Tesori di Bisanzio a Venezia

La quarta crociata (1202-1204) fu uno degli episodi più squallidi del colonialismo medievale. I cavalieri crociati, ai quali all’ultimo momento si erano affiancati i Veneziani guidati dal loro doge Enrico Dandolo (1192-1205), avevano come meta l’Egitto da dove pensavano di attaccare la Terra Santa e riportarla sotto il controllo cristiano. I crociati non avevano abbastanza denaro per pagare il trasporto con le navi veneziane che avevano chiesto e il governo della repubblica, in cambio di una dilazione, ottenne da loro un aiuto per espugnare la città cristiana di Zara, che si era ribellata al suo dominio. Fu la prima anomalia dell’impresa; la seconda ancor più grave ebbe luogo quando i capi della spedizione inserendosi nelle contese dinastiche dell’impero decisero di far vela alla volta di Costantinopoli a cui misero l’assedio, sebbene fosse cristiana anche se eretica e nulla avesse a che fare con la liberazione della Terra Santa. La città, mal difesa, capitolò il 12 aprile del 1204 e i conquistatori costituirono un impero latino, destinato a durare fino al 1261, in cui il potere venne diviso fra crociati e Veneziani: i primi ottennero l’imperatore nella persona di Baldovino I di Fiandra, gli altri il patriarcato con Tomaso Morosini, che si sostituì alla chiesa ortodossa. La folta comunità veneziana presente nella ex capitale bizantina venne infine governata da un podestà, istituito dopo la morte del doge Dandolo nel 1205 e mantenuto fino al 1261. I vincitori poi si spartirono il territorio dell’ex impero di Bisanzio, conquistato solo in parte negli anni seguenti, e in questa occasione Venezia costituì il suo impero coloniale in Levante. La conquista della capitale, oltre ai tre incendi durante l’assedio, costò a questa uno spietato saccheggio. I vincitori dilagarono indisturbati e, per tre giorni, Costantinopoli subì la loro furia. Vennero profanate le chiese per asportarne  i tesori e le reliquie, furono messi a sacco i palazzi e le dimore private: la furia dei conquistatori si abbatté sulle persone e le cose, distruggendo fra l’altro  una grande quantità di opere d’arte. Non si risparmiarono neppure le tombe imperiali, che furono aperte per rubare gli ornamenti dei cadaveri. Vi fu tuttavia una sostanziale diversità di comportamento tra crociati e Veneziani, che va a onore di questi ultimi sia pure nel grigiore dell’operazione, ma più che altro si rivela vantaggiosa per noi posteri. Mentre infatti i crociati per lo più distrussero le opere d’arte per impossessarsi dei materiali di cui erano fatte, i loro sodali veneziani, in grado di apprezzare il valore non solo materiale degli oggetti, mostrarono maggiore discernimento e le principali opere d’arte vennero salvate per essere trasferite a Venezia, dove ancora sono in gran parte visibili. Diversamente non sarebbero con ogni probabilità sopravvissute alla conquista turca.

         Le reliquie nella pietà medievale erano ugualmente considerati tesori di inestimabile valore e anche di queste i vincitori fecero un ricco bottino in una città come Costantinopoli che da secoli era depositaria delle più preziose. I Veneziani ebbero la loro parte e ne inviarono nella loro città subito dopo la conquista e anche negli anni dell’impero latino. La reliquia più preziosa mandata a Venezia da Enrico Dandolo consiste in un pezzo di stoffa intriso nel sangue di Gesù crocifisso. Oltre a questa arrivarono i reliquiari con una parte della SS. Croce, appartenuta a un’imperatrice di nome Maria, un pezzo del cranio di S. Giovanni Battista e il braccio di S. Giorgio. A questi oggetti, conservati nel Tesoro di S. Marco, si aggiunsero poi altre reliquie non inviate dal Dandolo e ugualmente conservate nel Tesoro: una della Vera Croce appartenuta all’imperatrice Irene moglie di Alessio I Comneno, databile fra 1118 e 1133, un chiodo della Vera Croce e un frammento della colonna della flagellazione, proveniente quest’ultimo dalla chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli. Vi si trova infine un reliquiario in argento dorato contenente due delle spine della S. Corona di Spine. Quest’ultimo ha una storia movimentata: durante l’impero latino i baroni franchi presenti a Costantinopoli ottennero dal podestà veneziano Alberto Morosini un prestito consistente dando in pegno la reliquia della Corona di Spine. Non furono però in grado di rimborsarlo e nel 1328 un mercante veneziano, Nicolò Querini, si sostituì ai precedenti creditori mettendo come condizione che la Corona fosse depositata a Venezia e che divenisse sua proprietà personale in caso che non fosse riscattata entro un termine convenuto. L’imperatore latino Baldovino II si rivolse al re di Francia Luigi IX per risolvere la questione e questi inviò a Venezia due domenicani per cercare di recuperare la reliquia. Essi riuscirono ad averla nel 1239 dopo il versamento di diecimila iperperi (una somma inferiore al prestito originario), per cui a Venezia venne trattenuta una spina alla quale molto tempo dopo se ne aggiunse una seconda. Il re per conservarla fece costruire a Parigi la Sainte-Chapelle, dove rimase fino alla Rivoluzione per passare in seguito a Notre Dame, mentre a Venezia è conservata in un calice di argento dorato. Numerose chiese veneziane vennero poi gratificate da preziose reliquie portate in città durante la dominazione latina su iniziativa dei fedeli sia laici che religiosi e in totale abbiamo notizia di quindici reliquie portate a Venezia e qui tuttora reperibili.

Il sacco della città imperiale fece arrivare a Venezia un gran numero di manufatti, come plutei, colonne, capitelli, marmi, e altro ancora, oggi difficilmente identificabili, e alcune straordinarie opere d’arte che sono conservate nel centro della città e tuttora destano la meraviglia dei visitatori. Costantinopoli da secoli era una sorta di museo, in cui erano state raccolte o prodotti oggetti di infinita bellezza. E così i Veneziani, che paiono anche essersi impossessati di una parte di bottino superiore a quanto loro assegnato,misero le mani su quanto di meglio riuscirono ad arraffare. Tra gli oggetti identificabili con sicurezza, la vittima più illustre dei conquistatori sono da ritenersi sicuramente i quattro cavalli di S. Marco, l’opera che sia pure in copia fa ancora bella mostra di sé sopra la basilica. La scultura in bronzo dorato ha una storia controversa: non si sa quando e da chi sia stata eseguita e la datazione proposta dagli studiosi moderni varia dal IV secolo a. C. al quarto dopo Cristo, anche se molti la ritengono un’opera della tarda epoca romana. Si trovava nell’ippodromo di Costantinopoli dove era stata portata sotto l’imperatore Teodosio II (408-450) e di qui, probabilmente nella primavera del 1206, presero la via di Venezia dove, dopo un cinquantennio in cui rimasero all’Arsenale, furono installati sulla terrazza della basilica di S. Marco.

         La Pala d’Oro in questa circostanza si arricchì di altri smalti asportati dalla chiesa del Pantokrator, dove i Veneziani avevano il loro quartiere generale durante l’impero latino e andarono a completare il manufatto già esistente. Nel 1209 l’intera Pala d’oro venne rinnovata a cura del procuratore Angelo Falier, come ricorda un’iscrizione esistente sulla pala stessa, che con ogni probabilità aggiunse gli smalti arrivate da Costantinopoli: quali siano stati però non si sa, anche se si ritiene che ne costituiscano la parte superiore. Un’altra iscrizione del 1345 ci conserva memoria infine dell’ulteriore restauro fatto nel 1345, sotto il doge Andrea Dandolo (1343-1354), in cui il manufatto assunse l’aspetto attuale. Un’analoga provenienza, dal sacco di Costantinopoli, è inoltre ipotizzabile per buona parte degli oggetti conservati nel Tesoro di S. Marco sempre all’interno della basilica. La collezione presenta un centinaio di oggetti di fattura bizantina, tra cui si trovano opere d’arte di straordinaria fattura. Non siamo in grado però di stabilirne esattamente l’origine e il momento in cui arrivarono a Venezia, anche se come si è detto il grosso deve essere riferibile alla quarta crociata. Altri oggetti, però, vi arrivarono isolatamente prima e dopo questa circostanza fino a formare la collezione attuale, che può forse essere considerata come unica al mondo.

Alla conquista della città imperiale è riferibile anche l’icona della Madonna Nicopea (ossia «portatrice di vittoria»), sempre conservata in S. Marco nell’omonima cappella del transetto sinistro e oggetto di un fervente culto, che dura tuttora, nella città dei dogi. Opera secondo la leggenda dell’evangelista Luca (in realtà data al IX secolo), era venerata anche dagli imperatori di Bisanzio che la portavano in battaglia per averne la protezione. In uno scontro tra Alessio V e i crociati in prossimità di di Costantinopoli cadde però in mano francese e questi, al momento della spartizione, la cedettero ai Veneziani che la reclamarono con insistenza. Il patriarca latino di Costantinopoli, Tomaso Morosini, che la aveva in custodia nella chiesa di S. Sofia, rifiutò però di consegnarla ai suoi compatrioti e questi, notevolmente irritati dal rifiuto, la prelevarono a forza per collocarla nella loro chiesa del Pantokrator. La scomunica del patriarca e, in seguito, di papa Innocenzo III a nulla servirono: l’icona continuò a restare in mano dei Veneziani, che probabilmente la portarono nella loro città quando cadde l’impero latino e furono costretti a fuggire. A questo elenco di meraviglie artistiche si aggiunge infine il famoso gruppo in porfido dei Tetrarchi, collocato all’esterno, di cui è certa l’origine costantinopolitana. Il complesso salvo poche voci discordanti è attribuito ai Tetrarchi ovvero ai quattro sovrani che, due con il rango più elevato di Augusto e gli altri con quello di Cesare, ressero l’impero romano dal 293 al 303. Le quattro figure hanno lo stesso abito, con il copricapo pannonico, il mantello militare (il «paludamentum»), la corazza e una lunga spada con l’elsa a forma di testa di aquila.

L’elenco sia pur sommario delle opere d’arte sottratte dopo la quarta crociata è alquanto riduttivo rispetto alla grande quantità di oggetti bizantini o in genere orientali presenti a Venezia. Se ne conserva infatti una grande quantità, più o meno preziosi, sparsi per tutta la città, di cui spesso non è neppure possibile stabilire quando e perché vi siano arrivati. Nella piazzetta di S. Marco si levano le due colonne portate dall’Oriente nel XII secolo di cui una è sovrastata dal leone di S. Marco (un’opera di origine incerta) e l’altra dalla figura marmorea del Todaro (San Teodoro), il santo greco originario protettore della città prima di essere sostituito da S. Marco. Le colonne, secondo la tradizione, vennero erette nel 1172 mentre una terza, di uguale origine, cadde in acqua durante lo sbarco e non fu più ritrovata. All’esterno della basilica verso la piazzetta si trova poi la pietra del bando, un tronco di colonna di porfido trasportata a quanto pare da San Giovanni d’Acri nel 1256: sopra questa, ai tempi della Repubblica Veneta, erano bandite le leggi che venivano altresì proclamate dall’altra pietra del bando ancora esistente a Rialto. A questi, come oggetti d’arte portati dall’Oriente, sempre all’esterno della basilica, si associano quindi i due pilastri acritani, esempio di arte siriaca del VI secolo, che oggi si ritengono portati da Costantinopoli nonostante la tarda tradizione veneziana per cui erano stati presi ad Acri in occasione della vittoria riportata sui Genovesi nel 1256. Nella facciata della chiesa la porta bronzea di San Clemente, ubicata a sud, è di fattura bizantina e risale all’XI secolo, mentre quella centrale, di produzione incerta, è del XII secolo e quelle secondarie risalgono a epoca più tarda. Sulla balaustra della terrazza si vedono una testa in porfido priva di naso, scultura siriaca dell’VIII secolo in cui si è voluto identificare l’imperatore Giustiniano II Rinotmeto, ossia dal naso tagliato, il sovrano di Costantinopoli che aveva subito la mutilazione quando, nel 695, venne deposto dal trono per poi tornarvi dieci anni più tardi ed essere ucciso nel 711.

         La basilica di San Marcorisente fortemente dell’influsso bizantino per l’architettura e nella decorazione; al suo interno, come si è visto, conserva inoltre un vero e proprio tesoro di oggetti d’arte provenienti dall’Oriente romano. La prima chiesa di questo nome iniziò a essere costruita dopo il trasferimento delle reliquie del santo a Venezia (nell’828) per essere inaugurata nell’832 sotto il dogato di Giovanni Partecipazio: venne probabilmente ornata con colonne e decorazioni marmoree tolte dalle città in disuso di Altino e Oderzo. Andò perduta a seguito dell’incendio appiccato nel 976 dal popolo insorto contro il doge Pietro IV Candiano e fu restaurata ad opera del successore Pietro Orseolo nel 978. La terza chiesa di S. Marco venne infine edificata per ampliare e abbellire la precedente. La costruzione iniziò intorno al 1063, sotto il dogato di Domenico Contarini e proseguì sotto i successori Domenico Selvo e Vitale Falier per essere consacrata nel 1094. All’edificazione lavorarono senza dubbio maestranze bizantine e, dal punto di vista architettonico, si ritiene comunemente che l’edificio fosse assai simile alla perduta chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli edificata da Giustiniano I nel VI secolo e demolita nel 1461 dopo la conquista turca della città per fare spazio alla Moschea del Conquistatore (Mehmet Fatih Camii).

         IlTesoro di S. Marco, la meraviglia delle collezioni veneziane, ugualmente visibile all’interno della basilica, presenta una collezione di oggetti bizantini unica al mondo per numero e per qualità, provenienti in buona parte come si è detto dal sacco di Costantinopoli del 1204. Il ciclo dei mosaici della chiesa di San Marco, inoltre, mostra in alcuni casi evidenti utilizzi di modelli bizantini non solo in termini artistici ma anche in relazione alla riproduzione dell’abbigliamento profano. Laddove infatti gli artisti, o la tradizione pittorica, pensavano a un abito splendido per un santo o comunque un personaggio di grande rilievo nella vita religiosa, ricorrevano ai costumi della corte di Bisanzio che di questo splendore rappresentavano il punto più alto nell’immaginario collettivo, anche se è difficile dire fino a che punto queste immagini di iconografia non ufficiale siano realistiche. Nella cupola dell’Emanuele si vedono così Davide e Salomone in costume imperiale, così come era d’uso raffigurarli a Bisanzio. Davide porta come il sovrano di Bisanzio i calzari rossi ornati di perle (i campagi), la tunica (il divitision) bianca con una duplice decorazione a bande d’oro ornate da volute e la cintura, la clamide con un riquadro (il tablion) ricco di perle e di pietre preziose, in cui fa spicco una croce, tenuta ferma da una fibbia. La corona consta infine di un cerchio d’oro con una doppia fila di perle, una pietra centrale sormontata da una piccola croce e due pendenti di perle alle cui estremità si trovano quattro pietre in forma di croce. La tunica di Salomone è di color porpora, reca decorazioni geometriche inscritte in cerchi e nelle bande dorate mostra un’ornamentazione di perle; il manto di colore scuro presenta ugualmente il riquadro arricchito e decorato a volute mentre la corona è del tutto identica a quella dell’altro profeta. Lo stessa appropriazione di modelli del costume imperiale si registra poi nelle immagini femminili, come in quella della Karitas raffigurata nella cupola centrale dell’Ascensione in un abito di sovrana simile al costume in voga nell’XI secolo. Porta scarpe rosse, tunica scura lunga fino ai piedi con banda d’oro e grosse pietre blu e rosse che si alternano, il loros, ossia quella specie di stola che girava intorno al corpo indossata sia dagli imperatori che dalle imperatrici, arricchito di pietre e di una fila di perle pendenti e fermato da un medaglione circolare all’altezza del collo. In capo infine ha una corona aperta con pendenti e una grossa pietra al centro: la forma di questa è apparentemente insolita, rispetto ai tipi documentati di corone di imperatrici, ma le tre decorazioni a forma di giglio che la sovrastano ricordano chiaramente i triangoli ampiamente attestati sul copricapo delle sovrane. La figura di una imperatrice bizantina è inoltre evidente nel mosaico di santa Dorotea che si trova nel pennacchio della cupola sud. Quest’ultima ha un abito assai sontuoso, formato da sottoveste bianca, sopravveste e mantello, e sul suo abito fa spicco un elemento caratteristico, il thorakion, che era tipico delle imperatrici: veniva così chiamato perché ricordava la forma di uno scudo e si trattava di un capo di abbigliamento di forma ellittica portato sospeso alla cintura in modo da terminare con la punta in basso. Il mosaico del ricevimento del corpo di San Marco aVenezia (nell’arco superiore della cappella di San Clemente), eseguito nella prima metà del XIII secolo, mostra per il doge Giustiniano Partecipazio un abito di foggia bizantina, ispirato probabilmente da una iconografia imperiale del secolo precedente, in cui anche il copricapo non ha ancora assunto la forma ben nota del corno ducale e assomiglia piuttosto allo skiadion orientale.

         La Biblioteca Nazionale Marcianaè particolarmente ricca di manoscritti greci, alcuni dei quali ornati di miniature. L’origine della raccolta, e della Libreria di San Marco, oggi Biblioteca Marciana, si deve all’attività del cardinale Bessarione, già metropolita di Nicea e quindi convertitosi alla fede romana, che nel 1468 decise di lasciare in eredità alla Repubblica di San Marco la sua ricca raccolta di circa mille codici greci e latini. Aveva inizialmente pensato alla biblioteca benedettina di San Giorgio Maggiore, ma poi cambiò idea, per nostra fortuna dato che questa assieme ad altre librerie monastiche fu devastata al tempo di Napoleone e libri vennero portati per tornare a Venezia solo in parte parecchi anni più tadi. La sua scelta per Venezia non fu comunque casuale, ma dettata da una sua consapevole identificazione della città «come una seconda Bisanzio» (quasi alterum Byzantium), nel momento in cui la capitale imperiale dell’Oriente era caduta in mano ai Turchi. La raccolta di manoscritti marciani si ampliò nel corso dei secoli fino a costituire un corpus di grande spessore e importanza. Particolarmente conosciuto, e spesso presente nelle mostre, fra i manoscritti miniati è il Salterio di Basilio II (976-1025) prodotto a Costantinopoli dopo il 1018 (cod. gr. Z. 17) che presenta due miniature, di cui la prima reca un’immagine dell’imperatore. La miniatura di Basilio II lo mostra l’imperatore con l’aureola, come era prassi per raffigurare i sovrani di Bisanzio, e in abito militare in piedi su un suppedion (il cuscino o tappeto rosso che stava sotto i piedi dei basilei di Costantinopoli), la mano sinistra appoggiata su una spada e la lancia nella destra. Ai lati l’iscrizione greca: “Basilio il giovane, imperatore dei Romani fedele in Cristo”.L’arcangelo Gabriele gli pone in capo la corona mentre Michele gli regge la lancia. In alto, dentro a un mezzo cerchio di cielo, si vede il Cristo che protende la corona. La figura dell’imperatore è fiancheggiata da sei mezzi busti di santi guerrieri: Teodoro, Demetrio, Giorgio, Procopio, Mercurio e, probabilmente, Nestore. Ai piedi di Basilio alcuni personaggi nel tipico atteggiamento di prosternazione di proskynesis, con cui si doveva rendere omaggio al signore di Bisanzio, nei quali sono da riconoscere con ogni probabilità prigionieri bulgari. Secondo 1’interpretazione più corrente, l’immagine ha carattere trionfale e ricorda la cerimonia svoltasi a Costantinopoli nel 1018 dopo la sconfitta definitiva dei Bulgari ad opera di questo sovrano.

autore: GIORGIO RAVEGNANI

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Nicola

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