Riforma di Costantino: successo o fallimento?

Riforma di Costantino: successo o fallimento?

Questo articolo si propone di lanciare una “provocazione” e riaprire un dibattito di non poco conto su Costantino e la sua riforma monetaria, che modificarono in maniera radicale la Storia tardo-antica, medievale e, per alcuni aspetti, anche quella moderna.

La riforma di Costantino

Il turbolento III secolo aveva visto la moneta di rame fare da padrona allo scenario economico dell’Impero. Non è un caso  che le coniazioni di oro fossero allora relativamente molto meno frequenti che nel IV secolo. Allora i commerci erano regolati dalla moneta di bronzo, affiancata a quella di rame. Diocleziano, invano, aveva cercato di privilegiare il corso della moneta “povera” indicando, come vedremo in seguito, un rapporto oro-merci forzoso. Costantino, invece, rivoluziona il sistema monetario imperiale. Promulga leggi che rapportino le merci all’oro secondo il suo valore reale, basa il sistema economico sulla moneta aurea, aumenta il gettito aureo su larga scala. Improvvisamente i possessores di oro si ritrovano nelle loro mani una ricchezza incalcolabile. L’apparente semplicità della riforma sembra dare stabilità all’Impero. I problemi, però, non tardano ad emergere.

La moneta di rame e d’oro: una difficile convivenza

Durante il regno di Costanzo II,si intensificano le rivolte,guidate da improvvisati imperatori. Magnenzio, Vetranione, Silvano, Giuliano. Ad Occidente l’impassibile imperatore, figlio di Costantino, era visto con sospetto. Non fu però semplicemente la diffidenza delle legioni occidentali a provocare tali sommosse, soprattutto quella di Magnenzio, la più grande e pericolosa fra le tante. Per capirne i motivi, bisogna analizzare la situazione della moneta di rame dopo la riforma di Costantino. Per disegnare un ritratto preciso, utilizzeremo una fonte spesso taciuta:l’anonimo “De rebus bellicis”. Scritto da un geniale anonimo, oltre a proporre creazioni di ingegneria militare, propone una riforma monetaria e ritrae la situazione dei possessori di rame dopo Costantino. In tale testo la recente crisi sociale, viene attribuita alla “profusior erogandi diligentia” aurea da parte dello Stato e dalla disastrosa situazione in cui la classe media e povera viene gettata. I vili commerci vengono assegnato all’oro. La moneta di rame, con il passare del tempo, continua ad essere svalutata: ridotta nel 312 ad un terzo rispetto al suo peso “dioclezianeo”, nel 334 ad un quinto. Secondo uno studioso, Mattingly, “è da presumere che il numero di denari corrispondenti ad una moneta di oro aumentava proporzionalmente al decrescere del peso del denario.” In questo quadro, bisogna vedere la rivolta di Magnenzio e Decenzio, come bocciatura da parte della classe povera verso la politica costantiniana, portata avanti dal figlio Costante e Costanzo II(Costantino II era già sparito dalla scena per allora). Magnenzio, per alleviare l’abisso tra moneta aurea e di rame, introduce, unico esempio nella monetazione post-costantiniana, una moneta di bronzo di buon peso. E’ il primo, concreto segnale del bisogno della maggior parte della popolazione di una politica anti-costantiniana. Le conseguenze della politica monetaria di Costantino sono chiare: la grande emissione di moneta d’oro, fa salire i prezzi espressi in moneta di rame. Per comprendere meglio questo processo, andiamo ad introdurre  una formula. P=MV/Q, ove P è il prezzo, M la quantità di moneta di rame in circolazione, V la velocità, Q la quantità di beni e servizi. Con Costantino P va a fondarsi sull’oro. In tal caso, aumenta la sfiducia sulla moneta di rame e pertanto aumenta sostanzialmente V. Non potendo in nessun modo la produttività Q controbilanciare V, avremo normalmente un aumento dei prezzi in moneta di rame. Questa trovata, presentata da Santo Mazzarino, ci dona un quadro chiaro e sintetico sul fenomeno in atto nel IV secolo.

La genesi e la risoluzione della crisi

Durante il periodo di Diocleziano, come abbiamo già evidenziato prima, i prezzi si fondano ancora sulla moneta povera. Il prezzo dell’oro, inoltre, è fissato, nell’editto dioclezianeo, ad appena 12000 denarii la libbra. Quindi nel 301, Diocleziano desidera che l’uomo della strada possa comprare una libbra d’oro senza spendere più di 10000-12000 denarii la libbra: che, dunque, una libbra d’oro abbia un potere d’acquisto minimo. Questo però è un rapporto artificioso. Appunto per questo non regge a lungo. Chi possiede una libbra d’oro, sa  di possedere un potere d’acquisto reale ben superiore ai 10000 denarii dioclezianei. Realtà economiche hanno una logica ferrea, che la volontà di nessun uomo può fermare. La difesa dioclezianea del denario conseguentemente fallì. Con Costantino, il rapporto cambia radicalmente. Una libbra d’oro, adesso, si compra con 60000 denarii. I prezzi si fondano sull’oro, e ufficialmente calcolati in rapporto a solidi. Si tratta di un sistema completamente nuovo, in cui il denario si commisura all’oro non già per un corso basso arbitrariamente fissato dallo Stato, sì invece per un corso più direttamente rispondente all’effettivo rapporto fra rame e oro. Le conseguenze sociali sono quelle già dette. I possessori di oro, si trovano ad essere i nuovi signori dell’Impero. I possessori di rame, sono rovinati. Si fonda così quella società gerarchica fissa, ove sempre più rari diventano gli sbocchi possibili per una qualsivoglia scalata sociale. I possessori di rame, restano ancorati alla miseria, i potentiores hanno nelle loro mani un altissimo potere d’acquisto. L’afflicta paupertas, però, preme dal basso, contro le classi detentrici di oro. Premerà ancora nell’epoca giustinianea. La soluzione la cerca e la trova, almeno provvisoriamente, Giuliano. Egli diminuisce le emissioni di moneta aurea già durante il suo cesarato in Gallia, portando così ad una diminuzione dei prezzi. La stessa tendenza viene utilizzata anche in seguito per mantenere i prezzi ad un livello accettabile. Nessuno lo farà, e questo è da ammettere, meglio dell’”Apostata”. Andiamo per ordine. I figli di Costantino si accorgono della situazione economica in cui riversano i ceti medi e poveri. Nel 346 Costante inquadra il problema di fondo, ma sbaglia  soluzione. Inizia a ritirare dal mercato la moneta di rame svalutata, per immetterne una migliorata. Questa provvidenza, che in linea di massima dovrebbe aiutare l’afflicta paupertas, provoca, viceversa, quello scontento che culmina con la rivoluzione di Magnenzio. Costante muore durante una rivolta militare, raggiunto sui Pirenei da un seguace di Magnenzio. La classe povera chiede un ritorno al sistema dioclezianeo e vede minacciata la propria esigua ricchezza dai ritiri iniziati dal figlio più giovane di Costantino, Costante. Magnenzio, oculatamente, non si prodiga per far girare al contrario la ruota del tempo, ma immette, come abbiamo già detto, una moneta bronzea fruibile per tutti. Giuliano poi, opera una fissazione in prezzi aurei più bassi e diminuisce l’erogazione di moneta aurea. Questa forte piega riflessiva, è a vantaggio dei collatores(contribuenti) e, insomma,  del consumatore. La tendenza “giulianea” permette addirittura di fissare l’annona a 4-5 solidi sotto Valentiniano III e Giustiniano. Così, durante il cesarato, Giuliano diminuisce  i tributi da 25 a 7 solidi a caput. Vi è poi l’estromissione degli officiali corrotti dall’esazione ed una timida introduzione di moneta argentea che dona respiro alla travagliata prefettura gallica. I poveri chiedono l’abbassamento dei prezzi in oro e rivalutazione della moneta di rame. Chiedono ciò che Giuliano tenterà di ottenere, incoraggiando una tendenza depressiva deflazionistica. Questo ribasso dei prezzi, durerà fino al IX secolo anche nell’impero d’Oriente, proclamando vincitrice la tendenza “giulianea”.

A questo punto, dopo aver riassuntivamente composto questo rittrato economico-sociale del IV secolo, rimando ai gentili lettori il problema di fondo. La riforma di Costantino fu un fallimento o un successo?

autore: GIONATA CASTALDI

Nicola

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