dubbi sulla veridicità di tale evento, soprattutto a causa della mancanza di riferimenti all’autorità bizantina da parte dello storico, il quale, evidentemente, tentava di esaltare l’originaria indipendenza di Venezia.

Tale reticenza rende molto difficile l’identificazione di elementi che possano confermare i primitivi rapporti del ducato con la tradizione bizantina; proprio per questa ragione, quindi, appaiono di grande importanza i particolari che lo stesso Giovanni Diacono, forse in modo inconsapevole, inserisce in occasione della nomina di Pietro I Candiano dell’887. Dato che le condizioni fisiche del vecchio duca Giovanni II Particiaco (881-887) non erano buone, egli decise di cedere il potere al fratello Orso, quest’ultimo però non volle accettare; a questo punto “i Veneziani si elessero un doge, cioè Pietro di cognome Candiano, mentre si trovava nella sua casa”. Il neoeletto, allora, si recò nel palazzo, dove Giovanni II non poté che prendere atto della situazione consegnando spatam fustemque ac sellam, vale a dire la spada, lo scettro e il seggio8.

La nomina del Candiano, oltre a presentare il popolo come forza attiva nel momento del passaggio del potere, risulta fondamentale in quanto, per la prima volta, vengono presentate con chiarezza le tre insegne del potere ducale. Tralasciando per il momento la loro origine e il loro significato, che si vedrà tra poco, la testimonianza di Giovanni Diacono rimane comunque isolata: non sappiamo infatti cosa avveniva nel momento in cui un nuovo doge subentrava ad un predecessore già defunto, né possiamo avere certezza di quando la cerimonia, dal palazzo, si spostò in chiesa, si trattasse di quella di San Marco o quella di San Pietro9.

Ciò che risulta certo è che duecento anni dopo la semplice elezione di Pietro I Candiano, la cerimonia di investitura aveva assunto caratteri molto più fastosi e solenni: a confermarlo è la “Relazione” della nomina di Domenico Selvo (1071) del chierico Domenico Tino. Dopo la morte di Domenico Contarini (1043-1071) il patriarca e i vescovi si recarono a pregare nella chiesa di San Nicolò del Lido mentre tutto il popolo si era radunato, con le barche, sulla spiaggia prospiciente. Improvvisamente esplose un “maximus populorum clamor” che reclamava Domenico Selvo come nuovo doge; subito i nobili si avvicinarono al Selvo e, dopo averlo issato sulle loro spalle, lo portarono in una barca e gli tolsero i calzari. Si formò a questo punto un corteo di imbarcazioni che iniziò a dirigersi verso San Marco, mentre lo stesso Domenico Tino iniziava a cantare a gran voce il “Te Deum laudamus” seguito da tutta la folla. Giunti davanti alla chiesa, il nuovo doge fu accolto da alcuni ecclesiastici, successivamente si recò, sempre scalzo, nella chiesa seguito da un corteo e accompagnato dagli inni e dal suono delle campane. Domenico Selvo, infine, si gettò ai piedi dell’altare “Ob investituram ducatus baculum ab altari Sanctissimi Marci suscepit”. Uscito dalla chiesa, il neoletto ricevette il giuramento di fedeltà e, accompagnato dai soldati, entrò nel palazzo promettendo molti donativi10.

È evidente che la narrazione del chierico veneziano offre moltissimi spunti di riflessione: il primo, e certamente più importante, riguarda le insegne ducali: mentre Pietro I Candiano aveva ricevuto spada, scettro e seggio, Domenico Selvo accettò solo il baculus, vale a dire lo scettro. Per capire la ragione di questo cambiamento, e il suo significato più profondo, è necessario analizzare la testimonianza nel suo complesso. L’intera investitura presenta infatti continui richiami alla tradizione bizantina, sia in rapporto alle cerimonie imperiali, sia per gli stretti rapporti del ducato veneziano con la corte di Costantinopoli. Scrive ad esempio Costantino VII che, per celebrare la Pasqua, i sovrani erano soliti recarsi alla chiesa di Santa Sofia; in quell’occasione le fazioni dei Verdi e degli Azzurri accompagnavano l’uscita degli imperatori dal Gran Palazzo con inni e acclamazioni, successivamente “i prepositi tolgono loro le corone, frattanto che il patriarca li attende sulla soglia del nartex con il suo seguito abituale e con l’intero ordine del clero […] e, prima d’ogni altra cosa [i sovrani] genuflessi venerano il santo Evangelo”, infine, avvicinatisi all’altare e al Crocifisso “con un triplice inchino, i ceri in mano, essi rendono grazie a Dio”11.

Le somiglianze con varie funzioni imperiali sono dunque evidenti, dalle acclamazioni del popolo veneziano di chiara matrice bizantina all’intonazione di inni sacri, passando per la ritualità legata ai calzari e all’accoglienza, sulle porte della chiesa, da parte del clero, fino ad arrivare alla prosternazione davanti alla divinità e alla presenza dell’esercito, a cui sono promessi particolari donativi12. Tutto questo fa ritenere che Costantinopoli esercitasse ancora un ruolo preminente nella concezione del potere ducale, per tale ragione la storiografia moderna, scartando una poco probabile derivazione occidentale, fa rientrare anche i “regalia insigna” dei dogi nella grande tradizione bizantina, legandoli ai titoli aulici che erano loro frequentemente concessi.

Si è già accennato, infatti, all’assegnazione, da parte della corte imperiale, di titoli aulici ai vari dogi veneziani; tali dignità, soprattutto grazie ai meriti militari del ducato, divennero sempre più elevate nel corso del tempo, raggiungendo il culmine verso la metà del XII secolo. Come ci informa Costantino VII, ad ogni titolo corrispondeva un’insegna, che spesso lo stesso basileus concedeva personalmente, facendo entrare il destinatario nella grande famiglia imperiale. Grazie a questo risulta piuttosto semplice spiegare l’origine della prima insegna concessa nell’887 a Pietro I Candiano, vale a dire la spada: proprio una spada chrysokanos (forse “dall’elsa d’oro”) era infatti concessa allo spatharios, titolo che i dogi avevano ottenuto già nei primi anni del IX secolo.

Più complesso risulta invece chiarire da dove derivino il seggio e lo scettro: nessuna dignità aulica bizantina prevedeva la concessione di queste insegne, tuttavia esse dovevano essere molto importanti nel contesto italico, basti pensare che appaiono chiaramente in una miniatura dell’XI secolo raffigurante il duca Giovanni III di Napoli. Considerando che i duchi di Napoli, come quelli di Amalfi e Gaeta, condivisero con Venezia profondi legami con la corte imperiale anche nel ricevimento di titoli aulici, si può ritenere che lo scettro e il seggio rappresentassero le antiche insegne di una dignità imperiale identificata con quella di ypatos (o console), la quale, fino al VI secolo, prevedeva la consegna proprio di quelle due insegne13; questo è del resto confermato dalle tavolette d’avorio dei dittici consolari, raffiguranti il nuovo console seduto in trono mentre regge uno scettro sormontato da un’aquila.

Confermato dunque il legame tra le insegne ducali e la corte di Bisanzio, è probabile che la loro progressiva scomparsa, e la conseguente trasformazione del cerimoniale di investitura, fosse dovuta alla lenta ma inesorabile evoluzione del ducato veneziano, che abbandonava la dipendenza dall’impero per adottare caratteri propri. Tutto questo sembra confermato analizzando l’elezione di Sebastiano Ziani del 117214. In questo caso, infatti, il nuovo doge non ricevette più il giuramento di fedeltà da parte del popolo ma, al contrario, fu lui a promettere di conservare “statum et honorem ecclesiae Beati Marci bona fide et sine fraude”; in secondo luogo al neoeletto fu consegnato il “vexillum ducatus” e non più lo scettro, che forse era sparito dalla cerimonia di investitura già qualche anno prima, al tempo di Pietro Polani (1130-1148)15. La nascita delle istituzioni comunali all’interno delle lagune stava quindi sopprimendo qualsiasi insegna che avrebbe potuto essere collegata all’originario potere assoluto del doge: prima dunque sparirono il seggio e la spada: lo scettro, simbolo evidente di autorità sovrana, fu mantenuto dai dogi quanto possibile, ma con l’accettazione della promissione ducale (che limitava i poteri ducali) avvenuta non a caso con l’elezione del Polani, anche il baculus perse ogni funzione.

Ancora nel 1172, comunque, il modello bizantino non era stato abbandonato del tutto16, ciononostante la crescente potenza politico-militare di Venezia permetteva ai dogi cerimonie di investitura sempre più solenni e fastose: se infatti la modesta elezione di Pietro I Candiano, a casa sua, era stata tale per non irritare il potere dei Franchi o quello di Costantinopoli, già il corteo di barche e gli inni che accompagnavano Domenico Selvo avevano ben altro tono. Quanto detto per le cerimonie e le insegne ducali, può valere anche per gli abiti indossati dai dogi stessi.

La più antica rappresentazione di un doge si trova in uno smalto della Pala d’Oro conservata a San Marco e si riferisce, come chiaramente indicato dalla vicina iscrizione, ad Ordelaffo Falier (1102-1117). L’identificazione con un duca veneziano è stata tuttavia messa in seria discussione proprio a causa degli abiti indossati dal personaggio, che sembrano piuttosto molto più vicini a quelli portati da un membro della corte di Costantinopoli. Il presunto Ordelaffo Falier, infatti, poggia i piedi su un suppedion (cuscino) e porta scarpe con venature rosse: il vestito poi è decorato con moltissimi elementi tipici degli abiti imperiali bizantini e soprattutto da un ricchissimo loros. Infine, nonostante la parte superiore abbia subito dei rimaneggiamenti, sono comunque presenti la corona e il nimbo. Come si avrà modo di vedere, molti di questi elementi, specialmente la corona, il loros e il nimbo, sono completamente estranei all’abbigliamento dei dogi, che d’altra parte non ebbero mai la pretesa di essere rappresentati come sovrani bizantini; tutte queste ragioni hanno fatto propendere per l’identificazione con un membro della famiglia imperiale, forse Alessio I Comneno o un giovane Giovanni II Comneno17.

Tralasciando quindi lo smalto della Pala d’Oro, le raffigurazione più autentiche dell’abito ducale vanno ricercate nelle bolle di piombo emesse dagli stessi dogi: la prima bolla a noi nota è quella risalente al ducato di Pietro Polani, che al dritto presenta il doge a sinistra e san Marco a destra; quest’ultimo, seduto in trono e nimbato, regge il Vangelo mentre consegna al primo un vessillo dalla lunga asta, a sua volta il doge regge il vessillo e stringe nell’altra mano quello che sembra essere un rotolo, forse quello della promissione ducale. Questo modello iconografico si mantenne pressoché identico almeno fino alla metà del XIII secolo, tuttavia si possono notare delle leggere variazioni proprio negli abiti ducali.

Dalla bolla del Polani a quella di Sebastiano Ziani, infatti, l’intera rappresentazione sembra avere ancora caratteri stereotipati, il doge indossa un lungo abito talare, con pieghe e ricami, stretto da una cintura che provoca un leggero rigonfiamento e con maniche aderenti. Molto più interessanti appaiono le bolle di Orio Mastropiero (1178-1192) e di Enrico Dandolo (1192-1205) in cui la veste dei due dogi sembra presentare caratteristiche tipicamente bizantine quali una ricca cintura ornata di perle, gli epimanikia (polsini) che stringono le maniche, la fibbia che trattiene un mantello fluttuante e infine due attributi della dignità di protospatharios18 imperiale, vale a dire il maniakis e il cappello tondeggiante, simile ad uno skiadion bizantino. Questi stessi attributi di origine bizantina, la cui ricchezza è ancora maggiore nelle bolle dei dogi successivi, emergono con chiarezza anche nella monetazione veneziana coeva, in cui si ritrovano elementi bizantini non solo nell’iconografia dei personaggi, ma anche nella struttura stessa della moneta. Nel grosso d’argento, emesso per la prima volta durante il ducato del Dandolo, la presenza, al dritto, di un santo (san Marco) e del doge, separati da un elemento verticale (lo stendardo) si richiama fortemente alla composizione della nuova moneta d’oro, l’hyperpiron, emesso dai Comneni, mentre la figura del Cristo Pantocratore, al rovescio, si ricollega all’iconografia numismatica imperiale, consolidata sin dai tempi di Costantino VII19.

La foggia degli abiti ducali presenti nelle bolle di piombo e il loro richiamo a modelli costantinopolitani sono confermati da alcuni mosaici presenti nella chiesa di San Marco. Nonostante tali raffigurazioni musive risalgano ad un periodo posteriore a quello esaminato20, nella maggior parte dei casi è infatti possibile sia confermare quanto analizzato nelle precedenti testimonianze numismatiche e letterarie, sia osservare il graduale allontanarsi da modelli bizantini in favore di caratteri veneziani autonomi e specifici.

Paradossalmente, le vesti ducali che appaiono nei cicli musivi più recenti sono quelle che più si avvicinano alla realtà: la loro raffigurazione nel transetto sud di San Marco (in cui è narrato il miracoloso ritrovamento delle spoglie del santo nel 1094) è pressoché identica a quella delle bolle di Orio Mastropiero ed Enrico Dandolo. Il doge, che dovrebbe essere Vitale Falier, è rappresentato due volte, in entrambi i casi egli porta un cappello tondeggiante rosso e veste un lungo abito, con sottoveste bianca, di colore verde o azzurro trattenuto da una ricca cintura. Sulle spalle porta un mantello e ai piedi indossa scarpe nere con calze rosse; sono molto evidenti infine alcuni caratteri bizantini, non solo nelle veste del doge (maniakis ed epimanikia d’oro) ma in tutta la scena, in quanto il popolo veneziano è rappresentato mentre compie la proskynesis innanzi alle ritrovate spoglie del santo.

Molto diversi sono gli abiti ducali nel mosaico del Ricevimento del corpo di san Marco nella Cappella di san Clemente: il doge (che dovrebbe essere Giustiniano Particiaco, che effettivamente accolse le spoglie marciane nell’828) indossa infatti un abito con caratteristiche molto più simili a quelle di un membro della famiglia imperiale. Tralasciando alcuni particolari minori, come la cintura e le scarpe nere, tutti gli attributi tipicamente bizantini sono presenti, dagli epimanikia che decornano la veste color malva al cappello tondeggiante giallo ornato di pietre preziose, simile ad uno skiadion o persino al kamelaukion (corona a calotta) dei Comneni. Gli elementi di maggior interesse sono però costituti dal mantello del doge e dalla spada, tenuta da un membro del seguito. Entrambi infatti appaiono modellati su celebri ritratti di sovrani bizantini: il mantello ducale è azzurro e adornato da grandi gigli, lo stesso tipo di decorazione presente nella nota miniatura vaticana raffigurante Alessio I Comneno e la spada appare identica a quella della miniatura marciana raffigurante il trionfo di Basilio II.

A causa di tutti questi elementi il mosaico della Cappella di san Clemente appare quindi poco realistico; è da ritenere che il realizzatore, non avendo presente come fosse fatto l’antico abito ducale, si sia ispirato a modelli a lui noti, vale a dire quelli della corte di Costantinopoli21, la cui influenza culturale doveva essere ancora molto forte nel XII secolo.

L’atmosfera presente nel ciclo della Cappella di sant’Isidoro è invece del tutto diversa: in questi mosaici, risalenti al XIV secolo, l’influenza di Bisanzio è ormai lasciata ai margini, sostituita dalla consapevolezza di una maturazione politico-culturale ormai del tutto raggiunta. Nel ciclo infatti si narra il prelievo (o per meglio dire furto) delle reliquie del santo dall’isola greca di Chio, nell’ottica della campagna di Domenico Michiel contro l’impero d’oriente. Se si eccettua la presenza di un maniakis, il vestito del doge ha ormai assunto i caratteri tipici che conserverà per tutta la sua storia: il lungo abito rosso, la ricca cintura e il camauro bianco sormontato dal celebre “corno”. Anche la rappresentazione, nella scena dell’Arrivo a Chio, di due antiche insegne ducali, la spada e lo scettro, non ha nulla a che fare con un richiamo agli antichi titoli aulici imperiali22. La spada infatti è del tutto diversa da quella mostrata nel mosaico precedente e lo scettro, di colore scuro e con un caratteristico ingrossamento nella parte finale, è molto semplice e, probabilmente, simile a quello usato realmente dai dogi.

La rinuncia ai vari elementi del bizantinismo da parte di Venezia non costituì però un rifiuto di quello che era stato il messaggio più profondo trasmesso da Bisanzio: la celebrazione e la propaganda del potere. L’attenta classe dirigente veneziana aveva infatti appreso la lezione proveniente dal Bosforo e identificò sempre Costantinopoli quale madre di civiltà e depositaria del potere imperiale, potere di cui Venezia si faceva erede ed interprete. Si spiegano così, nel ciclo della Cappella di sant’Isidoro, le scarpe e le calze rosse del doge (chiarissimo riferimento alla prerogativa imperiale) e ancora la stessa origine del mosaici, voluti per celebrare la traslazione di reliquie secondo un processo messo in atto da Venezia, anche ai danni della stessa Bisanzio, per contrastare l’ingombrante presenza di altre città marinare e imporsi come potenza non solo politica e commerciale ma anche religiosa23. Ma fu la figura del doge a sfruttare a pieno la propaganda di derivazione bizantina, unendo agli antichi “regalia insigna”, mai del tutto abbandonati ma passati a membri del seguito, nuove insegne ducali, inventando una loro concessione da parte papale24 o ancora riportando in auge un antico attributo del potere quando necessario. Si spiega così la presenza dello scettro portato da Enrico Dandolo nel suo ingresso trionfale proprio a Costantinopoli in seguito alla Quarta crociata.

autore: LUCA MEZZAROBA

Ricevimento del corpo di San Marco, mosaico del secolo XII, arco superiore della Cappella di San Clemente,
Venezia, Basilica di San Marco.

Ricevimento del corpo di San Marco, mosaico del secolo XII, arco superiore della Cappella di San Clemente,
Venezia, Basilica di San Marco.

Celebrazione dello scoprimento delle spoglie di San Marco, mosaico del secolo XIII, transetto sud,
Venezia, Basilica di San Marco.

Disegno del Sigillo plumbeo del doge Enrico Dandolo (1192-1205) (presente in N. Papadopoli,
Le monete di Venezia, I, Venezia 1893, p. 88).

Sportello del dittico di Flavio Anastasio del secolo VI (517),
Parigi, Bibliothèque Nationale de France, n° 296 bis.

1 Il conflitto tra Franchi e Bizantini per il controllo delle lagune terminò infatti nell’810, quando una flotta imperiale guidata da Paolo, duca di Cefalonia, giunse nel nord dell’Adriatico e, contemporaneamente, Pipino, re d’Italia, morì improvvisamente. Nell’812, infine, si giunse alla pace, che sanciva il ritorno del ducato venetico sotto l’autorità di Costantinopoli. Al riguardo cfr. G. Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna 2006, pp. 43-44.

2 Per un’analisi generale dei più importanti aspetti del bizantinismo veneziano si rinvia a ibid., pp. 67-75.

3 Il duca Orso, terzo nella lista tradizionale dei dogi veneziani, fu nominato ypatos (console) da Leone III, che lo riconobbe a seguito delle rivolte scoppiate in Italia a causa della politica iconoclasta del basileus. Cfr. D. M. Nicol, Venezia e Bisanzio, trad. it. Milano 1990 (ed. originale Cambridge 1988), p. 22.

4 Riguardo alle unioni matrimoniali tra dogi veneziani e dame bizantine si rinvia a G. Ravegnani, I dogi di Venezia e la corte di Bisanzio, in L’eredità greca e l’ellenismo veneziano, a cura di G. Benzoni, Firenze 2002, p. 31.

5 La pratica della coreggenza, ad esempio, era già stata abolita nel 1032. Al riguardo cfr. G. Ravegnani, Insegne del potere e titoli ducali, in Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima. I. Origini – Età ducale, Roma 1992, p. 829.

6 Sul sapiente uso della propaganda e della mistificazione di derivazione bizantina da parte del ceto dirigente veneziano, si rinvia ad A. Pertusi, La presunta concessione di alcune insegne regali al doge di Venezia da parte del papa Alessandro III, in «Ateneo Veneto. Atti e memorie dell’Ateneo Veneto», n. ser. 15 (1977), pp. 153-155.

7 La cronaca veneziana di Giovanni Diacono, a cura di M. De Biasi, Venezia 1986, vol. I, p. 73 (trad. it. M. De Biasi)

8 Per la narrazione completa dell’evento vedi ibid., vol. II, pp. 60-61.

9 L’elezione di Pietro I Orseolo (976-978), infatti, avvenne nella chiesa di San Pietro, tuttavia non è certo se tale scelta fosse dettata dalla consuetudine o dal fatto che la chiesa di San Marco era da poco bruciata e, pertanto, impraticabile. Cfr. A. Pertusi, Quedam regalia insigna. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in «Studi veneziani a cura dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano e dell’istituto “Venezia e l’Oriente” della fondazione Giorgio Cini», 7 (1965), p. 67.

10 L’intera testimonianza del chierico veneziano si ritrova in Domenico Tino, Relatio de electione Dominici Silvi Venetiarum ducis, in Testi storici veneziani (XI-XIII secolo), a cura di L. A. Berto, Padova 1999, pp. 101-105.

11 Costantino Porfirogenito, Libro delle cerimonie della corte imperiale di Bisanzio, in Costantino Porfirogenito, Ibn Rosteh, Liutprando da Cremona, Il libro delle cerimonie, a cura di M. Panascia, Palermo 1993, pp. 59-61.

12 La proskynesis, ad esempio, era una delle consuetudini più antiche del cerimoniale bizantino, le invocazioni dei Veneziani “Dominicum Silvium volumus et laudamus”, poi, si richiamavano a quelle orientali. Al riguardo si veda G. Ravegnani, Insegne del potere, op. cit., pp. 832-834.

13 Come si è visto, la dignità di ypatos era già stata concessa ai duchi veneziani fin dall’VIII secolo; al riguardo si rinvia a ibid., p. 834.

14 L’intera narrazione della cerimonia di investitura di Sebastiano Ziani si ritrova in A. Pertusi, Quedam regalia insigna, op. cit., p. 72.

15 Sulla determinazione di tale epoca (sulla quale sembra convergere il maggior numero di commentatori) cfr. ibid., pp. 22-24.

16 La modalità di investitura “per vexillum” si rifaceva al modello bizantino dell’incoronazione simbolica; in ogni caso il passaggio dallo scettro, che indicava l’autorità sovrana del doge, al vessillo, che comprendeva l’intera comunità, risultò decisivo per il nuovo assetto comunale di Venezia. (Cfr. G. Ravegnani, Insegne del potere, op. cit., p. 836).

17 L’identificazione del personaggio rimane ancora dibattuta; sembra comunque certo che non si tratti di un doge veneziano anche per la vicinanza di un altro smalto, raffigurante Irene Ducas, moglie di Alessio I Comneno. Per un’accurata analisi dell’abito della figura si rinvia a W. F. Volbach, Gli smalti della Pala d’oro, in La Pala d’oro, a cura di H. R. Hahnloser e R. Polacco, Venezia 1994, pp. 6-7.

18 I dogi di Venezia avevano ottenuto la dignità di protospatharoi già dall’879, durante il ducato di Orso I Particiaco. Cfr. G. Ravegnani, Insegne del potere, op. cit., p. 842.

19 Con il regno di Basilio I il solido d’oro inizia a presentare, al dritto, l’immagine di Cristo Pantocratore, benedicente e con in mano il Vangelo; tale innovazione si consolida definitivamente durante il regno di Costantino VII. Questa innovazione avrà una grande fortuna e ben presto coinvolgerà anche gli altri tipi di monete imperiali. Al riguardo si veda C. Morrison, Byzance et sa monnaie. IV-XV siècle, Lethielleux 2015, p. 43.

20 Solo i mosaici della Cappella di san Clemente risalgono al XII secolo; quelli del transetto sud furono realizzati nel XIII secolo e quelli della Cappella di sant’Isidoro addirittura nel XIV secolo. Cfr. A. Pertusi, Quedam regalia insigna, op. cit., pp. 38-48.

21 Cfr. ibid., p. 40.

22 La presenza degli antichi “regalia insigna” ducali è da attribuirsi al committente, il doge Andrea Dandolo, profondo conoscitore della storia veneziana ma anche grande promotore di una propaganda volta a sottolineare l’originaria indipendenza di Venezia. Cfr. ibid., p. 48.

23 Esempio palese di tale atteggiamento è costituito dal trafugamento delle reliquie di san Nicola dall’isola di Myra, già compiuto da mercanti baresi ma attuato anche dai Veneziani, i quali iniziarono una feroce opera di propaganda iin chiave anti-barese. (cfr. A. Pertusi, Venezia e Bisanzio: 1000-1204, in Idem, Saggi veneto-bizantini, Firenze 1990, pp. 113-116).

24 L’invenzione, da parte del ceto dirigente veneziano, della consegna di svariate insegne da parte del papa Alessandro III (volta proprio a migliorare i rapporti tra Venezia e Roma) e la loro analisi specifica sono trattate con grande attenzione in A. Pertusi, La presunta concessione. op. cit., pp. 145-148.

FONTI

Costantino Porfirogenito, Ibn Rosteh, Liutprando da Cremona, Il libro delle cerimonie, a cura di M. Panascia, Palermo 1993.

La cronaca veneziana di Giovanni Diacono, a cura di M. De Biasi, Venezia 1986.

Domenico Tino, Relatio de electione Dominici Silvi Venetiarum ducis, in Testi storici veneziani (XI-XIII secolo), a cura di L. A. Berto, Padova 1999, pp. 101-105.

BIBLIOGRAFIA

C. Morrison, Byzance et sa monnaie. IV-XV siècle, Lethielleux 2015.

D. M. Nicol, Venezia e Bisanzio, trad. it. Milano 1990 (ed. originale Cambridge 1988).

N. Papadopoli, Le monete di Venezia, I-III, Venezia 1893-1919.

A. Pertusi, La presunta concessione di alcune insegne regali al doge di Venezia da parte del papa Alessandro III, in «Ateneo Veneto. Atti e memorie dell’Ateneo Veneto», n. ser. 15 (1977), pp. 133-155.

A. Pertusi, Quedam regalia insigna. Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in «Studi veneziani a cura dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano e dell’istituto “Venezia e l’Oriente” della fondazione Giorgio Cini», 7 (1965), pp. 3-123.

A. Pertusi, Venezia e Bisanzio: 1000-1204, in Idem, Saggi veneto-bizantini, Firenze 1990, pp. 109-138.

G. Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna 2006.

G. Ravegnani, I dogi di Venezia e la corte di Bisanzio, in L’eredità greca e l’ellenismo veneziano, a cura di G. Benzoni, Firenze 2002, pp. 23-51.

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Nicola

Author: Nicola

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