Imperatori di Bisanzio a Venezia

Nella seconda metà del Trecento la pressione degli Ottomani si fece sempre più minacciosa su ciò che restava dell’impero di Bisanzio e i sovrani, non riuscendo a contenerla con le proprie forze, iniziarono a rivolgersi all’Occidente in cerca di aiuto. Era una assoluta novità perché mai i sovrani di Costantinopoli avevano abbandonato la loro città se non per recarsi all’estero alla testa dei loro eserciti; ora al contrario vi arrivavano come supplici. Giovanni V Paleologo (1341-1391), dopo essere stato in Ungheria per chiedere aiuto, nel 1369 decise di lasciare la sua capitale per raggiungere l’Occidente dove sperava di ottenere l’appoggio militare necessario per far sopravvivere l’impero. In agosto arrivò a Napoli e di qui con il suo seguito proseguì per Roma convertendosi individualmente alla fede latina e abbandonando di conseguenza il suo credo ortodosso. Qui fu raggiunto da ambasciatori veneziani per il rinnovo del consueto trattato fra i due stati, che fu firmato il 1° febbraio 1370, e in marzo prese la via di Venezia. Non è del tutto chiaro cosa sia successo durante il soggiorno in città, perché le fonti sono piuttosto contraddittorie. L’opinione più accreditata è che abbia proposto al governo veneziano la cessione dell’isola di Tenedo, all’imbocco dei Dardanelli, alla quale Venezia ambiva da tempo, ottenendo come contropartita la restituzione dei gioielli della corona, che erano stati dati in pegno a Venezia, sei navi vuote da armare a proprie spese e 25mila ducati, di cui 4mila gli furono versati in anticipo. L’accordo non fu però completato, sia a causa dell’opposizione del figlio e reggente a Costantinopoli Andronico IV, influenzato a quanto pare dai Genovesi, sia per altri motivi non del tutto chiari che provocarono un suo ripensamento. A Venezia l’imperatore fu poi raggiunto dal secondogenito Manuele, che arrivò da Tessalonica per aiutarlo nelle difficoltà in cui si era venuto a trovare, e insieme si trattennero in città fino alla primavera dell’anno successivo. Il 2 marzo 1371, circa un mese prima della partenza, il Senato decretò che Giovanni V poteva tenersi i 4mila ducati avuti in acconto, nonostante il fatto che il resto della transazione non fosse andato a buon fine. Il governo veneziano fornì inoltre le provviste per gli equipaggi delle navi e Manuele Paleologo ricevette un dono personale di trecento ducati, anche se gli fu chiesto di restare per qualche tempo in Italia. L’imperatore rientrava così in patria, dopo il sostanziale fallimento di una missione dalla quale si era aspettato un aiuto concreto, e nell’ottobre 1371 fu di nuovo a Costantinopoli.Le potenze cristiane coalizzate contro i Turchi nel 1396 subirono una disastrosa sconfitta a Nicopoli sul Danubio e il successore di Giovanni V, il figlio Manuele II (1391-1425) decise di ritentare la carta del viaggio in Occidente. Nell’aprile del 1400 raggiunse Venezia a bordo di galere della repubblica: venne ricevuto con ogni onore e fu alloggiato nel palazzo del marchese di Ferrara sul Canal Grande. Il Maggior Consiglio ascoltò la descrizione del pericolo gravissimo in cui si trovava Costantinopoli e gli promise aiuto, ma il Paleologo non si limitò a rivolgersi a Venezia e di qui, dopo aver visitato altre città italiane, proseguì per Parigi dove giunse nel giugno dello stesso anno. Si recò quindi a Londra e nel febbraio del 1401 rientrò a Parigi fermandovisi fino quasi alla fine dell’anno successivo. Da Parigi, tra la primavera e l’estate del 1402, inviò due ambascerie a Venezia, alle quali fu data risposta dal Senato. Lasciò Parigi il 21 novembre del 1402, con destinazione ultima Venezia, da dove intendeva riprendere il mare per tornare in patria, e in dicembre un suo rappresentante era in città per annunciarne l’arrivo. Il viaggio di ritorno fu molto lento e Manuele II raggiunse la città lagunare soltanto nel marzo del 1403; i suoi ambasciatori lo avevano di nuovo preceduto chiedendo al governo veneziano un’intesa con Genova, sulla quale il Senato si mostrò piuttosto scettico. A Venezia gli fu riservata per la seconda volta un’accoglienza degna del suo rango e, nell’aprile del 1403, salpò alla volta dell’Oriente. Il suo viaggio fu culturalmente proficuo, per gli scambi che si vennero realizzando fra gli eruditi che lo seguirono e gli umanisti occidentali, ma politicamente andò incontro a un completo insuccesso politico non meno di quello di Giovanni V. La fine di Costantinopoli, che pareva ormai imminente, fu tuttavia ritardata da un colpo di fortuna quando, nell’estate del 1402, i Mongoli di Tamerlano inflissero vicino ad Angora una pesante sconfitta ai Turchi arrestandone per alcuni anni la spinta espansionistica.Il rinnovato pericolo su Costantinopoli, dopo la parentesi seguita alla disfatta di Angora, spinse una volta in più i sovrani di Bisanzio all’estero e nel 1423 Giovanni Paleologo, figlio di Manuele II e da lui associato al trono, abbandonò la sua città per recarsi a chiedere l’aiuto occidentale. Approdò a Venezia il 15 dicembre e, come già il padre, vi fu accolto con grandi onori. Sui temi politici, tuttavia, il governo veneziano fu piuttosto evasivo: si limitò a promettere l’invio di una flotta nella primavera seguente e a esprimere il desiderio di vedere altre potenze unirsi per combattere i Turchi. Giovanni Paleologo riuscì comunque a ottenere un prestito, anche se inferiore alle sue aspettative, e nel gennaio del 1424 lasciò Venezia per proseguire la missione diplomatica in Ungheria, da dove rientrò a Costantinopoli nell’autunno dello stesso anno. Anche in questo caso, come già nei precedenti, i risultati furono modesti e da parte occidentale non vennero fatti seri tentativi per contenere l’espansione dei Turchi.Negli anni che seguirono si ebbero occasionali presenze di ambascerie greche a Venezia, ma una grossa novità si verificò quando lo stesso Giovanni Paleologo, ormai da imperatore, vi giunse per recarsi al concilio che doveva sancire la riunificazione della chiesa greca e latina. Giovanni VIII Paleologo (1425-1448) decise infatti di tentare questa via, preliminare per il papato a un aiuto militare e decisiva per la salvezza dell’impero offrendo all’Occidente la riunificazione della chiese e togliendo, di conseguenza, ogni pretesto per non venire in aiuto della scismatica Bisanzio. Dopo accurati negoziati con il papa Eugenio IV, il sovrano e il suo seguito di dignitari laici ed ecclesiastici, guidati dal patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, si imbarcarono su galere papali verso la fine del 1437 con destinazione Ferrara, dove era stato indetto il concilio. La folta delegazione greca, che contava circa settecento persone, arrivò a Venezia nei primi giorni di febbraio. Fra i delegati bizantini c’erano alcune fra le maggiori personalità del tempo, come Bessarione metropolita di Nicea e Isidoro di Kiev, futuri cardinali, Giorgio Scolario professore e capo della cancelleria privata dell’imperatore, divenuto in seguito patriarca di Costantinopoli, e il noto filosofo Giorgio Gemisto Pletone. L’imperatore e i suoi furono ospitati nel monastero di S. Nicolò del Lido, mentre gli ecclesiastici presero alloggio a S. Giorgio Maggiore. Il giorno successivo all’arrivo (il 9 febbraio 1438) il doge Foscari andò incontro a Giovanni VIII con il bucintoro e, dal Lido, un corteo solenne di barche lo accompagnò fino in città dove fu sistemato nel palazzo del marchese di Ferrara, sul canal Grande, in cui già aveva preso dimora il padre. I Greci si trattennero per una ventina di giorni a Venezia, durante i quali gli ecclesiastici visitarono il Tesoro di San Marco, riconoscendo nella Pala d’Oro gli smalti a suo tempo trafugati dalla città imperiale. Il 27 febbraio la maggior parte della delegazione si mise in cammino alla volta di Ferrara per l’apertura dei lavori conciliari. Il Concilio seguì il corso previsto e, nel 1439, si spostò a Firenze dove venne solennemente proclamata l’unione religiosa. La via del ritorno in patria condusse nuovamente i Bizantini a Venezia verso la fine dell’estate e il doge offrì loro la chiesa di S. Marco perché vi celebrassero una messa solenne. Il 19 ottobre le navi destinate a ricondurli in Levante presero il largo e nel febbraio dell’anno seguente raggiunsero Costantinopoli.Il viaggio di Manuele II ebbe un testimone di eccezione in Silvestro Siropulo, un alto dignitario della chiesa ortodossa, che ne lascia il ricordo nelle sue Memorie scritte alcune anni più tardi. La nave imperiale gettò le ancore in prossimità del monastero di S. Niccolò del Lido, mentre quella di Siropulo andò ad ormeggiare in prossimità dell’arsenale. Il doge lo ricevette con grande calore insieme agli altri personaggi che lo seguivano nella sua qualità di inviato del patriarca. Li rimandò poi al loro sovrano ma prima di tornare indietro i Greci chiesero di vedere i loro alloggi e visitarono così «una casa splendida e brillante preparata per l’imperatore con trentasei letti» e un’altra ancora apprestata per il despota di Morea (ossia il palazzo di Ludovico dal Verme a S. Polo). Li portarono quindi a S. Giorgio dove videro gli alloggi del patriarca insieme a una grande quantità di vino, pane, essenze aromatiche, lampade, candele piccole e grandi per le tavole, una notevole quantità di pesce e una casa piena di legna. L’ingresso solenne dell’imperatore ebbe luogo il giorno seguente, domenica 9 febbraio. Il doge andò incontro insieme ai suoi principali notabili con la sua imbarcazione di gala, ossia il Bucintoro, che è accuratamente descritto dal Siropulo. Il bucintoro fu accompagnato da un gran numero di altre imbarcazioni i cui occupanti salutarono l’imperatore con suoni di trombe, canti e musiche di ogni genere. Il doge salì sulla galera del sovrano e gli presentò il proprio figlio, poi lo pregò di salire sul Bucintoro per fare il suo ingresso a Venezia. Giovanni Paleologo, che aveva gli arti inferiori pressoché paralizzati dalla gotta, rifiutò tuttavia l’invito e lo fece salire sulla sua nave per farlo sedere alla sua destra, mentre a sinistra prese posto il fratello, il despota Demetrio; in questo modo la galera imperiale si mosse lentamente verso la città scortata dal Bucintoro e dalle altre imbarcazioni, di cui parte seguiva e altra parte faceva cerchio intorno. Vi era un così grande numero di natanti, osserva con una iperbole lo scrittore, che il mare davanti a Venezia ne era pressoché coperto ed era stata formata come un’altra Venezia in movimento. Una sola cosa a suo giudizio rovinava il fasto: l’umido e la pioggia della giornata. In tono minore, ma non senza sfarzo, venne infine ricevuto il patriarca di Costantinopoli.Durante il loro breve soggiorno a Venezia i Bizantini ebbero modo di visitare il Tesoro di S. Marco. Vi si recò il patriarca con il suo seguito e vide «il mobilio sacro che vi è conservato, gli oggetti assai preziosi e ricchi su cui si notavano pietre preziose di una grandezza e di riflessi eccezionali così come ogni sorta di immagini sacre fatte con le materie più diverse di una scelta e di un valore estremi». Tra gli oggetti preziosi ammirati dai visitatori (che ritennero essere stati portati a seguito del sacco di Costantinopoli nel 1204) vi era anche la Pala d’Oro «solidamente serrata davanti e dietro da porte molto solide» che venivano aperte due volte all’anno, in occasione delle feste di Natale e di Pasqua. I detentori ne andavano giustamente orgogliosi, ma i Bizantini provarono una certa amarezza sapendo che gli smalti erano stati portati via da Costantinopoli. Fu detto loro che erano appartenuti alla chiesa di S. Sofia, ma essi dalle iscrizioni e dalle immagini si resero conto che provenivano dal monastero del Pantokrator.

autore: GIORGIO RAVEGNANI

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Nicola

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