Manzikert: la battaglia che avrebbe potuto annientare l’Impero

26 agosto 1071, Manzikert. Al termine di una furiosa battaglia l’esercito bizantino è in rotta mentre quello selgiuchide domina il campo. L’imperatore Romano IV Diogene è fatto prigioniero mentre Andronico Ducas, a capo della retroguardia, già era in marcia alla volta di Costantinopoli. Vi sarebbe arrivato poco dopo deponendo ufficialmente Romano IV e ponendo sul trono Michele VII, figlio del Cesare Giovanni Ducas e di Eudocia Makrembolitissa.

La battaglia di Manzikert fu uno scontro dalle nefaste conseguenze; avrebbe gettato Bisanzio in una dura guerra civile, dalla quale sarebbe emerso poi Alessio Comneno, e compromesso il controllo dell’Anatolia, vero cuore dell’Impero. Gravi errori strategici e tattici si sommarono tra loro portando a questo disastro; errori di cui, tuttavia, non si ebbe coscienza nel corso delle operazioni belliche poiché obbiettivo principe degli imperiali, come avremo modo di vedere, non era quello di provocare la potenza selgiuchide allo scontro campale. Per comprendere appieno la portata del disastro e analizzarne le cause è necessario, tuttavia, volgere il nostro sguardo alle condizioni dell’Impero sulle quali si chiudevano per sempre gli occhi di Basilio II.

Quando nel 1025 Basilio II morì l’Impero sembrava aver ritrovato il suo antico prestigio. Dal confine danubiano all’alta Mesopotamia Bisanzio dispiegava tutta la sua potenza e non si intravedevano nemici che potessero ostacolarla con efficacia. La conversione dei popoli slavi aveva allargato la zona d’influenza dell’Impero mentre il suo cristianesimo risultava essere molto più coeso di quanto non lo fosse stato in passato. La potenza dei Peceneghi sembrava declinante, come quella dei Magiari da poco cristianizzati, mentre il califfo Abbaside si dibatteva tra un sempre più forte dissenso interno e nemici esterni aggressivi ed agguerriti. Nel corso di un cinquantennio, tuttavia, l’intero panorama sarebbe completamente cambiato.

Togrul, nipote di Selgiuck, nel 1055 veniva salutato dal Califfo musulmano come Sultano, ovvero detentore del potere politico, sostituendo così coloro che sino a quel momento avevano difeso la massima autorità spirituale islamica: i Buwayhidi. Sotto la sua guida la potenza turca dei Selgiuchidi si allargò comprendendo le terre degli attuali stati dell’Iran, Iraq e Uzbekistan. I Selgiuchidi divennero presto assai temibili; a livello strategico, tuttavia, potevano rivelarsi alleati assai preziosi di Bisanzio.

Sia a Costantinopoli che a Baghdad si guardava con timore il progressivo accrescimento della potenza dei Fatimidi d’Egitto. L’Egitto forniva una solida base fiscale ai suoi governanti poiché ancora molti erano i cristiani che abitavano le terre di quel paese: su di essi, quindi, gravava il testatico ovvero la tassa che permetteva loro di professare la propria religione all’interno di uno stato musulmano. E su quella particolare imposta il Sultano d’Egitto basava gran parte della sua forza economica. Grazie ad essa egli aveva allestito una flotta che intimoriva Bisanzio e reclutato un gran numero di mercenari coi quali dimostrava di possedere una forza terrestre di tutto rispetto; in breve tempo, infatti, riuscì ad occupare la Mecca e la Medina assestando un duro colpo a livello ideologico al califfo di Baghdad. Stando così le cose appare chiaro come le due potenze dei Selgiuchidi e dei Bizantini dovessero essere, almeno a livello strategico, alleate o perlomeno avrebbero dovuto collaborare: ciò, tuttavia, non si sarebbe mai realizzato.

Assieme ai Selgiuchidi, infatti, di recente si erano convertiti all’Islam i Turcomanni che, adempiendo al dovere del jihad, predavano con costanza le regioni periferiche del territorio imperiale. È lecito dubitare della genuinità della loro fede; in quelle ricche regioni di frontiera il confine tra l’osservanza dei dogmi dell’Islam e la ricerca del profitto personale era assai fluido. I ghazi, ovvero i jihaidisti di frontiera, adempiendo al loro dovere religioso potevano giovare di un ricco bottino, di schiavi da vendere, e ,nel caso fossero caduti in battaglia, di sperare nel jannah, ovvero il paradiso.

Le periferie dell’Anatolia, inoltre, erano cronicamente mal difese. Non vi era nulla di paragonabile a un Vallo di Adriano, a un sistema di fortificazioni continue che si dispiegava per intero sul confine imperiale. La difesa era lasciata a delle fortezze isolate; luoghi dove la popolazione e l’esercito potevano ritirarsi per tallonare e attaccare le linee di rifornimento nemiche con il fine di far desistere questi dal proseguire l’attacco. I bizantini qui adottavano una tattica a buon mercato anche se non sempre efficace. Il confine veniva sorvegliato da reparti di cavalleria leggera che, occasionalmente, potevano superarlo e spiare le forze degli avversari. Se individuavano un pericolo imminente dovevano subito rientrare nelle basi e attendere che delle forze di legionari o ausiliari si riunissero in un medesimo punto per poi sferrare un attacco congiunto. Era un sistema che, per poter divenire operativo, richiedeva un certo lasso di tempo e non permetteva una risposta efficace ed in tempo reale alle offese dei nemici. Le incursioni dei Turcomanni divenivano, inoltre, sempre più pesanti e costanti terrorizzando quanti abitavano quelle terre di confine. Nel 1064 Ani, importante città dell’Armenia, venne presa e saccheggiata mentre nel 1067 la stessa sorte toccò a Cesarea; di qui gli incursori si mossero verso il cuore dell’Anatolia predando ferocemente Amorio. Il sultano Alp Arlsan più volte aveva affermato di non avere il controllo diretto di quelle bande e, pertanto, declinava ogni responsabilità dalle loro azioni.

E questo è il contesto nel quale si colloca l’operazione di Romano IV Diogene. L’obbiettivo dell’imperatore era dunque chiaro: difendere quelle popolazione di frontiera che tanto erano importanti per il fisco imperiale e strappare ai Turcomanni le fortificazioni che sfruttavano per effettuare le loro incursioni. Nulla di più. L’imperatore mobilitò un esercito davvero consistente, sicuramente sproporzionato per i fini strategici che si pose, che contava all’incirca 40.000 uomini. Si trattavano per lo più di mercenari: di cavalleria pesante normanna, di fanterie varieghe e armene, di guerrieri peceneghi e Nemitzoi, parola che in lingua slava designava i tedeschi. Un esercito, insomma, temibile e di notevoli dimensioni che poteva destare la più viva preoccupazione dei Selgiuchidi; questi, infatti, temevano che una tale forza avrebbe preso la via degli altopiani iranici minacciando il loro controllo dell’area. Di una vasta operazione di questo tipo, tuttavia, non ve ne è la documentazione. E ci sembra altamente improbabile che Romano IV l’abbia potuta concepire: l’avrebbe portato lontano dalla corte e dalla capitale per troppo tempo. Una corte e una capitale di cui non poteva fidarsi ciecamente e la scelta, quindi, sarebbe stata assai rischiosa.

Alp Arslan, inoltre, non si fece prendere dal panico o cogliere alla sprovvista. Quando sul finire del 1070 fu raggiunto dalla notizia che un grande esercito imperiale era in marcia poteva essere tuttalpiù stupito. Bisanzio stava manovrando nelle regioni nord-orientali dell’Anatolia: delle regioni prevalentemente montagnose e in cui difficile doveva risultare mantenere un esercito in marcia. Il Sultano, in un primo momento, non badò troppo alle iniziative imperiali e proseguì con il suo intento di assestare un colpo mortale ai Fatimidi. Lasciò il suo quartier generale di Khurasan e, una volta catturata la fortezza di Manzikert, si spostò verso Amida e si recò ad assediare Edessa. Qui fu raggiunto da ambasciatori imperiali che gli proposero una scambio: la fortezza di Manzikert per Hierapolis di Siria. Il Sultano accettò di buon grado e proseguì la sua campagna bellica ponendo l’assedio ad Aleppo. Di nuovo fu raggiunto dagli ambasciatori di Bisanzio che, tuttavia, presentarono una nuova richiesta con un chiaro tono minatorio. Alp Arslan, a quel punto, intessendo tra loro gli elementi che progressivamente venivano a sommarsi intuì che era più sicuro cambiare i propri progetti e spostare l’intera armata per difendere le sue terre da un possibile, o perlomeno plausibile, attacco Bizantino. Sicuramente sconfiggere l’eterodossia ismaelita dei Fatimidi e acquisire le risorse dell’Egitto avrebbe dato notevole linfa alla potenza selgiuchide. Difendere la propria popolazione da un attacco condotto dalla maggiore potenza cristiana del tempo, tuttavia, avrebbe conferito un prestigio ben maggiore.

Mentre la corte di Baghdad si impegnava in questi ragionamenti tessendo le fila per ottenere una vittoria schiacciante sui nemici, a tal fine Nizam al Mulk fu inviato in Azerbaijan per reclutare delle truppe mentre lo stesso Sultano si impegnò ad assoldare dei reparti di cavalleria Curda, l’esercito bizantino, all’oscuro di tutto, procedeva con la sua operazione bellica disperdendo oltremodo le proprie forze cercando di dislocare il maggior numero di reparti nei castelli e nelle fortificazioni che progressivamente veniva conquistando. Roussel de Bailleul, un mercenario normanno, era stato posto alla difesa della rocca di Chliat assieme all’armeno Giuseppe Tarcaniote mentre la guardia germanica dell’imperatore, per via dei soprusi che perpetuò a danno della popolazione locale, venne allontanata nelle retrovie; indebolendo fortemente la forza d’urto dell’esercito imperiale.

E così il 26 agosto 1071 i due eserciti si trovarono a fronteggiarsi a Manzikert. Alp Arslan prima dello scontro inviò una richiesta di pace all’Imperatore di Bisanzio; richiesta di pace che venne formalmente presentata a nome del Califfo stesso. La motivazione di questa scelta del comandante selgiuchide non è del tutto chiara. Forse egli temeva che lo scontro sarebbe stato un massacro, un massacro per le sue forze. I Selgiuchidi erano abilissimi e temibili nell’effettuare incursioni o imboscate: essi, tuttavia, temevano le grandi battaglie campali nelle quali erano certi di trovare avversari con maggiori competenza e preparazione nel combatterle. Forse temendo ciò Alp Arslan si vestì di bianco: sosteneva, infatti, che con quel colore l’indumento, nel caso in cui fosse morto, sarebbe stato un buon sudario. Avrebbe anche costretto quanti lo seguivano a giurare che, nel caso in cui fosse caduto, la successione sarebbe passata attraverso suo figlio, Malik-Shah. O, probabilmente, Alp Arslan ricercò un accordo poiché voleva preservare le proprie forze per il Sultano Fatimida, che abbiamo visto essere il suo più acerrimo nemico.

Romano IV, tuttavia, appena venne in possesso della richiesta la interpretò come un segno di debolezza; concedò con freddezza gli ambasciatori e preparò il suo esercito allo scontro. L’imperatore non era disposto né tanto meno poteva concepire una ritirata senza aver affrontato quel nemico. Ora Alp Arslan si trovava a pochi chilometri da lui e quella era la sua occasione con la quale infliggere un colpo mortale al nemico musulmano e porre fine alle incursioni perpetrate a danno delle regioni periferiche dell’Impero. Se fosse tornato a Costantinopoli a mani vuote, inoltre, sarebbe stato esposto agli intrighi della fazione dei Ducas, a lui avversa. Intrighi che avrebbero potuto facilmente portargli via il trono e la vita.

L’esercito bizantino, tuttavia, non ebbe modo di dispiegare tutto il suo potenziale: come abbiamo visto grandi reparti erano stati collocati a difesa delle fortezze appena conquistate mentre un buon numero delle forze erano impegnate nella difesa delle linee di rifornimento. L’esercito schierato non contava sicuramente 40.000 uomini, probabilmente meno della metà. Nello schierarlo, inoltre, Romano IV commise un altro errore, che poi gli si rivelerà fatale. L’imperatore aveva deciso di portare con sé Andronico Ducas, uno degli esponenti più in vista del partito che gli era ostile, probabilmente con l’intento di poter sorvegliarlo e di tenerlo lontano dalla corte di Costantinopoli. Il ruolo che gli fece ricoprire, tuttavia, era il meno idoneo da affidare ad una persona di cui poco ci si fida: gli consegnò, infatti, il comando della retroguardia.

Secondo la disposizione classica, inoltre, l’esercito doveva disporsi su di un nucleo centrale protetto ai lati da reparti di cavalleria e difeso alle spalle dalla retroguardia. L’imperatore, in questa disposizione, aveva il compito di occupare una posizione centrale, fra la linea che doveva reggere il primo contatto col nemico e la retroguardia. Da qui, infatti, non solo il comandante sarebbe stato relativamente al sicuro ma, elemento più importante, avrebbe avuto la possibilità di controllare il suo esercito; decidendo, quando e se sarebbe stato opportuno, di mobilitare la retroguardia. Romano IV, tuttavia, scelse di combattere in prima linea: forse per infondere entusiasmo ai suoi, forse non temendo la morte.

Fu una battaglia anomala quella di Manzikert, per buona parte essa fu una sorte di marcia. L’Armenia è una terra ricca di montagne e boscaglie, perfettamente adatta per lo svolgimento di un’imboscata. L’esercito bizantino si mosse alla volta delle montagne dove si riteneva si fosse annidato quello selgiuchide. Romano IV, evidentemente, voleva pressare l’avversario per spingerlo ad abbandonare i luoghi sicuri che occupava e scendere in battaglia. Per buona parte di quel 26 agosto l’esercito avanzò, seppur tallonato e infastidito dagli arcieri a cavallo nemici. Tuttavia il nemico era sfuggente e non si concedeva all’ingaggio con agio. L’avanzata durò tutto il giorno; quando il sole cominciò a declinare Romano IV, resosi conto di aver lasciato il campo totalmente indifeso, ordinò la ritirata. Le insegne imperiali vennero girate ordinando, quindi, all’intera armata di tornare indietro. Era il segnale che Alp Arslan attendeva da tempo. Ordinò ai suoi di uscire rapidamente allo scoperto e di scontrarsi coi nemici; le forze di Bisanzio furono colte alla sprovvista e ne seguì un gran caos. Gran parte dei mercenari imperiali, mal interpretando il segnale fornito dal cambiamento della direzione delle insegne e vedendo un gran dilagare dei nemici da ogni direzione, ritennero che Romano IV fosse stato ucciso e abbandonarono il campo il più rapidamente possibile. L’urto dei Selgiuchidi fu tale da sfondare le linee imperiali e portare questi dinanzi alla retroguardia: l’imperatore, che guidava nella prima linea, rimase pertanto isolato e in gravissimo pericolo. Andronico Ducas, a capo della retroguardia, in un momento delicato come questo avrebbe dovuto incitare gli uomini all’azione e scagliarsi con ardore nella mischia, per dar man forte al sovrano. Il Ducas, tuttavia, fece spargere la falsa notizia che l’imperatore fosse caduto nel primo impatto e si diede alla fuga. Egli, d’altronde, non attendeva altro da tempo e, recatosi a Costantinopoli, depose ufficialmente Romano IV per porre sul trono Michele VII, figlio del Cesare Giovanni Ducas e di Eudocia Makrembolitissa.

L’imperatore, tuttavia, non era morto; nella foga del combattimento, e strenuamente difeso dai suoi fedelissimi, aveva riportato solo una leggera ferita. Il giorno successivo lo scontro venne notato da una banda turcomanna che stava saccheggiando la sua tenda e, prontamente catturato, fu portato al cospetto del Sultano Alp Arslan. Il Selgiuchide non si dimostrò essere un selvaggio, anzi. Lo trattò con rispetto poiché con rispetto guardava a Bisanzio. Non era sua intenzione, inoltre, annientare l’Impero poiché i suoi veri nemici, come abbiamo visto, erano altrove. Egli si limitò, dunque, ad intavolare delle trattative con l’Imperatore deposto. Sulla base di un impegno da parte di questo di ricevere un forte riscatto e una striscia dell’Armenia lo congedò dotandolo di una scorta per il ritorno nella capitale. A corte, come è facile intuire, nessuno riaccettò la sovranità di Romano e di qui scaturì una ferocissima guerra civile. Guerra civile che avrebbe potuto facilmente portare al crollo diretto di Costantinopoli. I contendenti con disinvolta leggerezza reclutavano mercenari turcomanni per avere ragione degli avversari e questi con facilità aumentarono il raggio delle loro incursioni addirittura fino a Nicea, addirittura fino a Cizico. Arrivavano agevolmente ad una giornata di cavallo dalla capitale d’Oriente. Come se ciò non bastasse i contendenti dissanguarono il tesoro imperiale per mantenere le rispettive forze e largheggiarono in concessioni al fine di avere il supporto degli stessi Selgiuchidi. Le regioni orientali, abbandonate a se stesse, si affidarono a delle elite scelte localmente e poco o nulla fecero per fermare le razzie dei Turcomanni: l’Anatolia, vero cuore dell’Impero, era virtualmente persa. La battaglia di Manzikert, come si può evincere, fu uno scontro dalle disastrose e molteplici conseguenze che avrebbero potuto facilmente portare al crollo dell’Impero. Ciò non accadde ma sicuramente la potenza di Bisanzio ne uscì gravemente ridimensionata.

autore: GIAN LUCA GONZATO

Bibliografia

BRECCIA G., Lo scudo di Cristo. Le guerre dell’impero romano d’Oriente, Bari2016.

GALLINA M., Storia di un impero (secoli IV-XII), Roma 2015.

HUSSEY G. M., Gli ultimi macedoni, i Comneni e gli Angeli, 1025-1204, in Storia del Mondo medievale, trad. it., Milano 1978.

LUTTWAK E. N., La grande strategia dell’Impero bizantino, trad. it., Milano 2009.

NORWICH J. J., Byzantium the apogee, New York 1991.

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