Reliquie romee nel Golfo di Squillace

Nel 1059 i Normanni ponevano fine a una rivolta di Squillace; trent’anni dopo, la Diocesi passava al rito latino e all’obbedienza romana. Ma ancora nel 1243, quando l’igumeno Gerasimo di S. Gregorio Taumaturgo di Stalettì e il priore Pietro dei Cistercensi di S. Stefano del Bosco dovettero venire a un accordo, il notaio Peregrino di Squillace redasse l’atto in greco, sia pure scorretto; o almeno a noi è giunta questa versione. Alla metà del XV secolo, sia S. Gregorio sia S. Giovanni Theresti di Bivongi – Stilo mantenevano, nell’obbedienza romana, il rito greco. Intanto papa Lucio III (1181-5) aveva concesso alla Metropolia di S. Severina non solo il matrimonio dei preti, ma persino il Credo senza l’ab utroque; ma nel XIII secolo gli Angioini mostrano la mano pesante sui Greci fedeli a Costantinopoli. Sono appena cenni della complessità e lentezza della trasformazione, o piuttosto commistione, tra la Calabria romea e la Calabria latina.

 Torneremo altra volta su questo argomento. In queste poche righe, vogliamo dare notizia delle reliquie, intendendo i non molti resti materiali che, nel Golfo, possono essere ricondotti ai sei secoli di appartenenza del territorio all’Impero dei Romei.

 Il cenobio di S. Gregorio Taumaturgo è nel paese di Stalettì, e si credette custodisse il Corpo, giunto miracolosamente per mare da Neocesarea, oggi in Turchia, assieme a s. Bartolomeo Apostolo, che da Lipari poi i Longobardi portarono a Benevento e oggi è a Roma; a s. Acacio (Agazio), patrono della Diocesi, oggi compatrono dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace; e ai ss. Luciano e Pupieno, passati in Sicilia. In custodia dei Francescani, in quella chiesa non si riconosce, del tempo romeo, se non la devozione popolare; e la leggenda di una galleria fino alla costa e alla grotta dove giunse il Corpo.

 Tra gli scogli di Copanello, il “navifragum Scylacaeum” di Virgilio, la località Panajia ricorda un cenobio dedicato alla Madonna Santissima; leggenda vuole vi compaiano gli spiriti inquieti dei monaci.

 Una necropoli di età romea è venuta alla luce nell’area archeologica di Scolacium, in agro di Borgia, tra Squillace e Catanzaro.

 Questa città, il cui nome significa probabilmente “Dall’altura”, e che contiene quartieri come Stratò e Ianò, potrebbe essere stata posta dal generale Niceforo Foca, assieme a Neokastron (Nicastro, Lamezia T.), a difesa dell’Istmo. Molte tradizione ammantano la fondazione, ma sempre connesse al tempo romeo.

 In un testo storico del 1608, l’autore, Girolamo Pinnellio, parla di una cattedrale greca e una latina. Il Museo provinciale, come quello di Scolacium, conservano monete imperiali.

 Tracce romee sono emerse nell’Alto Golfo, nei territori di Simeri, Cropani, Belcastro, Botricello. È questione vessatissima, e la sfioriamo soltanto, quella delle “Tres tabernae”: un solo vescovo per tre sedi; in greco, Triskhoinoi; e si sa di una località Triscene.

 Ampie e certe memorie romee conserva S. Severina, l’antica Siberene enotria, che già nel IX o X secolo era divenuta Arcidiocesi Metropolia, con i suffraganei Acerenza (Cerenzia), Cariati, Ginecocastro (Belcastro), Isola [Capo Rizzuto], S. Leone, Strongoli (l’antica Petelia); non Crotone, però, suffraganea di Reggio. Una ricchissima storiografia dibatte il tema dell’istituzione di una Metropolia così piccola, ma di cui si narra che il titolare venisse salutato con il titolo di Santità.

 Un edificio sacro è detto, anche se non da tutti, Battistero, e lo si fa risalire all’Alto Medioevo: lo sormonta una cupola a strati sovrapposti, che, con evidente simbolismo, hanno forma di cerchio e di ottagono. All’interno, una lapide in greco. I restauri del castello dalle molte sorti hanno portato alla luce quanto resta di un affresco palesemente romeo, forse raffigurante un vescovo benedicente, le mani in risalto. Patrona della città è S. Anastàsia; ma quando si rivolge alla santa, il popolo dice Anastasìa. Il Museo diocesano è ricco di memorie romee.

 Saltiamo all’altro capo del Golfo. Stilo, che significa colonna, fu probabilmente una Diocesi, poi aggregata, senza più ripristino, a Squillace; oggi appartiene a Locri. Ondivaga tra ribellione e sottomissione ai Normanni, fu governata da un visconte nel senso letterale di funzionario del conte (vice comes); e fu sempre città regia. Il Bios di s. Giovanni Theresti, il Mietitore, narra le vicende di questo eremita e taumaturgo, e parlano già di un cenobio, forse Arsafia, noto per altre fonti; in onore di Giovanni venne poi eretto un cenobio, attorno al cui igumeno archimandrita i Normanni organizzarono molti altri. In stile vicino a modelli normanni è l’attuale forma del latolikòn, che, dopo lunghissimo abbandono, è ora affidato a monaci ortodossi romeni.

 Nel contermine agro di Pazzano, la suggestiva grotta eremitica di Monte Stella, una lavra, che tuttora funge da chiesa.

 Di particolare interesse, in Stilo, è la Cattolica, molto simile a modelli anatolici, e che ricorda anche S. Marco di Rossano. Notevole vi è il riuso di colonne classiche, certo provenienti da Caulonia (Monasterace Marina). Un affresco “cinematografico” dell’Assunzione, un tipo simile a vari altri calabresi, colpisce perché la Madonna dormiente (in koìmesis) ha i capelli biondi di tonalità molto nordica, e sull’abito azzurro i gigli d’oro degli Angioini: a riprova che la Cattolica fu adibita al culto anche nei secoli successivi. Qualcosa di simile troviamo a Badolato con S. Caterina. È la Martire, come sempre in Calabria; e ne porta il nome un paese, uno dei paesi kastellia che Niceforo II Foca (961-9) pose a difesa dello Ionio contro gli empi Agareni.

 S. Andrea apparteneva ad Arsafia; il toponimo, ben evidente, ricorda l’Apostolo di Patrasso. A mezza costa, un piccolo edificio, la chiesetta del Campo, che, nei secoli, ha subito ogni genere di traversie, l’ultima delle quali il cemento; dedicata all’Assunta, e ogni 15 agosto vi si legge l’Officium latino, in versione ottocentesca, che non evitiamo di sospettare fosse prima in greco.

 Era interamente affrescata, prima che i tempi, e forse peggio di loro uomini malvagi e nemici del bello, le causassero danni da cui poco si è salvato: ma immaginiamo quale straordinaria bellezza, quale vertigine, quale rapimento dell’anima abbiano saputo dipingere sulle pareti quei santi e valenti uomini romei che, superiori alle contingenze, e certi di essere in comunione con la Sapienza di Dio, e operando per la gloria inscindibile dell’Impero, e incuranti del misero successo mortale, non si degnarono di lasciarci il loro transeunte nome.

AUTORE: Ulderico Nisticò

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Author: Nicola

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