Romano IV Diogene

ROMANO IV DIOGENE

“Questo imperatore, dico Romano figlio di Diogene, era di antico e prospero casato, se non che il padre, arrestato sotto l’accusa di cospirazione contro il sovrano Romano Argiro, si era ucciso gettandosi in un precipizio. Il suo modo di fare era a volte schietto, ma più spesso insincero e pretenzioso”.

(Michele Psello, Cronografia, VII, b 10, 1-2).

L’antefatto (Dicembre 1059 – Dicembre 1067)

Nel Dicembre del 1059 l’imperatore Isacco Comneno, ammalato e inviso alla Chiesa e all’aristocrazia burocratica della Capitale, in un momento di scoraggiamento, e su pressione di Michele Psello, depose la corona e si ritirò a vita monastica a S. Giovanni in Studio. Al suo posto divenne imperatore Costantino Ducas, grande amico di Psello e del patriarca Costantino Licude. Ducas aveva sposato Eudocia Macrembolitissa, nipote del defunto patriarca Michele Cerulario; il suo regno fu disastroso: la decadenza, che il regno di Isacco aveva cercato di rallentare, non ebbe più freni, la burocrazia tornò potentissima, le forze armate furono sottopagate, l’autorità dei generali limitata, le truppe cittadine

sostituite con mercenari. I risultati di questa politica non tardarono a farsi sentire: in Italia i Normanni, guidati da Roberto il Guiscardo, conseguirono un successo dietro l’altro; nei Balcani gli Ungheresi occuparono Belgrado (1064); Peceneghi e Uzi, spinti dai Cumani, irruppero nel territorio imperiale saccheggiando e devastando i Balcani fino alla Grecia, fortuna volle che un’epidemia decimò gli Uzi che alla fine si ritirarono. Ma la minaccia maggiore veniva da est. Nel 1055 la tribù dei Turchi Selgiuchidi aveva conquistato Baghdad ponendo un protettorato sul morente califfato, nel 1063 era divenuto sultano dei Turchi Alp Arslan che aveva trent’anni. Nel 1065 i Turchi occupano Ani, capitale d’Armenia, quindi dilagano fino in Cilicia e giungono a Cesarea di Cappadocia, che è conquistata, e poi arrivano fino ad Ancyra (1067). In quello stesso anno, il 22 Maggio, Costantino X Ducas muore; prima di chiudere gli occhi il basileus fece giurare alla moglie Eudocia di non risposarsi e di passare così il potere ai figli che lei gli aveva dato (Michele, Andronico e Costantino). L’imperatrice accetta e inizia la sua reggenza sotto la guida del primo ministro Psello e del patriarca Giovanni Xifilino, che erano anche i garanti della promessa fatta al moribondo sovrano, e del cesare Giovanni Ducas, fratello del defunto.

Le notizie provenienti da Oriente però turbano la Capitale, anche l’aristocrazia burocratica capisce che è necessario un sovrano forte e guerriero per fermare lo sgretolamento dell’Impero, servono cambiamenti! Affinché questi avvengano è necessario dare un basileus all’Impero e uno sposo all’imperatrice; Eudocia non è del tutto contraria purché il patriarca sciolga il voto da lei fatto al defunto marito. Xifilino è però fortemente legato a Costantino X mentre il Senato è composto da membri scelti dal defunto e fedeli ai Ducas; Eudocia inganna allora il patriarca facendo trapelare la notizia che l’eventuale nuovo marito sarebbe stato Barda, parente del patriarca stesso; Xifilino crede a queste notizie

ed acconsente a sciogliere il voto. Eudocia così è libera di sposarsi di nuovo e la sua preferenza non va a Barda ma a un magnate della Cappadocia, Romano Diogene, di cui si era follemente innamorata.

Romano, nato nel 1032, era figlio di Costantino Diogene che, arrestato in seguito a un fallito tentativo di usurpazione nei confronti di Romano III Argiro, era morto suicida gettandosi in un precipizio. Dopo la morte di Costantino X, durante la reggenza di Eudocia, aveva confidato a un amico il suo malcontento per la situazione militare dell’Impero e la necessità di un cambio di guida. Tradito, fu arrestato e tradotto prigioniero a Costantinopoli. L’imperatrice, presiedendo il processo per tentata usurpazione, fu indotta a perdonarlo o per generosità, come scrive Psello (1), o perché travolta dalla passione. Di

conseguenza, invece della condanna a morte, gli fu inflitto l’esilio in Cappadocia, ma poi fu richiamato e il 25 Dicembre del 1067 fu insignito del grado di magistro e stratelates; dopo pochi giorni ci furono le nozze.

I primi mesi di regno (Gennaio – Marzo 1068)

Il 1° Gennaio del 1068, Romano IV Diogene è incoronato basileus dei Romei; era un generale capace e coraggioso, si era molto distinto nelle guerre contro i Peceneghi e aveva l’appoggio della classe militare. Subito capì che il problema maggiore erano i Selgiuchidi, ma doveva combattere con l’ostilità della famiglia Ducas, e l’inadeguatezza delle forze armate che erano in buona parte mercenarie, mal nutrite, male equipaggiate e riottose (2). Nonostante ciò riunì un’armata composta in buona parte da truppe straniere (Peceneghi, Uzi, Normanni e Franchi) e partì per l’Oriente nel mese di Marzo, lasciando però in città Psello che fomentava l’odio nei suoi confronti.

Prima spedizione contro i Selgiuchidi (Marzo 1068 – Gennaio 1069)

L’armata si riunì nel Thema Anatolico sebbene l’esercito “soffrisse la mancanza di armi, cavalli e di mezzi necessari” (3), nonostante ciò i Turchi, male informati sulle reali condizioni delle truppe imperiali decisero di ritirarsi e rifiutarono la battaglia campale; il sultano divise le sue truppe in due tronconi, uno diretto a sud, l’altro a nord, questi puntarono su Neocesarea e la saccheggiarono. Romano IV, appresa la notizia, non perse tempo, si mise all’inseguimento dei Turchi, carichi di preda, li raggiunse li gettò nel panico e li spinse alla fuga riuscendo a recuperare il bottino e le loro salmerie. Da lì si diresse verso la Siria e mandò uomini a Melitene, quindi, giunto a Ierapoli di Siria la mise sotto assedio spingendola alla resa.

Intanto i Normanni continuavano a conquistare la Puglia; il 5 Agosto, Roberto il Guiscardo iniziava l’assedio per terra e per mare di Bari, comunque una legazione riuscì a salpare e a chiedere aiuto a Costantinopoli; in Ottobre il conte Goffredo conquistava Otranto. Nel frattempo l’imperatore proseguiva la sua spedizione: una parte del suo esercito fu sconfitta dai Turchi, questo li spinse ad assediare il campo bizantino, all’improvviso il basileus fece uscire le sue truppe e sbaragliò il nemico. Liberatosi dall’assedio il sovrano si diresse verso la Cilicia, qui giunto seppe che, alla fine di Gennaio del 1069, i Turchi avevano preso la città di Amorio, molto addolorato di ciò Romano fece ritorno alla Capitale.

In quegli stessi mesi giunse a Bari il nuovo catepano, Avartutele, con i rinforzi richiesti; questo però non fermò il Guiscardo che conquistò Gravina e Obbiano. A Costantinopoli Romano si trovava a lottare contro l’odio dei Ducas a cui si era aggiunto quello della moglie che reputava di essere trattata in modo arrogante, “e costei, vedendo che era accaduto il contrario di quanto sperava, aveva il cuore rigonfio di sdegno, e non tratteneva i rimproveri” (4).

Seconda spedizione contro i Selgiuchidi (Primavera – Autunno 1069)

Nella primavera del 1069 l’imperatore partì per la sua seconda spedizione contro i Turchi (Psello andò con lui, ufficialmente per consigliarlo, in verità perché il basileus non si fidava di lui) e giunse a Cesarea. Prima di ripartire da qui divise l’esercito con il generale Filatero, della famiglia dei Bracami, di origine armena, quindi si diresse verso nord. Le truppe di Filatero furono però messe in fuga dal nemico che iniziò a devastare la Cappadocia e giunse a Iconio; verso di loro si mosse Romano ma arrivò quando Iconio era stata già saccheggiata, quindi il basileus ordinò al dux di Antiochia, Cataturio, di tendere loro un’imboscata presso Mopsuestia, ma i Turchi, giunti presso Tarso, prima furono assaliti dagli Armeni che sottrassero loro il bottino e poi, saputo dell’insidia preparata da Cataturio,

di notte fuggirono. L’imperatore quindi tornò alla Capitale, qui, nell’autunno di quel 1069, scoppiò un feroce incendio che bruciò anche la chiesa di Santa Maria delle Blacherne.

Eventi in Italia (Gennaio 1070 – Aprile 1071)

Nel Gennaio del 1070 i Brindisini inviarono al Guiscardo le teste mozzate di alcuni Normanni da loro catturati, Roberto, allora, mise l’assedio a Brindisi.

In Primavera il basileus nominò curopalate Michele Comneno (protoproedro, nipote dell’imperatore Isacco Comneno e fratello maggiore di Alessio Comneno) e lo mise a capo dell’esercito. Michele conseguì alcuni successi militari, questo, si dice, gli attirò l’invidia di Diogene che gli sottrasse gran parte delle sue truppe. Michele fu inviato a Sebastea, qui giunsero i Turchi che lo attaccarono, molti dei suoi uomini furono uccisi, altri catturati e Michele fu tra questi. Giunse la notizia che anche Chonae fosse stata conquistata e Romano IV fremeva di partire, ma gli fu consigliato di attendere.

In Luglio erano giunti inviati dal catepano che chiedeva ulteriori rinforzi contro i Normanni, sebbene l’esercito fosse già al limite, Romano li accordò; nel Gennaio del 1071, comunque, Brindisi fu conquistata dai Normanni, a Febbraio la flotta bizantina di rinforzo giunse in vista di Bari, qui fu affrontata dalla flotta normanna e sconfitta; Gocelin, un normanno ribelle comandante della flotta, fu catturato e ucciso. A questo punto ogni ulteriore resistenza sarebbe stata inutile, i Baresi incaricarono Argiritzo, capo del partito filo-normanno della città, di recarsi dal Guiscardo per le trattative di resa; così il 15 Aprile le truppe di Roberto il Guiscardo entrarono a Bari ponendo fine al dominio bizantino sull’Italia.

Terza spedizione contro i Selgiuchidi (Marzo – Agosto 1071)

A Costantinopoli comunque erano continuati i preparativi per la terza campagna contro i Turchi, era stato armato un esercito di 60-70.000 uomini; nella seconda settimana di Marzo, l’armata si mise in movimento verso Oriente. Attaliate ricorda che vari presagi negativi funestarono la spedizione: il palo che reggeva la tenda imperiale si ruppe all’improvviso; un incendio immotivato, divampato sempre nella tenda di Romano, bruciò la maggior parte dei suoi oggetti personali; molti dei suoi cavalli e muli migliori furono perduti.

Nonostante tutto la marcia continuò, si doveva risolvere il problema turco e dare prestigio al sovrano. Giunto ad Erzurum, Romano divise l’esercito in due tronconi, il primo fu affidato a Giuseppe Tarcaniote e inviato verso Khelat, a nord del lago di Van, il secondo troncone, guidato da lui e da Niceforo Briennio puntò sulla città di Manzikert. Mentre quest’ultima si arrese subito,Tarcaniote fu meno fortunato, le fonti turche parlano di una grande battaglia in cui il sultano vinse le truppe bizantine, ma le fonti bizantine dicono solo che Tarcaniote, al solo vedere i Turchi, fuggì seguito dai suoi uomini. Si sono avanzate molte ipotesi a proposito della fuga di Tarcaniote: il generale era in urto con Romano e volle dimostrare che dividere l’esercito era stato un errore; Alp Arslan lo colse di sorpresa gettando nel caos i suoi uomini; Tarcaniote era in combutta con i Ducas che tramavano nell’ombra; sono solo ipotesi, la cosa certa è che i 30-40.000 uomini di Tarcaniote, superiori in numero alle truppe turche, fuggirono, l’imperatore, a soli cinquanta chilometri di distanza, non fu informato di ciò e quando i Selgiuchidi si presentarono presso Manzikert “metà del suo esercito lo aveva già abbandonato” (5).

Il giorno dopo il suo arrivo in città, bande di arcieri mussulmani iniziarono a bersagliare i Bizantini, lo stesso Briennio fu ferito lievemente. La notte passò insonne, all’alba ci si accorse che un grosso contingente di mercenari uzi aveva disertato ed era passato al nemico. Un paio di giorni dopo giunse una delegazione da parte del sultano che proponeva la tregua (Arslan aveva infatti fretta di dirigersi contro l’Egitto, suo principale nemico). Questa fu rifiutata, ci si preparò alla lotta.

La battaglia di Manzikert (19 Agosto 1071)

Il 19 Agosto i Bizantini si schierarono su un lungo fronte, i fanti disposti su più file, la cavalleria fu messa ai fianchi, Romano IV comandava il centro dello schieramento, Briennio l’ala sinistra ed Aliatte, un cappadoce, l’ala destra. Alle loro spalle c’erano i “coscritti della nobiltà”, guidati dal nipote del defunto Costantino X, Andronico Ducas. Questi disprezzava apertamente Romano ma stranamente fu posto al comando della numerosa retroguardia. I Bizantini marciarono per tutto il pomeriggio nella steppa, con i Turchi che si ritiravano in un’ampia mezzaluna con i loro arcieri a cavallo che bersagliavano le truppe nemiche poste ai fianchi. A un certo punto Romano si accorse che il Sole stava tramontando e pensò che l’accampamento era rimasto indifeso, così ordinò la ritirata. Quello era ciò che Alp Arslan, posto in cima a una delle colline che circondavano il luogo dello scontro, aspettava; il sultano diede il segnale d’attacco, i Bizantini si sbandarono, alcune unità mercenarie, pensando che l’imperatore fosse morto, fuggirono aprendo un varco nelle linee bizantine, in quest’apertura si infilarono i Turchi. Se la retroguardia li avesse attaccati, i Selgiuchidi sarebbero stati annientati; invece Andronico Ducas sparse la voce che il basileus fosse stato vinto e la battaglia perduta e si diede alla fuga seguito da tutti gli altri contingenti. L’ala sinistra, vedendo il sovrano in pericolo, giunse in soccorso ma fu messa in fuga dai Turchi. Romano tenne la posizione con i suoi e continuò a chiamare a raccolta le sue truppe, inutilmente. Continuò a lottare tenacemente, alla fine il suo cavallo fu ucciso e lui ferito alla mano, cosa che gli impedì di impugnare la spada, solo allora si arrese. Per tutta la notte rimase tra morti e feriti, l’indomani, vestito di umili abili, fu condotto in catene dal sultano. Quando questi capì che il prigioniero era davvero il basileus gli ordinò di baciare la terra davanti a sé e gli mise un piede sul collo. Quindi lo aiutò ad alzarsi e lo trattò come un ospite di riguardo; furono avanzate le richieste di pace: il sultano richiedeva Manzikert, Antiochia, Edessa, Ierapoli e la mano di una delle principesse per uno dei suoi figli. Inoltre fu chiesto un riscatto di 10 milioni di pezzi d’oro; quando Romano rispose che una tal cifra non era disponibile nel tesoro imperiale, la richiesta fu abbassata a mezzo milione, più 360.000 pezzi di tributo annuale. Stipulato l’accordo l’imperatore fu fatto partire per evitare colpi di stato nella Capitale. Così una settimana dopo la battaglia, Romano partì con il sultano che l’accompagnò per la prima tappa, quindi fu lasciato con due emiri e cento mamelucchi che lo avrebbero scortato fino a Costantinopoli.

La fine (Agosto 1071 – Agosto 1072)

Nella Città la notizia fu traumatica, dopo il disastro di Bari un altro evento funesto colpiva l’Impero. I Ducas non persero tempo e presero in mano la situazione; si riunì il Consiglio della Corona e furono avanzate varie opzioni: alcuni volevano affidare il trono all’imperatrice; altri al figlio Michele; alla fine prevalse il parere di Psello che propose di restaurare il governo collegiale di Eudocia e del figlio Michele che era stato instaurato alla morte di Costantino X.

Dopo pochi giorni giunse una lettera di Romano che annunciava di essere vivo e ospite del sultano, il panico si diffuse a Corte; interrogato sul da farsi, Michele Psello affermò espressamente che “più non si doveva accettare l’altro sul trono, ma sbarazzarsene una buona volta” (6); il consiglio fu accolto e furono inviati bandi in ogni parte per annunciare che Romano non era più imperatore.

Ai primi di Ottobre, su consiglio del cesare Giovanni e dei suoi figli, e contro il parere di Psello, si decise di esautorare l’imperatrice, quindi Giovanni Ducas divise le guardie variaghe, che lui comandava, in due gruppi: il primo, guidato da suo figlio Andronico, tornato da Manzikert, andò a occupare il Palazzo per mettere al sicuro l’imperatore Michele, il secondo, guidato da Giovanni stesso, irruppe negli appartamenti della basilissa e l’arrestò. Quindi, “per il suo bene”, Eudocia fu trasferita nel monastero da lei fondato, fuori città, in onore della Madre di Dio, e in seguito spinta a farsi monaca; il figlio, Michele VII Ducas, fu incoronato unico imperatore dei Romei il 24 Ottobre del 1071.

Romano, non accettando ciò che era accaduto a Costantinopoli, iniziò a girare per le province d’Asia reclutando uomini, poi, con l’aiuto del generale armeno Cataturio, occupò Amasea (altri dicono Docea). Costantino Ducas, figlio minore del cesare Giovanni, è inviato con un esercito a fermarlo. Giunto ad Amasea, Costantino spinge Romano alla battaglia e lo vince, Romano è costretto a fuggire e si rinserra nel forte di Tyropoion. Qui è raggiunto da Cataturio che con ampia scorta lo accompagna in Cilicia dove trascorre tranquillamente l’inverno. Approfittando della momentanea tregua sono inviate lettere per giungere ad un accomodamento (si temeva infatti la reazione del sultano legato a Romano

dal trattato di pace), Romano rifiuta ogni soluzione che non preveda il suo ritorno sul trono così, passato l’inverno, fu spedito Andronico Ducas, forse nominato domestikos delle Scholai, con l’esercito.

La sua armata attraversò in segreto le gole del Tauro e, nel Giugno del 1072, raggiunto Romano nella fortezza d’Adana, che era stata occupata da lui, ci si prepara allo scontro. Romano invia l’esercito guidato da Cataturio che è sconfitto e catturato. Rinchiuso nella fortezza e disperando nell’aiuto turco, Romano decise di consegnarsi ai nemici, ricevette garanzia dai vescovi di Calcedonia, Eraclea e Colonea (in nome di Michele VII) che non gli sarebbe stato fatto nulla di male ma sarebbe stato rinchiuso in convento e, vestito da monaco, si consegnò ad Andronico (Psello invece afferma che fu tradito dai suoi che aprirono le porte della fortezza al nemico). Quando lo ebbe in suo potere, Andronico

fece mettere Romano in sella a un mulo e lo fece sfilare così lungo la strada tra Adana e Cotiaeum; giunse quindi l’ordine di accecare Romano, le fonti non concordano su chi volle che questo gesto fosse compiuto: alcuni dicono fu per ordine di Michele VII e Psello, altri del cesare Giovanni e dei suoi figli; la cosa certa è che, il 29 Giugno, gli furono cavati gli occhi con dei ferri roventi (davanti ai tre vescovi che avevano garantito della sua incolumità). Quindi fu rinchiuso nel monastero che aveva fondato sull’isola di Prote dove, col permesso di Michele VII, fu assistito dalla ex-moglie Eudocia.

Nel monastero le sue condizioni peggiorarono per le ferite causategli dai ferri; come ultimo scherno ricevette una lettera del suo grande nemico, Michele Psello, che si congratulava con lui per la fortuna che gli era toccata nel perdere gli occhi: era un segno certo che l’Onnipotente lo riteneva degno di una luce migliore.

A causa delle terribili ferite infertegli, Romano IV Diogene si spense nel monastero dell’isola di Prote il 4 Agosto del 1072 e in quel luogo fu sepolto.

Considerazioni finali

Il breve regno di Romano IV Diogene sarà ricordato per i due grandi eventi del 1071, la conquista normanna di Bari, che pose fine a cinquecento anni di dominio bizantino in Italia, e la sconfitta di Manzikert. I due eventi furono traumatici per l’Impero, ma mentre salvare Bari non avrebbe portato alcun beneficio a Bisanzio, la disfatta di Manzikert inferse un colpo molto duro, non tanto sul piano militare (buona parte dell’esercito bizantino era fuggito prima dello scontro e quindi si era messo in salvo), ma su quello politico. E questo avvenne non per la sconfitta in quanto tale ma per il cambiamento al vertice che essa innescò; se Romano IV fosse rimasto sul trono, al riparo del trattato con Alp Arslan, le

forze armate imperiali si sarebbero potute riorganizzare e in qualche anno si sarebbe potuti passare al contrattacco (mentre i Turchi erano impegnati contro l’Egitto, loro tradizionale nemico); invece, la sua deposizione e il rifiuto di Michele VII di onorare gli impegni presi dal suo predecessore, lasciò liberi i Selgiuchidi da ogni vincolo. Così dal 1073 i Turchi iniziarono a espandersi e a stanziarsi liberamente in Anatolia. Questa regione, la più fertile, produttiva e ricca di forza lavoro dell’Impero, fu perduta per sempre; a Bisanzio rimasero le zone costiere ma non si poté più impedire che i Selgiuchidi fondassero il sultanato di Rum ponendo la loro capitale a Iconio, nel cuore dell’Anatolia.

La tradizione riconosce a Romano Diogene buone qualità di generale eppure questo non bastò a fargli vincere la lotta contro i Turchi, le cause della sua sconfitta sono molteplici e per scoprirle tutte bisognerebbe capire perché Tarcaniote prima e Andronico Ducas poi lo abbandonarono nel momento del bisogno, furono costretti dalla situazione o tradirono un imperatore che di certo non amavano?

Forse non lo sapremo mai, sicuramente le loro azioni contribuirono in modo determinante a causare la disfatta che colpì l’esercito bizantino il 19 Agosto del 1071 presso Manzikert, un evento che entrò di diritto tra quelli più funesti per l’Impero Romano d’Oriente.

autore: ANTONINO MARLETTA

 

NOTE

 

(1) MICHELE PSELLO, Cronografia, VII, b 10.

(2) J. J. NORWICH, Bisanzio, pag. 261.

(3) GIOVANNI ZONARA, Cronaca, XVIII, 11 in Bisanzio nella sua letteratura, pag. 407.

(4) ibidem, XVIII, 12 pag. 408.

(5) J. J. NORWICH, Bisanzio, pag. 261.

(6) MICHELE PSELLO, op. cit., VII, b 27.

 

BIBLIOGRAFIA

 

U. ALBINI e E. V. MALTESE, Bisanzio nella sua letteratura, a cura di, Milano 2004.

R.-J. LILIE, Bisanzio, la seconda Roma, ed. it. Roma, 2005.

J. J. NORWICH, Bisanzio – splendore e decadenza di un impero, ed. it. Milano, 2000.

G. OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, ed. it. Torino, 1968.

MICHELE PSELLO, Imperatori di Bisanzio (Cronografia), a cura di S. lmpellizzeri, trad. it. di S.

Ronchey, Milano, 1984.

G. RAVEGNANI, I Bizantini in Italia, Bologna, 2004.

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