La porpora è uno splendido sudario: la rivolta di Nika

Una volta diventato imperatore Giustiniano dovette far fronte a numerosi problemi. All’inizio degli anni trenta del V secolo d.C una coalizione nata all’interno di due fazioni da sempre tra loro opposte, i Verdi e gli Azzurri, decise di ribellarsi al potere centrale, che aveva preso una piega troppo assolutista.

Alla morte di Giustino I nel 527 d.C Giustiniano, suo co-imperatore nonché nipote, divenne imperatore effettivo dell’Impero Bizantino.

La politica estera del nuovo imperatore seguiva uno scopo ben preciso: in quanto erede dell’Impero Romano d’Oriente Giustiniano voleva riprendersi i territori perduti dai suoi predecessori, mosso anche dal concetto fondamentale secondo cui cui l’imperatore ha ricevuto il regno da Dio e deve mostrare riconoscenza. Il suo regno dunque doveva coincidere con tutto l’ecumene.

Per attuare queste conquiste Giustiniano complicò i suoi rapporti con il popolo e l’aristocrazia.

L’inasprimento delle tasse a sostegno di una politica estera assai dispendiosa e più in generale l’assolutismo del nuovo imperatore portarono un forte malcontento che si riversò nella rivolta di gennaio del 532 d.C.

Facendo un passo indietro, ancora nel periodo in cui era Giustino I l’imperatore in carica, è significativo un episodio che dimostra quale fosse il reale valore di Giustiniano nella gestione dell’Impero. A Bisanzio erano presenti due fazioni sportive, o demi, quelle dei Verdi e degli Azzurri, che già a partire dal secolo precedente avevano assunto un forte valore politico nella capitale e nelle altre principali città. La fazione dei Verdi rappresentava le categorie produttive degli artigiani e commercianti, mentre la fazione degli Azzurri si rispecchiava nell’alta aristocrazia. 

Il nipote dell’imperatore aveva sempre sostenuto gli Azzurri, spesso ignorando i crimini da loro commessi, ma di questo Giustino I doveva esserne inconsapevole: Procopio di Cesarea racconta di quando fra il 524 e il 525 d.C Giustiniano si ammalò gravemente e alcuni dignitari di corte approfittarono di questo momento per informare il sovrano della troppa libertà degli Azzurri. Giustino I decise così di punire i responsabili di questi crimini e ordinò al prefetto cittadino, Teodoto Zucchino, di attuare i provvedimenti presi. Quando l’erede al trono guarì si vendicò del torto subito e Teodoto, scampato alla congiura che Giustiniano aveva organizzato per lui, venne mandato in esilio a Gerusalemme. Fin dall’inizio, dunque,  dietro la figura di Giustino I si è sempre palesata l’ombra del nipote Giustiniano.

Tornando ai fatti scoppiati a gennaio del 532 d.C, gli imperatori per consolidare il proprio potere, erano soliti a favorire una o l’altra fazione: inutile dire che gli Azzurri, quando Giustiniano salì al trono, ebbero piena libertà di compiere misfatti e di prendere in mano la situazione in città.

Sempre Procopio riporta la situazione di forte repressione e paura in cui si viveva: “Questo dunque succedeva a Bisanzio e in ogni città pari a un’altra malattia, il morbo partiva da qui per diffondersi in ogni contrada dell’Impero Romano. Della situazione, l’imperatore non si curava affatto, non ne percepiva sentore alcuno – e sì che all’Ippodromo poteva sempre assistere agli avvenimenti con i suoi occhi. Era straordinariamente tardo e assomigliava quanto mai a un asino ottuso, che segue chi lo tira per la cavezza e non smette di agitar le orecchie”. Lo storico identifica Giustiniano come un asino, che sembra essere un insulto consueto rivolto all’imperatore, forse suggerito dall’assonanza creata dalle sillabe finali del suo nome con la parola asino in greco (-ανος/ονος).

Alla violenza si rispondeva con la violenza: gli scontri tra gli Azzurri e i Verdi aumentarono sempre di più fino a quando però la tensione divenne così esplosiva che le due fazione decisero di allearsi contro l’assolutismo giustinianeo. Nei giorni che precedettero la rivolta c’era stata nelle vie cittadine una sanguinosa lotta tra le due fazioni per la quale il prefetto aveva fatto condannare a morte alcuni responsabili di entrambe le parti. Un Verde e un Azzurro riuscirono però a sfuggire e chiesero protezione in un monastero lì vicino. Il 13 gennaio, durante le corse dei carri, i rappresentanti dei due demi chiesero invano la grazia e il rifiuto di concederla da parte di Giustiniano fu il fattore scatenante della rivolta.

Dopo la ventiduesima corsa (il programma ne prevedeva 24) il popolo sollevò un grido: “Lunga vita ai misericordiosi Verdi e Azzurri”.  La bufera che sarebbe scoppiata di lì a poco passò alla storia come la Rivolta di Nika, così chiamata perché i faziosi avevano adottato la parola “nika” cioè “Vinci” come motto per distinguersi dai soldati.

Il giorno dopo Giustiniano cercò di calmare la folla di rivoltosi, che aveva dato fuoco a molti edifici della capitale tra cui l’imponente chiesa di Santa Sofia, accettando di rimuovere dalle loro cariche il prefetto cittadino, Triboniano, accusato di avidità, e il prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia, che si era macchiato di crimini per la riscossione delle tasse di cui si occupava.

In questo l’imperatore si mostrò accondiscendente, e secondo alcune fonti anche debole, senza però risolvere la situazione: gli incendi proseguirono e il tentativo di ristabilire l’ordine non ebbe i risultati sperati.

Il 15 di gennaio del 532 d.C i rivoltosi decisero di sostituire l’imperatore in carica e la scelta ricadde su Ipazio, nipote dell’imperatore Anastasio I, che però dimostrò immediatamente – forse per paura – la propria lealtà a Giustiniano.

Pochi giorni dopo Ipazio venne proclamato imperatore dai faziosi presso il foro di Costantino, decisione contro la quale si oppose la moglie del nuovo imperatore che aveva capito che la situazione sarebbe degenerata.

Giustiniano si chiuse nel palazzo imperiale pensando addirittura di fuggire, ma la situazione era così disperata che soltanto l’intervento dell’imperatrice Teodora ristabilì l’ordine.

Lasciamo da parte il fatto che forse una donna non dovrebbe permettersi di dare consigli a uomini e mostrarsi coraggiosa in mezzo a gente che trema di paura. […] Quanto a me, il mio parere è che proprio in questo momento la fuga sia assolutamente inopportuna, anche se porta alla salvezza della vita.[…] Ma se tu, imperatore, hai in mente di metterti in salvo, nulla te lo può impedire. […] Bada però, se una volta al sicuro sarai veramente più felice o non preferirai essere morto piuttosto che salvo. Quanto a me, approvo il vecchio detto che la porpora è uno splendido sudario”.

Procopio in questo caso riporta, in una cornice retorica, le parole del discorso dell’imperatrice con cui fece leva sul partito della resistenza: la folla era fuori controllo e si poteva fare affidamento su poche persone, in particolare su Belisario e Mundo.

Così il 18 gennaio 532 d.C i popolani che si erano radunati inconsapevoli di ciò che stava per accadergli, furono colti di sorpresa dai soldati di Belisario e di Mundo e fu fatta una strage in cui morirono più di 30 mila persone. Ipazio, che intanto si era seduto sul trono della tribuna, fu catturato insieme a suo fratello, i loro beni vennero confiscati e loro condannati a morte. Giustiniano sarebbe stato, secondo ciò che ci riportano le fonti, più flessibile con i rivoltosi e soprattutto con i nipoti di Anastasio I, ma Teodora non volle sentire ragioni e perseguì la sua linea così dura nei confronti dei traditori.

Secondo un’anonima cronaca universale del VII secolo d.C, forse la fonte più importante che si ha sul fatto, Giustiniano aveva vinto grazie al coraggio dei suoi generali e soprattutto grazie alla determinazione di Teodora nel rimanere imperatrice. Per quanto riguarda le due fazioni, dei Verdi e degli Azzurri, subirono un colpo che accusarono anche negli anni successivi, durante i quali non furono più un problema per la capitale.

AUTRICE: AURORA COSTA

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Author: Nicola

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