La Grande Strategia dell’Impero Bizantino, di Edward N. Luttwak

Copertina Luttwak

Questo volume sin dalla sua comparsa in libreria – a novembre del 2009 – ha suscitato reazioni, commenti, apprezzamenti e critiche spesso di segno opposto ma, sicuramente, indici del grande interesse che ha fatto nascere tra tutti gli esperti e gli appassionati di storia bizantina.

La figura di Edward N. Luttwak è già ben nota nell’ambiente della storiografia tardo-antica sin dalla pubblicazione della prima edizione (1976) de La Grande Strategia dell’Impero Romano, opera di grande rilievo più volte ristampata e divenuta, sotto diversi aspetti, un testo di riferimento del settore. Consulente militare e strategico di Agenzie governative statunitensi, Luttwak svolge anche un’intensa opera di pubblicista su argomenti contemporanei di storia, politica e attualità militari.
Innanzitutto, e indipendentemente dal giudizio che ciascun lettore potrà dare, va detto che “La Grande Strategia dell’Impero Bizantino” è un volume sicuramente approfondito e destinato ad un pubblico che – per comprendere al meglio gli elementi storici descritti dall’autore, i suoi giudizi e le sue conclusioni – deve necessariamente avere una preparazione di base sulla storia e la storiografia bizantine. Non è quindi un’opera per neofiti, i quali dovranno approfondire qualche testo di storia bizantina “generale” prima di affrontarne la lettura. 
La tesi esposta da Luttwak è quella di un impero bizantino che – conscio della sua essenza, della sua multiforme composizione, della sua preminente posizione culturale e della sua multietnicità – si è trovato in un migliaio d’anni di storia a fronteggiare nemici ed “opponents” dalla più diversificata natura e tali da porre in atto sfide di volta in volta diverse, innovative e spesso esiziali per la sopravvivenza stessa della sua entità statale.
Il resistere e il superare crisi, guerre e contrapposizioni di natura così diversa tra loro rese quindi necessaria l’elaborazione di una strategia che solo in parte si basava sull’uso della forza militare: per la stessa sopravvivenza dell’impero era necessario fare affidamento su complesse reti di alleanze, su matrimoni dinastici, sull’intelligence e sull’uso più strategico che tattico della forza militare, limitando per quanto possibile i grandi scontri in campo aperto e sfruttando al meglio contrapposizioni e contrasti all’interno delle coalizioni nemiche. In pratica, la “grande strategia” bizantina si basava su un’indiscussa superiorità culturale che – in quanto tale – garantì la prosperità e la continuità dell’impero per un lungo periodo di tempo.
Il volume è diviso in tre parti:
• L’invenzione della strategia bizantina (con ampi riferimenti agli scontri con popolazioni barbare e con gli Unni in particolare, ampie digressioni sulla tecnica costruttiva di archi ed altre armi e l’emergere – in buona sostanza – di una strategia di base duttile, versatile e innovativa).
• La diplomazia bizantina (con riflessi nel campo religioso, dinastico e geografico) e la self-consciousness che permeava il potere imperiale, tali da consentire a Bisanzio di agire quasi sempre in posizione di vantaggio economico e culturale.
• L’arte bizantina della guerra (ove sono riportati ampi stralci dallo Strategikon di Maurizio, scritti di Leone VI sulla guerra navale e un’approfondita disamina delle campagne persiane di Eraclio).
Il volume si conclude con un elenco degli imperatori, un utile glossario e un’amplissima sezione (più di quaranta pagine) di note bibliografiche realmente esaustive, spesso riferite a fonti e documentazioni originali e che – di per sé – costituiscono un ulteriore “valore aggiunto” dell’opera.
Sin qui, la struttura del libro che – tuttavia – come già detto ha ricevuto un’accoglienza diversificata. Buona parte dei commenti sono positivi e favorevoli, riconoscendo al volume di Luttwak un approfondimento e un’esaustività di livello superiore. Altre valutazioni sono invece risultate negative, valga per tutti l’intervento di Silvia Ronchey pubblicato sul quotidiano “La Stampa” lo scorso mese di dicembre, ove “La grande Strategia dell’Impero Bizantino” viene vista come una mera “giustificazione” (e una fonte di suggerimenti) per la politica estera degli Stati Uniti, con negative valutazioni anche sulla scelta attuata da Luttwak di privilegiare determinati momenti storici, non approfondendo in misura analoga – ad esempio – i periodi comneno e paleologo o i rapporti con le repubbliche marinare.
La mia valutazione è “mediana” e “mediata” rispetto ai due opposti appena indicati.
 La Grande Strategia dell’Impero Bizantino è un volume realmente esaustivo, ampio e ben strutturato che consente di apprezzare al meglio le linee-guida della politica e dell’ “arte militare” bizantine. Proprio nello specifico campo militare Luttwak dimostra tutte le sue capacità di valutazione e analisi: la terza parte del volume – dedicata, in pratica, alla manualistica militare bizantina ed al suo ponderato e documentato commento – è, a mio avviso, un ottimo compendio dell’argomento senza tuttavia avere a soffrire delle limitazioni che un compendio comporta e risultando, anzi, quanto mai vasta ed approfondita.
 Luttwak, sempre a parere di chi scrive, tende però ad attualizzare spesso (e troppo) la materia, con continui riferimenti alla storia militare del XIX° e XX° secolo, e con particolare rilevanza a fatti e situazioni che coinvolgono la politica estera e militare statunitense di oggi e del recente passato. Si tratta sicuramente di una scelta voluta, che può essere valutata secondo un doppio criterio: da un lato, Luttwak ha inteso “didascalizzare” e attualizzare la storia bizantina in riferimento ad un pubblico (quello americano) sicuramente meno preparato di quello europeo e meno portato all’approfondimento di specifiche tematiche nell’ambito di ricerche – perlomeno bibliografiche – approfondite e specifiche. Da un altro punto di vista sorge tuttavia, se non il sospetto, perlomeno la “sensazione” che non poche valutazioni siano espressamente dedicate ad uso della dirigenza politica e militare di Washington, cui viene rivolto un monito a voler riconsiderare la strategia bizantina quale positivo esempio di conduzione e governo statali “di riferimento”, tanto più se confrontati con talune iniziative che vedono ingenti forze militari di Washington impantanante in conflitti di dubbia risolvibilità, anche a causa dell’asimmetria che caratterizza la contrapposizione degli schieramenti. Un certo numero di riferimenti alle “lobbies” parlamentari americane o al Corpo dei Marines sono in effetti davvero fuori luogo in un’opera come questa.
In relazione all’eccessiva “contemporaneizzazione” di fatti ed eventi, La Grande Strategia dell’Impero bizantino appare controverso e non sempre imparziale, come risulta in particolare dai punti che seguono:
• Pag. 147 et al.: eccessivi riferimenti alla guerra santa musulmana (o Jihad) come unico – o perlomeno preponderante – elemento della contrapposizione araba e turca all’impero di Bisanzio.
• Pag. 171 et al.: riferimenti all’attuale situazione della Russia post-sovietica che, prescindendo da quanto di bizantino e ortodosso ha sempre caratterizzato la cultura russa, appaiono forzatamente inseriti sotto la forma di fatti di cronaca o di recente attualità politica.
• Pag. 195: è realmente troppo forzato il riferimento alla mancata collaborazione tra Germania e Giappone nella guerra sottomarina tra il 1941 e il 1945 quale giustificazione (in quanto ricorso storico) di un’impossibile alleanza tra Bisanzio e Impero indiano nel VII° secolo, a causa delle distanze che dividevano le due entità statali.
• Pag. 315: affermare che i lancieri della cavalleria europea del XVIII° e XIX° erano impiegati analogamente ai kataphractoi bizantini non è corretto, perché si decontestualizza l’impiego di queste formazioni dalla presenza di artiglieria portatile e campale, tale da rendere quelle cariche di cavalleria molto meno determinanti di quando le armi da fuoco erano ancora di là da venire.
• Pag. 453: paragonare la guerra di movimento bizantina alla guerra di movimento che – sul fronte orientale – coinvolse la Wehrmacht e l’Armata Rossa nel 1942-1945 non è corretto perché si prescinde dalla meccanizzazione dei due eserciti, molto più preponderante e determinante. in termini di mobilità, delle cavallerie e delle salmerie di età classica, tardo-antica e medioevale.
E’ ovvio che il volume è soprattutto un libro di strategia e non di storia religiosa, ma in quest’ultimo campo sono presenti diverse inesattezze, tra cui (pag. 139) dati poco chiari se non errati in relazione al Mandylion (di cui non sono riportati i collegamenti – se non addirittura l’equivalenza – con la Sindone), come pure riferimenti non corretti sulla reale collocazione della reliquia in Costantinopoli. 
Un elemento in parte negativo è costituito dalla traduzione (di Domenico Giusti ed Enzo Peru) che – per quanto formalmente corretta e tale da rendere il libro di agevole lettura – manca non raramente di quel “taglio” professionale e culturale che ci si aspetterebbe dalla versione italiana di un’opera così complessa e ponderosa. Tra i molti casi, citiamo uno stridente “Michele VIII il Paleologo” (ove il termine dinastico è confuso con un appellativo che l’uso dell’articolo “il” sembra riservare solo a questo imperatore, al pari di Monomaco, Bulgaroctono ecc.), e l’inappropriato e reiterato uso del termine “navi da battaglia” per indicare, più genericamente” le navi “da guerra” o “militari”. (“Nave da battaglia” è un termine ben specifico, che individua le grandi corazzate costruite dopo il 1905, successivamente all’introduzione dell’armamento monocalibro a partire dalla britannica Dreadnought).
I punti di cui sopra (storia religiosa e traduzione) portano a pensare che la casa editrice, per la versione italiana del volume, non si sia avvalsa dell’opera di un consulente editoriale, ossia di un esperto della materia che rivede la traduzione finale del volume: non già per interventi di merito sui suoi contenuti, ma per evitare la pubblicazione di errori (o strafalcioni!) dovuti al traduttore che – spesso – per quanto capace e preparato non è un esperto della materia.
Il giudizio è quindi in via generale positivo, e il lavoro di Luttwak – soprattutto per gli aspetti più strettamente connessi alla strategia e al mondo militare diplomatico – è di indiscutibile valore.
 Tuttavia, questo interessante e ponderoso volume (che – si badi bene – va letto assolutamente) soffre però di alcune limitazioni, difetti e forzature che, in termini assoluti, lo rendono meno “monumentale” di quanto forse ci si sarebbe potuto aspettare dal suo autore e dalle sue precedenti opere.

autore : MAURIZIO BRESCIA

Author: Maurizio Brescia

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